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di Marta Capaccioni
I giudici di Appello nella sentenza del 2018: “Creava fastidio come Peppino Impastato

Il 26 settembre 1988 venne uccisa “una delle menti più lucide e delle personalità più coraggiose del giornalismo siciliano”. In quel giorno “l’omicidio di Mauro Rostagno ha rappresentato un vero e proprio attentato contro la libertà di stampa”. Così scrissero i giudici nelle motivazioni della sentenza della Corte d’Assise di Trapani del 15 maggio 2014, che portò alla condanna del killer Vito Mazzara e del boss trapanese Vincenzo Virga, quest’ultimo successivamente assolto dai giudici della seconda sezione di Appello di Palermo nel 2018.
Un lavoratore instancabile, metodico, puntualissimo: Mauro Rostagno non lavorava solo come direttore operativo dei servizi d’informazione dell’emittente televisiva trapanese RTC, ma era anche il fondatore di Lotta Continua e dell’Associazione Saman. Un impegno civile e sociale che si intrecciava ai servizi televisivi, agli editoriali e alle inchieste sulla massoneria, sui rapporti della criminalità organizzata con alte sfere del potere, sulla corruzione e sulla collusione di esponenti della politica, dei servizi e dei diversi apparati istituzionali.
Sempre vestito di bianco, il giornalista non faceva solo televisione seduto dietro ad una scrivania, ma si proiettava in mezzo alla gente, con un microfono in pugno, mentre accadevano i fatti, intervistando personaggi come il magistrato Paolo Borsellino.
Il suo impegno e la sua opera di sensibilizzazione a favore della legalità e della dignità delle istituzioni e dei cittadini erano scomodi agli interessi di molti. Primi fra tutti a quelli di Vincenzo Virga, capo mandamento della cosca mafiosa operante a Trapani, il quale nei reportage di Rostagno vedeva un serio pericolo per la sua gestione degli appalti pubblici. Ma non fu solo il boss trapanese a pensare di eliminare il giornalista poiché, come sempre accade negli attentati di mafia, ci fu una cortina indicibile di complicità in cui operava un oscuro potere criminale che metteva a tacere, e mette a tacere ancora oggi, chiunque tentasse di svelare i suoi disegni occulti. In effetti le inchieste giornalistiche di Rostagno non si fermavano al mero traffico di droga e alla mafia di strada, ma andavano ad indagare le collusioni tra amministratori corrotti e politici compiacenti e soprattutto i nomi dei cosiddetti “intoccabili”. La sua denuncia sfidava quel muro di omertà che si era creato nella città, dove Rostagno era stato il primo a squarciarne il silenzio e a parlare di mafia.
Come si leggeva nelle 3000 pagine della sentenza di primo grado l’obiettivo dell’omicidio era “mettere a tacere per sempre quella voce che come un tarlo insidiava e minava la sicurezza degli affari e le trame collusive delle cosche con altri ambienti di potere”. Ricostruendo quello che era il contesto del territorio trapanese, i giudici scrissero come da quell’ambiente nel quale operava Rostagno scaturiva “una rete di relazioni pericolose, fatte di intese e scambi di favori reciproci e protezioni. Un’organizzazione criminale che detiene un controllo capillare del territorio può essere fonte della merce più preziosa per un apparato di intelligence, le informazioni; ma può servire anche per operazioni coperte, ovvero per offrire copertura a traffici indicibili da tenere al riparo da sguardi indiscreti. Traffici che coinvolgono pezzi di apparati militari e di sicurezza dello Stato, all’insaputa dei vertici militari e istituzionali o dei responsabili politici”.
Il movente mafioso ha retto anche nelle motivazioni della sentenza del 2018, nella quale i giudici scrivono che Rostagno “creava fastidio al boss Agate allo stesso modo con il quale Peppino Impastato aveva infastidito Gaetano Badalamenti: vale a dire al punto da indurlo a decretarne la sua soppressione", aggiungendo inoltre riguardo agli omicidi “eccellenti” che i "rappresentanti delle istituzioni, di giornalisti e, comunque, di persone influenti e note la cui uccisione, per il clamore suscitato dalla loro eliminazione, poteva comportare il rischio di attirare l'attenzione delle forze di polizia, con evidenti ripercussioni sul territorio controllato dal sodalizio, con la conseguenza di rendere necessaria la comune volontà di tutti i capi dei mandamenti per l'adozione di decisioni così gravi e potenzialmente perniciose". I giudici di appello hanno confermato l’ergastolo per Vincenzo Virga ma evidentemente non hanno ritenuto sufficienti per una condanna nei confronti di Vito Mazzara le analisi delle impronte genetiche trovate sui resti del fucile a canne mozze, rinvenuti per terra sul luogo del delitto (la canna di legno si ruppe al momento dell’esplosione dei primi colpi), effettuati dai periti della Corte d'Assise di Trapani Paola De Simone, Elena Carra e Silvano Presciuttini.
Il processo inoltre, iniziato con 26 anni di ritardo, non è stato ovviamente affatto privo di gravi depistaggi e di omissioni inspiegabili. Secondo la corte di primo grado vi fu “la soppressione o dispersione di reperti, la manipolazione delle prove e reiterati atti di oggettivo depistaggio”, come la cassetta su cui Rostagno aveva scritto “non toccare”, le lettere che Rostagno si scambiava con il fondatore delle Brigate Rosse Renato Curcio, il memoriale sull’omicidio del commissario Luigi Calabresi, o la partizione del proiettile calibro 38 estratto dal corpo del sociologo durante l’autopsia.
Infine, sempre nella sentenza del 2014 si leggeva: “È vero per fortuna che non tutti i giornalisti che si occupano di criminalità organizzata sono stati ammazzati. Ma quanti sono quelli che, al pari di Rostagno, di questo prezioso lavoro di informazione e sensibilizzazione fanno (o facevano) un impegno quotidiano?”.
Il giornalista diceva spesso che a Trapani c’erano due vie: o “decidi di non rischiare, di non sfidare il vento. Ti poti, diventi un alberello tranquillo, tranquillo, pochi rami, poche foglie. Appena l’indispensabile. Oppure te ne fotti, cresci e ti allarghi. Vivi. Rischi”. Sfidare la mafia a Trapani, come aveva fatto Mauro Rostagno, significava resistere all’umiliazione più potente e più preparata: “sfidi la mafia, che è una forma di contenimento, di mortificazione. La mafia ti umilia: calati junco che passa la piena, dicono da queste parti. Ecco, la mafia è negazione di una parola un po’ borghese: la dignità dell’uomo. Io voglio avere la possibilità di guardare una persona negli occhi e dirgli di sì o di no con la stessa intensità. E questo la mafia non lo consente”. Diceva il giornalista: “Oggi la lotta alla mafia è più semplicemente una lotta per il diritto alla vita. La mafia è sopravvivere, l’antimafia è vivere”.
Ed è questa vita in senso proprio che il direttore di RTC ha sempre incarnato, non solo con la propria penna o con il microfono, ma anche e soprattutto con la propria tenacia, con la propria presenza in mezzo alla gente e con il proprio impegno sociale sul territorio, che facevano di Rostagno un cittadino al vero servizio del proprio Paese. Un simbolo di impegno civile che oggi è d’esempio per tanti ma anche pericoloso per chi, come gli assassini e i mandanti della morte del giornalista, non vogliono in nessun modo che la mafia e la corruzione possano essere definitivamente sconfitte e debellate dalla nostra Nazione.

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