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di AMDuemila
"Introdotta la figura dell'imprenditore in rapporto con Cosa Nostra ma socialmente non pericoloso"

Nei giorni scorsi la seconda sezione della Corte d'Appello (presidente dottoressa Quartararo; consiglieri dottore Fallone e dottore Maggiore), ha emesso una sentenza di dissequestro per tutti i beni dell’editore catanese Mario Ciancio Sanfilippo che era stato precedentemente disposto dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale. Un provvedimento che fa discutere e che con motivazioni particolarmente creative definisce il discusso imprenditore catanese, Mario Ciancio Sanfilippo, sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa, come "non pericoloso" seppur "contiguo a Cosa nostra". Una valutazione che in qualche maniera entra a gamba testa sul diritto vivente sul concorso esterno.
Raggiunto dalla reazione de "I Siciliani giovani" il Procuratore della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro, spiegando che il ricorso per Cassazione compete alla Procura Generale e non a quella distrettuale, ha rilasciato un'importante dichiarazione che permette di comprendere quanto sia discutibile la decisione del giudice: "Ho già dato disponibilità all’applicazione del magistrato di questo ufficio che ha seguito, unitamente al magistrato della Procura Generale, il procedimento in appello, affinché collabori nella predisposizione del ricorso, che ritengo sommamente opportuno per la verifica di alcuni principi di diritto enunciati nel decreto che mi sono sembrati innovativi e opinabili".
Poi ha aggiunto: "Mi riferisco in particolare alla introduzione di una nuova figura di imprenditore, rispetto a quella dell’imprenditore vittima e dell’imprenditore colluso, quella dell’imprenditore che ha con Cosa Nostra rapporti di vicinanza/amicizia che però non lo renderebbero socialmente pericoloso perché, a differenza del giudice di primo grado, la Corte non avrebbe ritenuto che i vari episodi sottoposti alla sua attenzione provassero i favori resi dal proposto al sodalizio mafioso". Zuccaro ha parlato di "stupore" rispetto alla decisione della Corte laddove "pur in mancanza di qualsiasi indizio circa il pagamento di un pizzo da parte del proposto in favore di Cosa Nostra, cosa ammessa dalla stessa Corte, essa abbia ritenuto tale circostanza certa perché un imprenditore 'protetto', come essa ha ritenuto aprioristicamente il prevenuto, non poteva non pagare il pizzo, mentre non si sia posto il quesito su come un imprenditore potesse essere diventato da imprenditore vittima, sottoposta a 'protezione', imprenditore in rapporti di vicinanza/amicizia (questo sarebbe stato secondo la Corte il cursus honorum del proposto) senza rendere alcun favore all’organizzazione mafiosa". Proprio questi aspetti potranno essere approfonditi dal Giudice di legittimità una volta che sarà presentato il ricorso. Un altro argomento sul tavolo è poi quello delle implicazioni sociali e culturali che si sono generate in presenza di un imprenditore, per decenni editore del più letto giornale etneo, comunque in rapporti di vicinanza ed amicizia con ambienti criminali.
Zuccaro auspica l'apertura di un dibattito da parte di soggetti diversi dagli operatori del diritto, a prescindere dalle ulteriori vicende giudiziarie che si potranno sviluppare prossimamente.

Foto © Imagoeconomica

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