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di Jamil El Sadi
Tra depistaggi, bugie e mezze verità ucciso perché scomodo a “ibridi connubi

Era il 5 agosto del lontano 1989, un caldo sabato estivo. Antonino Agostino, poliziotto del Commissariato di San Lorenzo, e la moglie Ida Castelluccio, da poco in dolce attesa, si trovavano davanti alla villa di famiglia, a Villagrazia di Carini, per festeggiare il compleanno della sorella di Nino (così lo chiamavano gli amici). All'improvviso si avvicinarono due uomini in sella ad una motocicletta e in un attimo aprirono il fuoco crivellando di colpi il corpo dell'agente. Tempestivamente Agostino afferrò la moglie per mano e la buttò a terra ma, subito dopo, la stessa decise di affrontare i killer. Si alzò e, guardandoli in faccia, gridò: "Io so chi siete". A quel punto anche lei venne raggiunta da un proiettile dritto al cuore. Morì in ospedale nelle ore successive, mentre il marito rimase esanime all'istante. Il tutto avvenne sotto lo sguardo pietrificato del padre del poliziotto, Vincenzo, che sentendo gli spari uscì dall’abitazione.
Lo stesso ai funerali promise sulle bare delle due giovani vittime che non si sarebbe mai più tagliato barba e capelli fino a quando non avrebbe ottenuto giustizia. Dopo tanti anni quella promessa non è ancora decaduta.

Molto più che un semplice poliziotto
Stimato ed apprezzato fra i colleghi per le sue capacità, Nino per qualcuno rappresentava un'evidente minaccia ma per comprendere il perché bisogna analizzare il contesto nel quale era immerso.
Il commissariato presso il quale prestava servizio si distinse per la professionalità e le attività d'indagine. Secondo gli investigatori era anche una “succursale dei servizi di sicurezza". Agostino faceva parte di una squadra di investigatori d'élite che svolgeva anche compiti "extra ordinem". Ma non è tutto. Grazie alla Procura generale è emerso che Nino avrebbe svolto attività sotto copertura. Ciò si evince dalle dichiarazioni del collega Domenico La Monica, al quale lo stesso Agostino confidò di "far parte dei servizi segreti" e di cercare boss latitanti, in particolare Riina e Provenzano.
In questa attività segreta assieme a lui avrebbero collaborato gli agenti Emanuele Piazza e Guido Paolilli, il quale aveva rapporti personali con l'agente del Sisde Bruno Contrada (divenuto capo del Coordinamento dei Gruppi di Ricerca Latitanti due anni prima dell’omicidio Agostino). Al Commissariato di San Lorenzo venne distribuita una lista contenente i principali latitanti di mafia da ricercare rendendo i membri di quella squadra veri e propri "cacciatori di taglie”. Dagli elementi raccolti in questi anni prima dalla Procura di Palermo e poi dalla Procura generale, che ha avocato a sé il fascicolo di indagine, si evince che Antonino Agostino aveva avviato una strettissima collaborazione con Giovanni Falcone.
Nell’ultimo periodo prima del suo delitto, Nino era impegnato nel servizio di scorta di Alberto Volo (ex estremista di destra) segretamente interrogato da Giovanni Falcone. L’"agente al servizio dello Stato", come amava definirsi l’ex neofascista, al giudice confermò la “pista nera” dietro l'omicidio del presidente della Regione Piersanti Mattarella e rivelò anche di aver fatto parte di un'organizzazione segreta: la Universal Legion. Ciò che rende questo dato ancora più avvincente sono alcune caratteristiche della stessa organizzazione che combaciavano con una struttura successivamente riconosciuta sotto il nome di Gladio.
Non solo, le carte dell’inchiesta della Procura generale rivelano segretissime missioni a Trapani, dove Agostino, in abiti civili, si sarebbe recato con una valigetta 24h e dove il SISMI aveva aperto il centro “Scorpione”, sede dell’organizzazione Gladio/Stay Behind. Secondo i pg quella era “l’attività tipica delle cosiddette spugne, gli agenti dei servizi incaricati di acquisire informazioni sulla mafia”.
Inoltre, dalle indagini della Dia emerge come Agostino “aveva, nell'ultima parte della sua vita, compreso le reali finalità della struttura cui apparteneva (alla quale aveva offerto una pista molto seria - legata a familiari della moglie - per pervenire alla cattura di Salvatore Riina a San Giuseppe Jato), e se ne era allontanato poco prima del suo matrimonio, fatto che era stato posto a fondamento della decisione di uccidere lui e la moglie”. Quella struttura di intelligence, si legge nelle carte della Dia, "in fase di reclutamento veniva rappresentata con la finalità della ricerca di latitanti, ma che in realtà si occupava di gestire complesse relazioni di cointeressenza tra alcuni infedeli appartenenti alle istituzioni e Cosa nostra”.
E non possono passare in secondo piano le dichiarazioni di svariati collaboratori di giustizia che raccontano come vicolo Pipitone, roccaforte delle famiglie mafiose dei Madonia e dei Galatolo, sarebbe stata frequentata anche da figure di peso come Bruno Contrada e Giovanni Aiello.
Agostino, probabilmente, aveva capito o visto qualcosa. Queste attività, il suo stretto rapporto con il giudice Falcone e ciò di cui venne a conoscenza, probabilmente, lo hanno sottoposto a particolari attenzioni da parte di personaggi interni ed esterni al crimine organizzato. Ma nella Sicilia degli anni ’80 la sua bravura era scomoda e andava messa fuori gioco in un modo o nell’altro.

Non di sola mafia
I coprotagonisti nel delitto Agostino sono il capomafia di Resuttana Antonino Madonia e Gaetano Scotto, "il boss dei misteri", accusati di essere i mandanti e gli esecutori dell'omicidio per i quali la Procura generale di Palermo, diretta da Roberto Scarpinato, ha chiesto il rinvio a giudizio. Assieme ai due c’è anche Francesco Paolo Rizzuto: amico di Nino, accusato di favoreggiamento aggravato. L'udienza preliminare si terrà il 10 settembre davanti al gup Alfredo Montalto, il quale ha già presieduto la Corte d'Assise di Palermo che ha emesso la sentenza nel processo trattativa Stato-Mafia.
Nella richiesta di rinvio a giudizio ci sarebbe dovuto essere anche l'ex poliziotto Giovanni Aiello, “faccia da mostro”, deceduto il 21 agosto 2017. Secondo la ricostruzione dell'accusa, avrebbe aiutato i killer a fuggire dopo l'omicidio. Quest'ultimo, considerato da molti collaboratori di giustizia un personaggio vicino a Cosa nostra e sospettato di essere un ex membro dei servizi segreti arruolato informalmente, è stato riconosciuto da Vincenzo Agostino in un confronto all'americana (il 26 febbraio 2016) come l'uomo che qualche giorno prima dell'omicidio andò a casa dello stesso e chiese notizie del figlio. La Procura di Palermo, ascoltate le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, nella richiesta di archiviazione del 2016, descrive Aiello come un “soggetto certamente in contatto qualificato con l'organizzazione mafiosa Cosa nostra (se non addirittura intraneo)".
In passato per il Caso Agostino venne indagato anche il poliziotto Guido Paolilli per favoreggiamento, accusato di essere uno dei responsabili del depistaggio delle indagini (la cui posizione venne archiviata per prescrizione). Secondo il decreto di archiviazione del Gip Maria Pino del 12 giugno 2015, infatti, le risultanze istruttorie dimostrano come l'indagato Paolilli "abbia contribuito alla negativa alterazione del contesto nel quale erano in corso di svolgimento le investigazioni inerenti all'omicidio di Antonino Agostino e Ida Castelluccio”.

Depistaggi: un vecchio “modus operandi”
Dietro a questo delitto ci sono molti punti interrogativi e tanti depistaggi d'indagine. Uno dei primi avvenne con l'informativa di Arnaldo La Barbera che classificò fin da subito l’omicidio come “delitto passionale” per una presunta vendetta da parte dei familiari di una ex fidanzata di Agostino. Non c’è da stupirsi però, in quanto lo stesso La Barbera è anche colui che, secondo i giudici, avrebbe avuto un ruolo determinante nel depistaggio della strage di via d'Amelio, con la costruzione del falso pentito Vincenzo Scarantino. Insomma, uno che, a leggere le carte, sembrerebbe essere esperto nel “settore”. Ma questo non è nulla paragonato a ciò che accadde nelle ore immediatamente successive all'agguato. Dalla casa dell'agente scomparvero, infatti, carte importanti che lo stesso custodiva dentro l'armadio. A testimoniarne l'esistenza è un biglietto fuoriuscito dal suo portafogli quando il padre, Vincenzo, il giorno del delitto lo lanciò contro il muro. Nello stesso c'era scritto di andare a cercare dentro l’armadio del poliziotto nel caso in cui gli fosse successo qualcosa. L'esistenza di questi documenti emerge anche da un'inquietante dichiarazione di Paolilli.
Era il 21 febbraio 2008 quando in televisione andò in onda un servizio durante la trasmissione "La Vita in diretta" in cui Vincenzo Agostino rammentò la vicenda del biglietto trovato nel portafogli del figlio. A quel punto il figlio di Paolilli, che assieme a lui seguì la trasmissione, gli chiese cosa ci fosse in quell'armadio e lo stesso, inconsapevole di essere oggetto di un'intercettazione ambientale, rispose: "Una freca di cose che proprio io ho pigliato e poi ne ho stracciato". Paolilli, però, ai magistrati negò sempre di aver pronunciato quelle parole e che se ciò fosse avvenuto il riferimento sarebbe stato a delle carte che il figlio dello stesso, appena sposato, teneva in casa.
Al di là delle giustificazioni, però, gli interrogativi restano poiché l’oggetto della conversazione resta palesemente la vicenda Agostino e quei documenti nascosti.
Cosa spinse il Paolilli a rispondere al figlio, con l'affermazione di cui sopra, se l'argomento in oggetto della trasmissione televisiva erano le carte conservate nell'armadio di Nino Agostino e non altre?
Sempre Guido Paolilli fu colui che scrisse ed inviò, al dirigente della Squadra Mobile, un verbale in cui si attesta che nel corso delle indagini erano state "effettuate tre perquisizioni presso quella abitazione (di Agostino, ndr) e, solo nel corso della terza, durante la quale a differenza delle altre partecipava anche lo scrivente (Paolilli, ndr), in uno stanzino venivano rinvenuti 6 fogli su cui l'Agostino aveva scritto di proprio pugno, tra l'altro, di temere per la propria incolumità”. Cosa contenessero quei 6 fogli rinvenuti durante la perquisizione non è dato a sapersi. Possono essere quelli a cui Paolilli faceva riferimento nell'intercettazione ambientale? E se sì, sono quelli che ha "stracciato"?

La speranza non morirà mai
Alla fine della narrazione del terribile "Caso Agostino" si rimane con tante domande insolute. Cosa spinse Nino Agostino a scrivere di temere per la propria incolumità? Cosa aveva scoperto mentre era sotto copertura e portava a termine compiti per il giudice Falcone? E, soprattutto, com'è possibile che in questa tragica vicenda a destare sospetto siano più gli ex uomini appartenenti alle forze dell'ordine che i mafiosi stessi?
Da circa due anni Vincenzo Agostino non ha più al suo fianco la moglie Augusta Schiera, spentasi nel febbraio 2019. Nonostante ciò i due continuano a chiedere verità e giustizia insieme, lui in terra e lei in cielo come ricorda l'incisione nella sua lapide: "Qui giace una madre in attesa di giustizia". L’Italia per professarsi democratica non può e non deve lasciare rinchiusi segreti fondamentali per le sorti giudiziarie di questo delitto di mafia e di tanti altri. I troppi anni trascorsi in attesa di giustizia sono frutto della negligenza istituzionale e dell'assenza della volontà politica di debellare il fenomeno mafioso insito ormai da tempo all'interno delle stanze dei bottoni.
La Procura generale di Palermo ha aperto un nuovo capitolo del Caso Agostino dando a Vincenzo, Augusta e tutta la famiglia la speranza che il giorno in cui riceveranno verità e giustizia si avvicina. Ad oggi possiamo dire che il Caso Agostino è un mistero irrisolto, ma solo per ora.

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