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E l'uomo di Zambada sul territorio
Italia sempre più al centro del narcotraffico
di Aaron Pettinari

Lo scorso mese i militari della Guardia di Finanza di Catania, nel corso di una indagine coordinata dalla Dda della Procura della Repubblica di Catania, hanno arrestato quattro persone - tra cui due narcotrafficanti vicini al cartello messicano di Sinaloa - e sequestrato 406 chili di cocaina arrivati all'aeroporto di Catania l’11 gennaio con un volo merci.
L'operazione, denominata "Halcon", ha così svelato un traffico di stupefacenti internazionale tra il Sud America e l'Italia dove la città siciliana veniva individuata come "hub" per far sbarcare lo stupefacente da rivendere, poi, in Nord Italia.
I numeri dell'operazione non sono pari a quella che le scorse settimane ha portato al sequestro, nel porto di Livorno, di oltre tre tonnellate di cocaina, ma certamente vi è la prova di come il nostro Paese sia riconosciuto come cruciale per il traffico mondiale di stupefacenti.
Fermo restando che la criminalità organizzata italiana, in particolare la 'Ndrangheta, è attualmente riconosciuta come "leader" in questo "settore" nel mercato occidentale, non si può non notare come proprio queste ultime due inchieste mettono in evidenza l'esistenza di vere e proprie organizzazioni internazionali che vanno anche oltre le mafie nostrane.
Viene difficile pensare che un carico di cocaina possa giungere nella città etnea, ed essere anche nascosta in un deposito ad Acireale, senza che Cosa nostra fosse quantomeno informata della movimentazione ma, questi sono i dati agli atti dell'inchiesta.
Gli investigatori mirano a stringere il cerchio attorno al "fuggitivo" Rivera Zazueta Jose Angel, conosciuto come “El Flaco”, uno degli uomini più vicini “a Ismael Zambada Garcia, alias “El Mayo” - nato a Culiacàn (Messico) nel 1948 - capo del “cartello” messicano di Sinaloa e ritenuto la “primula rossa” del narcotraffico messicano”.
Nell'ordinanza del Gip Maria Ivana Cardillo viene indicato come "organizzatore e responsabile” del traffico stando che lo stesso narcos (così è emerso nel corso dell'indagine che ha visto anche l'utilizzo di un agente sotto copertura) si è presentato come "referente in Italia del cartello messicano di Sinaloa”. Anche nelle intercettazioni è emerso il suo "ruolo direttivo”, tanto che veniva informato di ogni passo che lo stupefacente, proveniente dalla Colombia, faceva lungo il territorio nazionale e non solo (il carico è partito da Bogotà, è transitato per Madrid e per Roma, quindi è arrivato a Catania i primi di gennaio, ndr).
Catania era solo la "base logistica" per spacchettare la cocaina che doveva essere distribuita nel Nord Italia ed in Europa.
Ma gli interessi erano globali.
La cocaina veniva prodotta nella "jungla" in laboratori colombiani appositamente costruiti per produrre grosse quantità di cloridrato di cocaina.
Una sostanza raffinatissima che, come confermato dagli inquirenti, aveva una percentuale di purezza pari all'80 per cento.
Questa, una volta "tagliata" almeno altre quattro o cinque volte, avrebbe moltiplicato in maniera esponenziale i guadagni dei rivenditori.
In una delle conversazioni intercettate dai finanzieri tra i due guatemaltechi "Tito" Ortefa Ubeda e "Felix" Ruben Villagran Lopez (entrambi raggiunti da un fermo il 23 gennaio scorso), giunti in nord Italia nei pressi del lago di Garda anche per incontrare delle persone che dovevano pagare tre chili di droga che erano stati consegnati per "provare" la merce, parlavano anche di possibili acquirenti "forti", cinesi, che "hanno bisogno di vedere 1 per comprarne 50".
Di fronte ai numeri vengono in mente alcune considerazioni del Procuratore generale di Palermo, nel suo intervento sul palco della festa de Il Fatto Quotidiano alla Versiliana, nel 2017.
Parole che vale la pena ricordare per comprendere in che misura, oggi, il fenomeno del narcotraffico possa davvero condizionare l'intero Sistema economico mondiale.
"Qualche anno fa - ricordava il magistrato rispondendo ad una domanda di Gianni Barbacetto - Time ha pubblicato una graduatoria dei giganti del capitalismo americano. Nei primi 20, accanto a Rockefeller e Bill Gates, ha messo anche Lucky Luciano. Ho chiesto ad alcuni giornalisti del Time il perché della loro scelta. Risposta: 'Prima di Lucky Luciano la mafia americana era come quella siciliana, predatrice, quella delle estorsioni, del racket. Lucky Luciano ha un colpo di genio: negli anni del proibizionismo si rende conto che milioni di americani volevano beni e servizi vietati e si inventa la mafia mercatista, che offre sul libero mercato beni e servizi per cui c’è una domanda di massa. A fronte di questa offerta, introita capitali che immette nel circuito produttivo, aiutando il capitalismo americano a decollare'. Questa è diventata una storia italiana".
E poi ancora: "Dal 2014, l’Ue ha stabilito che nel calcolare il Pil dei Paesi membri bisogna calcolare anche il fatturato della droga, della prostituzione e del contrabbando. Me lo sono fatto spiegare da alcuni economisti: la mafia delle estorsioni sottrae risorse al ciclo produttivo, se impone il suo monopolio è contro la concorrenza e zavorra il Pil, la mafia mercatista invece, che offre droga e prostituzione, a fronte della libera trattazione riceve una prestazione monetaria che fa crescere il Pil. Quindi, ormai, la distinzione di base è tra una mafia predatrice violenta classica e quella nuova, che aumenta il Pil. La mafia russa, in un momento di crisi dell’economia spagnola, ha cominciato a investire nella costruzione di villaggi, facendo girare l’economia, e io credo che molti Paesi dell’Ue, in momenti di recessione come questo, non abbiano interessi a fare l’analisi del sangue ai capitali esteri che investono". "Perché non c’è una reazione popolare? - si domandava Roberto Scarpinato - Io non credo sia per paura, credo che invece la mafia mercatista, che si è insediata al Nord, si rapporti alle popolazioni come un’agenzia che offre beni e servizi, immette capitali, fa girare l’economia e che quindi sta diventando molto più pericolosa di quella di Totò Riina e Bernardo Provenzano".
La confusione era tanto amara quanto socialmente drammatica: "Dopo la globalizzazione, la creazione di un mercato unico delle merci, la crescita di reddito dei Paesi emergenti consente milioni di nuovi ricchi nel mondo che vogliono imitare lo stile di vita occidentale, il volume globale degli affari di mafia è cresciuto in maniera tale che non è gestibile penalmente. Questo è il terreno di riflessione che manca".

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