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di Aaron Pettinari
Intervistato da Eurispes l'ex premier recita il solito mantra su “41 bis” e magistratura

A volte ritornano. Non stiamo parlando della prima raccolta di racconti "horror" dell'autore inglese Stephen King, ma di quei personaggi loschi che, col tempo, pensavi avrebbero avuto la decenza, quantomeno, di contenere i propri sproloqui. Una speranza vana se si parla di Silvio Berlusconi, l'ex premier che per vent'anni e più è stato protagonista della Seconda Repubblica.
Un pregiudicato, condannato in via definitiva a quattro anni per frode fiscale (pena scontata), salvato da numerose leggi ad personam e prescrizioni in altri processi ed oggi ancora indagato dalla Procura di Firenze, assieme all'ex senatore Marcello Dell'Utri, come mandante esterno delle stragi del 1993.
Intervistato dal magazine online Eurispes non è solo intervenuto su questioni politiche ed economiche che il Paese si troverà ad affrontare nel post emergenza Coronavirus, ma si è spinto oltre su temi tanto cari come quello sulla giustizia.
Senza remore parla di "giustizia giusta", con un piano che prevede bavaglio alla stampa ("il divieto di pubblicazione delle intercettazioni, soprattutto se non strettamente legate al fatto di reato; liberare il cittadino dalle drammatiche conseguenze del processo mediatico, che è senza appello e rimedio, ampliando il concetto di notizia non pubblicabile, nonché aggiungendo il divieto di pubblicare i nominativi e le foto dei magistrati che conducono indagini e processi) fino a rispolverare antiche idee come "la separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti" o "l'eliminazione degli incarichi extragiudiziari dei magistrati".
Un'idea, quella della separazione delle carriere, che trovava consenso da diverse componenti della politica (da destra a sinistra), ma che aveva un primo modello ideale in quello che è passato alla storia come il Piano di rinascita democratica di Licio Gelli, Maestro Venerabile della loggia massonica segreta P2.
Un piano segreto, elaborato tra l’autunno 1975 e l’inverno 1976, che prevedeva una strategia di conquista dall’interno della politica, della magistratura, dell’informazione.

Gli obiettivi della P2
Il 17 marzo 1981, durante le perquisizioni nella villa e nella fabbrica di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi (Arezzo) nell'ambito delle indagini sul presunto rapimento di Michele Sindona, venne rinvenuta una lista degli affiliati alla loggia. La presidenza del Consiglio dei ministri la rese pubblica il 21 maggio dello stesso anno. Tra i 962 nomi in elenco vi erano 44 parlamentari, 2 ministri, un segretario di partito, 12 generali dei Carabinieri, 5 generali della Guardia di Finanza, 22 generali dell'esercito italiano, 4 dell'aeronautica militare, 8 ammiragli, magistrati e funzionari pubblici, direttori e funzionari dei servizi segreti, giornalisti e imprenditori. Tra i nomi di rilievo vi era proprio quello di Silvio Berlusconi (numero di riferimento 625), all'epoca presidente Fininvest, poi fondatore di Forza Italia assieme, tra gli altri, al condannato per mafia Marcello Dell'Utri (condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, ndr) e dal 1994 più volte presidente del Consiglio.
Al quinto punto del Piano di rinascita si parla della magistratura "che deve essere ricondotta alla funzione di garante della corretta e scrupolosa applicazione delle leggi”. Come? Realizzando una serie di riforme, tra cui, per l'appunto, si leggeva "la responsabilità civile (per colpa) dei magistrati; il divieto di nominare sulla stampa i magistrati comunque investiti di procedimenti giudiziari; la normativa per l’accesso in carriera (esami psico-attitudinali preliminari); la modifica delle norme in tema di facoltà di libertà provvisoria in presenza dei reati di eversione - anche tentata - nei confronti dello Stato e della Costituzione, nonché di violazione delle norme sull’ordine pubblico, di rapina a mano armata, di sequestro di persona e di violenza in generale”. Ma vi erano anche ulteriori punti che indicavano riforme concrete come, per l'appunto, la separazione delle carriere, con il pubblico ministero diviso dai giudici.
Tra gli aspetti previsti anche la volontà di togliere l'autonomia al Csm (“Riforma del Consiglio superiore della magistratura che deve essere responsabile verso il Parlamento”) che oggi Berlusconi sintetizza con queste parole: "La regolazione, con legge costituzionale e successivamente con legge ordinaria della composizione e delle competenze del Csm".
Sempre nello schema della P2 il quinto punto insisteva sulla separazione delle carriere: “Riforma dell’ordinamento giudiziario per ristabilire criteri di selezione per merito delle promozioni dei magistrati, imporre limiti di età per le funzioni di accusa, separare le carriere requirente e giudicante, ridurre a giudicante la funzione pretorile”.
Nell'intervista odierna Berlusconi parla di porre "fine alle porte girevoli fra magistratura e politica; una vera responsabilità civile dei magistrati; la carriera dei magistrati basata su criteri di merito ed anzianità prestabiliti; l'inappellabilità delle sentenze di assoluzione in primo grado di giudizio; nonché norme più liberali e garantiste sulle intercettazioni".

Il senso di Berlusconi per la lotta alla mafia

In un altro passaggio dell'intervista l'ex Presidente del Consiglio ha ripetuto il solito "mantra" sull'operato del proprio governo contro la mafia, partendo dalla stabilizzazione del regime di carcere duro, 41 bis. "Con i miei governi è stato reso permanente e inasprito - ha affermato - sono stati arrestati 1.296 latitanti mafiosi (32 fra i principali ricercati); il Procuratore Antimafia ha avuto più poteri; sono stati sequestrati e confiscati 49.035 beni alla mafia, per un totale di 25 miliardi di euro".
Azioni che, ha sostenuto, "vanno potenziate ed estese anche a livello internazionale, con una maggiore cooperazione delle diverse Intelligence e una maggiore attenzione alla cybersecurity". Ma se su quest'ultimo aspetto si può anche essere d'accordo, specie in un'Europa che fa finta di essere immune alle organizzazioni mafiose, il leader di Forza Italia dimostra tutta la propria illogicità nel momento in cui afferma che "l'estensione delle eccezionali norme della legislazione antimafia ad altre tipologie di reato (ad esempio, quelle contro la Pubblica amministrazione) provochi un effetto distorsivo di annacquamento delle priorità alla lotta alle vere organizzazioni criminali mafiose". Come se centinaia di inchieste e processi non dimostrino l'evoluzione della criminalità organizzata nonché le commistioni che le criminalità organizzate hanno con svariati settori della politica, dell'imprenditoria, della finanza oltre che delle stesse Istituzioni.
Ma è ovvio che certe cose non potranno mai essere affermate o ammesse da chi, lo dicono le sentenze, ha pagato la mafia "cospicue somme di denaro". Basta leggere le motivazioni della sentenza di condanna per concorso esterno nei confronti di Marcello Dell'Utri. I giudici certificano che per diciotto anni, dal 1974 al 1992, l’ex senatore è stato il garante “decisivo” dell’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra con un ruolo di “rilievo per entrambe le parti: l’associazione mafiosa, che traeva un costante canale di significativo arricchimento; l’imprenditore Berlusconi, interessato a preservare la sua sfera di sicurezza personale ed economica”. Inoltre “la sistematicità nell’erogazione delle cospicue somme di denaro da Marcello Dell’Utri a Cinà (Gaetano Cinà, boss mafioso, ndr) sono indicative della ferma volontà di Berlusconi di dare attuazione all’accordo al di là dei mutamenti degli assetti di vertice di Cosa nostra”.
La Cassazione aveva poi evidenziato come vi fosse un “patto di protezione andato avanti senza interruzioni” in cui Dell’Utri era il garante per “la continuità dei pagamenti di Silvio Berlusconi in favore degli esponenti dell’associazione mafiosa, in cambio della complessiva protezione da questa accordata all’imprenditore”.

Lotta alla mafia?
Sulle strabilianti azioni antimafiose intraprese dai governi “Berlusconi & company” hanno sempre straparlato decine e decine di “vassalli”, “valvassori” e “valvassini”.
Basta andare con ordine per capire che la storia è ben diversa dalle apparenze che si vogliono rappresentare.
Nella sentenza di primo grado sulla trattativa Stato-Mafia viene passata in rassegna un'importante testimonianza come quella dell'ex ministro Roberto Maroni che, in un’intervista al Tg3 del 16 luglio 1994 denunciò l'"imbroglio" con cui il Consiglio dei ministri aveva approvato il "decreto Biondi" (anche conosciuto come "Salvaladri").
Con quella normativa si vietava la custodia cautelare in carcere (trasformata al massimo in arresti domiciliari) per i reati contro la Pubblica Amministrazione e quelli finanziari, comprese corruzione e concussione.
Inoltre, sottobanco, sarebbero state inserite disposizioni che favorivano Cosa Nostra.
Un decreto che, hanno evidenziato i giudici della Corte d'Assise di Palermo, interveniva sull'articolo 275 del codice di procedura penale. Se prima di allora si prevedeva che “…quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine ai delitti di cui all’art. 416 bis… ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo… è applicata la custodia cautelare in carcere, salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari”. Di fatto, mentre per gli altri reati la custodia cautelare era l’extrema ratio, per i reati di mafia era una scelta obbligata fino a prova contraria. L’articolo 2 del decreto Biondi modificava quella norma: nel senso che anche per i delitti di mafia il giudice, prima di applicare la custodia in carcere, avrebbe dovuto cercare e illustrare le esigenze cautelari, prima date per scontate. Inoltre si restringeva ulteriormente la possibilità di arresto preventivo in caso di pericolo di fuga: non bastava più il “concreto pericolo che l’imputato si dia alla fuga”, ma occorreva provare che l’indagato “stia per darsi alla fuga”. Inoltre vi era anche un altro articolo, l’art. 9, (che portò Maroni a denunciare anche in televisione il fatto) in cui si diceva: 'Nell’art. 335 del C.C.P. il comma 3 è sostituito dal seguente: le iscrizioni previste dai commi 1 e 2 sono comunicati alla persona alla quale il reato è attribuito, al suo difensore e alla persona offesa che ne facciano richiesta. Se sussistono specifiche esigenze attinenti all’attività di indagine il pubblico ministero può disporre con decreto motivato il segreto sulle iscrizioni per un periodo non superiore complessivamente a 3 mesi'.
Maroni, sentito nel dicembre 2016 come teste, aveva ribadito di essersi sentito "imbrogliato" perché quella norma era stata inserita nel testo a sua insaputa. Fu una telefonata del Procuratore Caselli ad avvisarlo che con quella norma diventavano difficili, se non impossibili, le indagini sulla mafia. Il 23 luglio 1994 il decreto venne poi ritirato per una questione relativa alla ritenuta mancanza di motivi di urgenza.
Successivamente, caduto il governo dopo appena 7 mesi, vi furono anche altri interventi della politica sul tema antimafia.
L'Ulivo, con l’appoggio del centrodestra dal ’96 al 2001, arrivò a decretare la chiusura di Pianosa e Asinara, l'abolizione di fatto dell’ergastolo (per due anni), e la predisposizione di una legge anti-pentiti.
Ciò non bastava a Cosa nostra che al punto 2 del papello di Riina recitava: “Annullamento decreto 41-bis”.
E' noto che nel 2002 il boss stragista Leoluca Bagarella, intervenendo in teleconferenza a un processo dal carcere de L’Aquila, lesse una dichiarazione a nome dei detenuti in sciopero della fame contro i politici che non avevano mantenuto le promesse sul 41-bis: “Siamo stanchi di essere strumentalizzati, umiliati, vessati e usati come merce di scambio dalle varie forze politiche”. E il 22 dicembre, allo stadio di Palermo, comparve uno striscione a caratteri cubitali: “Uniti contro il 41-bis. Berlusconi dimentica la Sicilia”. Il 27 dicembre l'ex premier, intervenendo in conferenza stampa al municipio di Catania, rispose quasi giustificandosi che "il 41 bis contiene una filosofia illiberale, ma siamo stati costretti ad adottarlo affinché permanga per tutta la legislatura, perché la gente ha diritto a non avere paura”.

Rinnovamento 41 bis
E' proprio di quell'anno il "rinnovato” 41-bis. Con la legge 279 si trasforma il carcere duro per i mafiosi da provvedimento amministrativo straordinario, rinnovato di semestre in semestre dal ministro della Giustizia, in una misura stabile dell’ordinamento penitenziario. Quello che in apparenza sembrava come un duro attacco alla mafia, però, sortì un effetto opposto. E così vi furono centinaia di boss che ottennero la revoca del 41-bis dai Tribunali di sorveglianza, per una serie di difficoltà interpretative della nuova legge e perché la riforma agevolava le richieste di annullamento.
Nel 2006, con il governo di centrosinistra in auge, ma anche con l'appoggio del centro destra, vi fu il mega-indulto Mastella di tre anni, che includeva anche i reati collegati a quelli mafiosi e il voto di scambio politico-mafioso. Votarono contro Idv, Pdci e Lega.
Il 2008 è l'anno del terzo governo Berlusconi, anticipato da una campagna elettorale in cui non erano mancati gli "elogi", suoi e del "buon Marcello", al compianto "stalliere" di Arcore, il boss di Porta Nuova Vittorio Mangano, che fu definito "eroe" per non aver detto nulla ai magistrati rispetto i rapporti avuti con entrambi.
Il "nuovo" Berlusconi è quello che parte dal "silenzio" al processo Stato-mafia.
La medesima scelta fatta da Giuseppe Graviano che, al processo 'Ndrangheta stragista, si è rinchiuso nuovamente nel silenzio dopo aver raccontato dei presunti rapporti che la sua famiglia avrebbe avuto con l'allora imprenditore Silvio Berlusconi e sugli incontri che avrebbe avuto con quest'ultimo mentre era latitante. Ovviamente, nell'intervista a Eurispes, di tutto questo neanche una parola o un accenno.
Nel Paese delle mancate verità, della memoria corta, o peggio, di chi vuol far finta di niente, dentro e fuori le istituzioni, diventa facile dimenticare. E Berlusconi resterà una "vittima"... che pagava la mafia.

Foto © Imagoeconomica

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