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di Karim El Sadi
Il pentito Di Giacomo sentito a Caltanissetta nel processo contro il superlatitante

I fratelli Graviano e Matteo Messina Denaro (in foto) passarono diversi momenti insieme, in giro per l’Italia. Un periodo in cui pianificarono le strategie di attacco alle istituzioni. A raccontarlo è Giuseppe Di Giacomo ex membro di spicco del clan dei Laudani di Catania, sentito ieri davanti alla Corte d’Assise di Caltanissetta, dove si celebra il processo a carico del superlatitante trapanese, accusato di essere uno dei mandanti delle stragi del 1992. Di Giacomo, oggi collaboratore di giustizia, ha affermato che queste trasferte non erano altro che “viaggi volti a pianificare quelle strategie di attacco alle istituzioni mascherati come viaggi vacanza in compagnia delle rispettive consorti. In pratica - ha spiegato il pentito - univano l’utile al dilettevole”. In particolare i capi mafia si erano recati “a Forte dei Marmi in Toscana, a Milano, in Sardegna, in laguna a Venezia”, ha raccontato Di Giacomo nel corso del controesame rispondendo alle domande dell’avvocato Salvatore Baglio. In questi luoghi, ha continuato il pentito, Matteo Messina Denaroera sempre presente, me lo disse Filippo Graviano”.
Nel corso della sua deposizione Giuseppe Di Giacomo è tornato a riferire davanti alla Corte anche di quel tentativo di scalzamento dei Santapaola, da parte di Cosa nostra palermitana, in favore di Santo Mazzei, uomo di fiducia dei Corleonesi. Circostanze, queste, rivelate anche da un altro uomo di punta della mafia catanese, Francesco Squillaci (anche lui oggi collaboratore di giustizia), uno degli ex killer prediletti di Nitto Santapaola. “Già nel ’91 all’interno di Cosa nostra venne messa in atto un'opera di destabilizzazione contro i Santapaola sostenendo invece Santo Mazzei”, ha dichiarato Di Giacomo. Il motivo? “Mazzei era una persona graditissima al vertice palermitano di Cosa nostra rappresentato da Totò Riina, Leoluca Bagarella, i Graviano e lo stesso Matteo Messina Denaro - ha spiegato in aula il collaboratore di giustizia. - All’interno del sodalizio vi erano quindi due fazioni. Non in modo apparente ma sotto mentite spoglie. Si parlò apertamente di un attacco allo Stato e lo stesso Santapaola in separata sede con me e Gaetano Laudani (ex compagno di detenzione del pentito, ndr), in disaccordo, non condivideva la strategia di attacco diretto ordinato da questo potere decisionale”, ha concluso Di Giacomo.

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