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Il consigliere togato: “In democrazia è inaccettabile imporre e subire condizionamenti nella espressione delle opinioni”
di Marta Capaccioni


"Non si deve tacere di fronte a ciò che si ritiene sbagliato, in democrazia è inaccettabile imporre e subire condizionamenti nella espressione delle opinioni. Ascoltiamo per questo preoccupati, ma non in silenzio, notizie di possibili riforme che vorrebbero imporre i tempi della giustizia, prevedendo sanzioni disciplinari per i magistrati in caso di durata superiore a quella prevista”.
Queste sono state le parole pronunciate con grande risolutezza dall’ex pm antimafia e anticorruzione e oggi consigliere al Consiglio Superiore della magistratura (CSM), Sebastiano Ardita, in occasione della cerimonia annuale di apertura dell’anno giudiziario svoltasi a Catania. Parole con le quali il magistrato ha dato prova del timore di fronte alla nuova riforma sulla prescrizione, e non solo. Un intervento che è andato al cuore della crisi della Giustizia che riguarda il nostro Paese “ed anche quella dell’autogoverno che - come ha spiegato il magistrato - risentono della crisi di rappresentanza più generale delle istituzioni elettive”. Ardita ha lanciato così un appello a tutti i cittadini italiani e, in particolare, agli organi politici e giudiziali, specificando come queste crisi “non possano essere sottovalutate”, in quanto “finiscono per impattare su presidi che riguardano l’interesse dei cittadini e la democrazia”. All’inaugurazione dell’anno giudiziario a Catania, dove Procuratore capo è Carmelo Zuccaro, ha presentato la propria relazione il Presidente della Corte d’Appello Giuseppe Meliadò.

Cosa Nostra a Catania. Meliadò: “La mafia, un’imprenditrice sempre attiva”
“La mafia è un’imprenditrice sempre attiva”, ha chiarito il magistrato Meliadò a Catania, sottolineando in particolare l’attività di Cosa Nostra che, nel Distretto della città, "non appare finalizzata a perseguire il monopolio dell’attività criminale di basso, mirando piuttosto alla gestione di attività economiche particolarmente redditizie ma di difficile individuazione”. Quest’ultime danno vita ad una “sistematica infiltrazione” della mafia “nel settore economico, che finisce per depotenziare ed escludere dal mercato l'iniziativa imprenditoriale sana”. Il Presidente ha parlato poi del “duro contrasto all’immigrazione clandestina che continua ad incidere ancora sul Distretto”. E ha concluso il suo intervento ricordando l’anno appena trascorso, definendo quest’ultimo un “annus horribilis per la magistratura” e spiegando infine come lo scandalo del Maggio scorso, abbia dato vita ad un dibattito “sui valori morali e sui principi costituzionali che sorreggono l’indipendenza della magistratura”.

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Il Presidente della Corte d’Appello, Giuseppe Meliadò © Imagoeconomica


Sul Csm: “Cade la stagione più nefasta per l’autogoverno della magistratura”
“La stagione più nefasta” l’ha definita il consigliere togato del Csm che, come ricorda il magistrato, “sembra frettolosamente archiviata come fatto episodico e circoscritto ai protagonisti, da cui è troppo semplice adesso prendere le distanze mentre, invece, meriterebbe una riflessione più profonda sul tradimento della rappresentanza dei magistrati ed una risposta radicale sotto il profilo normativo e istituzionale”.
Come Presidente della Prima Commissione del Csm, Ardita, ha fatto riferimento alla materia di competenza di quest’ultima e della sezione Disciplinare, chiarendo come durante l’anno appena trascorso si siano registrati “fatti gravi, notizie di arresti e di indagini a carico di appartenenti all'ordine giudiziario anche per episodi di corruzione e di collusione con ambienti mafiosi”. La Prima Commissione ha competenza sulle incompatibilità ambientali che per varie ragioni possono portare al trasferimento o al licenziamento del magistrato e, come ha affermato Ardita, la Commissione “sta svolgendo un’attività senza precedenti per la quantità e la rilevanza delle questioni trattate. Solo in un trimestre sono state avviate sette pratiche di incompatibilità ambientale di cui una parte definite con trasferimenti volontari, altre sospese per il sopraggiungere di procedimenti penali o disciplinari. Una buona parte riguardano capi di uffici, alcuni in posizioni apicali”.

Prescrizione. “Non è la strada da seguire per riformare la giustizia”
“Attendiamo di leggere il testo finale della riforma" ha affermato il magistrato facendo riferimento al testo della riforma sulla Prescrizione voluta dal Ministro della giustizia Alfonso Bonafede, che la prossima settimana sarà in Commissione Giustizia della Camera. “Vogliamo sperare - ha detto Ardita - che le anticipazioni di stampa siano imprecise perché, come abbiamo avuto modo di osservare, rispetto alla durata dei processi, le variabili sono dettate dalle norme che richiamano la responsabilità politica del Governo e del Parlamento. Mentre l'eventuale colpa del giudice, oltre ad essere facilmente individuabile, viene prontamente rilevata e - come vedremo - rigorosamente sanzionata”. “Quella di prevedere per legge la durata dei processi - ha osservato Ardita - è dunque una misura disarmante per la sua ingenuità e ricorda tanto l'antecedente del tumulto di San Martino del 1628 ricordato da Manzoni: l'editto con cui il gran cancelliere Ferrer pensò che fosse possibile con un suo provvedimento di abbassare il prezzo del pane. Le conseguenze di quel decreto culminate nella rivolta sono note a tutti. Non è questa dunque - ha concluso il componente del Csm - la strada da seguire per riformare la giustizia”.

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Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede © Imagoeconomica


“Dovere di denuncia quando la giustizia non funziona”
"Abbiamo il dovere della chiarezza, della denuncia, della nettezza delle posizioni”, ha chiarito con decisione il consigliere togato, “senza il timore di apparire irriverenti se diciamo che la Giustizia non funziona, che il re è nudo. Non si tratta affatto di ricercare soluzioni che conculchino diritti o impongano sanzioni ingiuste, ma solo di garantire un risultato minimo: la fisiologica celebrazione dei giudizi”. Parole che alludono all'"atto di ostracismo che giunge dalla Camera Penale di Milano nei confronti di Piercamillo Davigo, che appare, come ha detto Ardita, “irricevibile ed inqualificabile”. “Ed altrettanto incomprensibili - ha continuato - le prese di distanze che arrivano anche dall'interno o gli inviti alla moderazione che sanno di vecchio regime consociativo". A questo proposito "la giustizia - ha aggiunto - soffre per la presenza di corporazioni e di potentati - non solo esterni ma anche interni alla magistratura - abbiamo bisogno di confronto, di dibattito, di fresco profumo di libertà, non di censure o di messe al bando”. Perché come responsabili del governo autonomo e prima ancora come magistrati “noi dobbiamo innanzitutto essere rigorosi con noi stessi, rinunciare agli atteggiamenti di parte, alla occupazione degli spazi, alle opzioni preconcette. Dobbiamo contrastare con ogni mezzo ogni condotta di appannamento della funzione. Ma al tempo stesso spetta a noi tutti e in particolare ai giovani, di essere determinati nella capacità di liberarsi dalla stretta dei condizionamenti che giungono da ogni potentato, esterno ed interno, nazionale o locale. E ricordare che il sistema di giustizia nelle democrazie è un sistema di regole a tutela degli ultimi, nel quale tutti - ha argomentato - devono poter svolgere senza preclusioni la propria parte. Gli imputati, per far valere i propri diritti, i giudici e i pubblici ministeri per affermare e promuovere la Giustizia, anche quando si tratti di dar torto all’imperatore e ragione al mugnaio di Berlino. E occorre ricordare sempre - a chi volesse appendersi ad uno dei due piatti della bilancia, o ridurre al silenzio il proprio interlocutore - che, per dirla con Sartre, se noi tutti vogliamo la libertà allora - ha concluso - Io sono obbligato a volere insieme la mia libertà e la libertà degli altri; né posso prendere la mia libertà come fine, se non prendo come fine la libertà degli altri”.

LEGGI L'INTERVENTO INTEGRALE: Sebastiano ARDITA

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