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di Aaron Pettinari
Fu protagonista nel processo Andreotti sul caso del vassoio dato ai Salvo
In lista d'attesa il medico di Totò Riina, Antonino Cinà

Oltre 456 detenuti hanno presentato istanza di scarcerazione per il coronavirus. E' l'ultimo elenco di nomi, su cui vi è un certo riserbo, che il Dap ha trasmesso al ministero della Giustizia.
Tra i nomi in "lista d'attesa", si è appreso, vi è anche quello del boss mafioso Antonino Cinà, ex medico personale di Totò Riina, ergastolano e condannato anche nel processo sulla trattativa Stato-Mafia. Attualmente si trova nel carcere di Parma, dove è detenuto col regime speciale del 41 bis. La richiesta è stata presentata dal proprio avvocato, Federica Folli, al magistrato di sorveglianza di Parma e al tribunale di sorveglianza di Bologna. Cinà, secondo il legale, è anziano e soffre di una serie di patologie che potrebbero esporlo al Covid 19, mettendo a repentaglio la sua vita.
Certo è che la situazione è allarmante.
Ad uscire dal carcere, accanto ai mammasantissima vi sono anche soggetti di primo piano che hanno gravitato in ambienti politici e che, ancora oggi, conservano i segreti dei rapporti tra il potere mafioso e quello politico.
E' il caso, ad esempio, del trapanese Gaetano Sangiorgi, tornato a casa dopo la detenzione nel carcere di Padova.
Un nome che non compare nell'elenco dei 376 fuoriusciti, reso noto nei giorni scorsi, che erano sottoposti al regime del 41 bis o di alta sicurezza. Eppure su di lui pende una condanna all’ergastolo con l'accusa di aver fatto da basista all'omicidio di Ignazio Salvo, cugino di suo suocero (Nino Salvo), i potentissimi esattori di Salemi, per anni immagine del potere mafioso che entra nei salotti della politica. A darne notizia è Il Fatto Quotidiano.
Sangiorgi, come dicevamo, non è uno qualsiasi. Il suo nome compare negli atti del processo al sette volte presidente del consiglio Giulio Andreotti, che fu assolto perché prescritto dal reato di associazione a delinquere (in quegli anni non c’era ancora il reato di associazione mafiosa, 416 bis) ritenendolo comunque “commesso fino alla primavera del 1980”.
La sua storia, infatti, è legata alla vicenda del vassoio d'argento che sarebbe stato regalato a lui, in occasione delle nozze con Angela Salvo (figlia di Nino), da il "Divo Giulio". Sangiorgi se ne era vantato con gli amici, affermando che Andreotti aveva fatto acquistare il dono da un suo amico. Secondo il racconto di alcuni collaboratori di giustizia Sangiorgi aveva detto di aver fatto sparire il vassoio, ma in realtà lo stesso medico lo aveva consegnato ai carabinieri quando nel 1993 gli venne perquisita la casa.
Il dato, nel processo, era di rilievo perché serviva a dimostrare che Andreotti (che ha sempre negato) aveva un rapporto approfondito con i Salvo. Alla fine non fu mai provato che quel vassoio fosse effettivamente un regalo di Andreotti, ma è comunque noto che Sangiorgi era un soggetto importante all'interno della consorteria criminale e che, in virtù di quella parentela eccellente, possa essere depositario di segreti.
Altri pentiti lo hanno anche indicato come il soggetto che Brusca mandò a Roma per capire se Claudio Martelli era un facile obiettivo.
Una vicenda che, come la morte di Ignazio Salvo e dell'ex politico Dc Salvo Lima, si inserisce negli anni della trattativa Stato-Mafia.
In tanti anni Sangiorgi si è trincerato dietro il silenzio. Ed ora è tornato a casa così come decine e decine di detenuti.

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Claudio Martelli


I numeri sono impietosi
C'è chi, come il Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, l'ha definita come una vera e propria "epidemia di scarcerazioni". Un'emorragia all'interno delle carceri italiane che si è sviluppata in questi mesi di emergenza pandemica, su cui si sta ora incentrando il dibattito politico.
Per sminuire il valore dei dati in molti hanno evidenziato che si parla di un semplice differimento momentaneo della pena, dimenticando come le organizzazioni criminali (Cosa nostra, 'Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita e affini) sanno approfittare determinate opportunità ed è chiaro che anche un solo giorno fuori dal carcere può rafforzare il ruolo del singolo, ma anche dell'intera famiglia mafiosa.
Ed è assolutamente semplicistico dire che molti dei provvedimenti riguardano soggetti che attendono l'esito finale del giudizio o per i quali i processi non sono neppure iniziati.
Va comunque considerato il segnale che viene colto, tanto all'interno quanto all'esterno delle carceri.
Nessuno mette in discussione il diritto alla salute del detenuto. Proprio per questo si sarebbe potuto, e dovuto, intervenire con programmazione sia prima che durante l'emergenza Covid-19.
Un altro punto al centro del dibattito riguarda l'assoluta autonomia del giudice nella valutazione e nella decisione finale. Ad accettare le istanze e a concedere la detenzione domiciliare sono i magistrati di sorveglianza, per i detenuti con condanna definitiva, mentre per gli altri, sono i giudici delle indagini preliminari o quelli dei processi ancora in corso.
A loro devono essere offerti i giusti strumenti per poter compiere le valutazioni di sorta.

Nuovo decreto?
Tardivamente (dopo l'allarme lanciato dalla Procura nazionale antimafia) il 30 aprile il Governo è intervenuto con un decreto in cui si stabilisce che per permessi e scarcerazioni si rende obbligatorio il parere delle Direzioni distrettuali antimafia (per i detenuti per mafia e terrorismo) e della Direzione nazionale (per i detenuti al 41-bis).
In un'intervista a Il Corriere della Sera, la dottoressa Antonietta Fiorillo, presidente del Coordinamento nazionale dei magistrati di sorveglianza, mette in evidenza alcuni limiti: "In quel decreto non c’è una parola per i '41 bis' che non scontano una pena definitiva, e mi pare una discrasia che non capisco. In generale ogni informazione utile è per noi un elemento in più per prendere la decisione giusta. Anche prima era prevista la possibilità di chiederle, ora è diventato un obbligo così il governo ha voluto dare la percezione di una stretta, ma il problema del parere delle Procure è un altro. Più che il parere a noi interessano i dati di fatto sui quali è fondato, ma se come spesso accade ci mandano l’elenco delle sentenze di condanna o dei procedimenti in corso, non ce ne facciamo niente: quegli atti li conosciamo già, sono il punto di partenza del nostro lavoro. A noi servono informazioni sull’attualità dei collegamenti con l’associazione mafiosa, i nuovi contesti criminali". Rispondendo ad una domanda del collega Giovanni Bianconi rispetto alla valutazione fatta da alcuni giudici che hanno scarcerato capimafia sul presupposto che l’età avanzata e la lunga detenzione ne riducono la pericolosità, senza parlare dei singoli casi ha commentato: "In generale dico che per i capimafia l’età avanzata non significa niente. Errori e valutazioni sbagliate sono sempre possibili, anche nei nostri provvedimenti, ma non si può generalizzare. Io credo che il nostro lavoro richieda un costante contatto con il carcere e i detenuti; bisogna guardarli in faccia, è necessario il dialogo e il confronto, non possiamo decidere solo sulle carte".

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Giulio Andreotti


Come annunciato durante il question time dal ministro Bonafede, in via Arenula si è al lavoro per realizzare un nuovo decreto legge che non funzionerà come un nuovo "ri-ordine di arresto". Secondo indiscrezioni sembra che per quei detenuti che non erano ancora in "esecuzione pena" (cioè non erano condannati definitivamente) dovranno essere le Procure o le Procure generali a chiedere, nella fase 2 dell‘emergenza sanitaria, di riconsiderare le posizioni in base ai mutamenti intervenuti.
Per quanto riguarda i detenuti definitivi scarcerati dai magistrati di sorveglianza, in base alla nuova normativa, in virtù dell’evoluzione della pandemia che è stata il presupposto delle loro decisioni, dovranno rivalutare caso per caso e verificare se ancora non ci siano soluzioni per tenere i reclusi all’interno di strutture opportunamente protette interne o esterne agli istituti di pena o strutture ospedaliere specializzate.
Inoltre sarà prevista una revisione periodica, ogni mese o con altre scadenze, che i giudici di sorveglianza dovranno rispettare per confermare o meno la detenzione domiciliare.

Allargando l'orizzonte
Ma ci sono anche altri aspetti che vanno considerati. Perché il dibattito non può riguardare solo i detenuti per mafia. Perché a conti fatti, in base al rischio contagio Covid-19, sono usciti migliaia di detenuti. Ottomila secondo quanto riferito dal consigliere togato del Csm, Sebastiano Ardita in una video intervista rilasciata all'associazione "Memoria e Futuro". "Il rapporto tra detenzione e la maggior circolazione del virus sembrerebbe gravemente smentito, ma su questo presupposto sono uscite circa 8000 persone dal carcere. - ha dichiarato - Un esito che rimarrà penso nella storia del nostro Paese. Non c’è mai stata una dismissione così massiccia di detenuti mafiosi dal carcere".
Certo è che il problema del sovraffollamento delle carceri, divenuto impellente negli ultimi mesi, era noto da tempo. Eppure negli anni si è fatto poco per migliorare la situazione.
Non solo. Denuncia sempre Ardita che "da qualche anno c’è una gestione della sicurezza interna che probabilmente nuoce al rispetto delle regole interne. Perché c’è un’apertura delle celle un poco indifferenziata che non tiene conto dei livelli di pericolosità".
Alla domanda se il Covid-19 sia stato un rischio nelle carceri Ardita risponde: “Non è stato fatto uno studio, e questo è abbastanza grave, e dunque non c’è la prova che sia così, ma abbiamo un indizio forte, ma forse anche una prova, del contrario, del fatto che in carcere il virus si sia diffuso per la metà rispetto all’esterno. Il garante dei detenuti riferisce 138 casi in carcere, a fronte di oltre 100 mila della popolazione nazionale. Inoltre ci sono stati zero casi di morte per coronavirus connessi ad un contagio in carcere, 28 mila tra le persone libere".

Foto © Imagoeconomica

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