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L’intervento del Procuratore generale di Palermo alla cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario nel capoluogo siciliano

Le circolari del C.S.M che disciplinano lo svolgimento delle cerimonie di inaugurazione dell'anno giudiziario nei vari distretti giudiziari, sottolineano l'esigenza di "basare l'indicazione dei problemi innanzitutto sui dati e le analisi statistiche".
Tuttavia, nei pochi minuti a mia disposizione, farò solo qualche sporadico accenno a tali dati. In primo luogo perché la relazione del Presidente della Corte contiene una esposizione dei flussi statistici dell'attività svolta dalla magistratura del distretto ed una analisi delle criticità riscontrate talmente approfondite da esonerarmi dal ripercorrere a mia volta gli stessi itinerari argomentativi. In secondo luogo perché le statistiche giudiziarie hanno una eloquenza esplicativa dei complessi problemi della giustizia in buona misura apparente. Dicono molto sulla produttività e i deficit dell'apparato giudiziario, ma nulla o poco sulle radicate e strutturali cause sociali che continuano a generare e a perpetuare nel tempo una quota rilevatissima di reati della più diversa tipologia che sovraccaricano i ruoli della magistratura requirente e giudicante. E nulla o poco dicono anche sui motivi della sostanziale impotenza del sistema di giustizia penale ad incidere, nonostante le ingentissime risorse profuse, su tali cause strutturali, fallendo così in buona misura la sua mission istituzionale che non è certo quella di assicurare ogni anno il pareggio aziendale di bilancio tra input e output, ma piuttosto di assicurare l'ordinata convivenza sociale disincentivando la proliferazione del crimine mediante l'irrogazione delle pene a coloro che hanno trasgredito i precetti penali e rieducando alla legalità i condannati. Un dibattito che non si interroghi anche sui concreti esiti sociali della amministrazione della giustizia e sulle cause strutturali che perpetuano il crimine, rischia di divenire, nonostante le migliori intenzioni, sovrastrutturale ed autoreferenziale. Un discorso di apparato.

Non avendo il tempo per svolgere una esposizione articolata delle complesse tematiche accennate, mi limiterò ad alcuni cenni esemplificativi, muovendo da una vicenda criminale apparentemente minore ma che tuttavia, come proverò ad argomentare, è come un piccolo frammento di uno specchio che riflette nel particolare l'immagine dell'intero o di buona parte dell'intero. Mi riferisco alla nota vicenda criminale dei c.d. "Spaccaossa". La Procura della Repubblica di Palermo ha condotto tre inchieste sfociate in numerosi provvedimenti di custodia cautelare e nella incriminazione di ben 359 persone - Tantalo, Tantalo bis e Contra Fides - che hanno portato alla luce l'operato di associazioni criminali specializzate in truffe seriali ai danni delle compagnie assicurative mediante finti incidenti stradali per un valore complessivo di circa dodici milioni di euro. Per simulare gli incidenti gli organizzatori procuravano fratture alle gambe e alle braccia con pesi di ghisa e mattoni a vittime consenzienti, disposte a subire atroci dolori e menomazioni fisiche permanenti in cambio di somme miserevoli dai trecento alle settecento euro, mentre gli organizzatori tenevano per sé i premi di varie migliaia di euro corrisposti per ogni singolo incidente dalle compagnie assicurative. Tenuto conto della dimensione del fenomeno, l'inchiesta ha aperto uno squarcio sulle drammatiche condizioni di vita, sulla estrema miseria in cui nella Sicilia dell'anno giudiziario del 2020 versa una moltitudine di persone talmente disperate da fare la fila per farsi rompere le ossa in cambio di pochi spiccioli. Da un punto di vista meramente statistico questa vicenda è solo un numero tra i tanti nel totale delle migliaia di reati di truffa consumati nel distretto di Palermo.

Da un punto di vista sostanziale pone invece interrogativi meritevoli di riflessione. Quale efficacie deterrente può avere un ordinamento penale che minaccia l'irrogazione di pene detentive nei confronti di persone talmente disperate da accettare di subire la pena di atroci dolori e di menomazioni permanenti per un tozzo di pane? Quale efficacia rieducativa alla cultura della legalità può assolvere la pena inflitta nei confronti di persone che dopo il carcere saranno restituite alle vite miserevoli di prima e di sempre? Come accennavo prima la vicenda dei c.d. "Spaccaossa" non è un caso estremo ed episodico ma piuttosto uno specchio rivelatore di fenomeni strutturali di più ampia portata che attraversano in varia misura e in vari modi il diritto penale vivente. Seguendo lo stesso filo conduttore, interrogativi di natura analoga si ripropongono per una quota significativa dei reati di furto che rappresentano la parte numericamente più rilevante del carico di lavoro delle procure e che quest'anno hanno registrato un incremento complessivo del più 20% rispetto all'anno precedente: 29.949 reati rispetto a 24.872. Un numero elevato di furti sono consumati in danno di aziende che erogano le forniture di acqua, gas ed energia elettrica o in danno di supermercati e sono perpetrati da persone in stato di disagio economico abitanti nei quartieri più popolari, gli stessi quartieri contrassegnati da una dispersione scolastica che tocca la soglia del 40%, da tassi di disoccupazione elevatissimi e da un reddito pro capite tra i più bassi di Europa.

Nonostante la Procura della Repubblica di Palermo per far fronte all'imponenza dei numeri si sia efficacemente attrezzata mediante la creazione di una struttura centralizzata denominata Ufficio FDS (Furti su servizi domestici), e nonostante le pene inflitte, il fenomeno, come ha rilevato il Procuratore di Palermo, ha registrato un rilevante incremento. Ci troviamo dinanzi ad un caso emblematico di efficienza-inefficace: i processi vengono definiti, le pene vengono irrogate ma, ciononostante, il sistema penale non riesce a sortire né l'effetto di una riduzione né quello di un contenimento del fenomeno che anzi si incrementa.
La risposta a questo paradosso non sta all'interno dei codici e dei palazzi di giustizia, ma nella realtà sociale di una illegalità di sussistenza che non è ovviabile né aumentando le pene né accelerando i tempi di definizione dei processi. Una illegalità di sussistenza che procede di pari passo all'incremento del tasso di povertà che in Sicilia ha raggiunto la percentuale del 40,7% a fronte di un tasso nazionale dell'11,3%. Oltre quattro persone su dieci hanno un reddito disponibile dopo i trasferimenti sociali inferiore al 60% di quello medio nazionale. La percentuale di disoccupazione tra i giovani tra i 18 e i 29 anni nel 2018 ha superato il 45% e il 33,3% tra i 25 e 34 anni. Secondo i numeri dell'ultimo rapporto Svimez negli ultimi quindici anni più di due milioni di persone hanno lasciato il Sud, al ritmo di undicimila al mese. Alcuni paesi della Sicilia sono quasi desertificati.
Ed è all'interno di questo contesto globale che si trova la chiave di lettura che spiega il paradosso prima accennato della efficienza - inefficace, di un ordinamento penale che non riesce a farsi ordinamento sociale nonostante la minaccia delle sanzioni penali e nonostante l'irrogazione delle pene a seguito dei processi celebrati. Dinanzi ad esigenze prioritarie di sussistenza, la minaccia di sanzioni penali resta priva di ogni efficacia deterrente.
Quanto alle pene inflitte anch'esse restano prive di ogni efficacia.

Le pene pecuniarie non possono essere riscosse in sede di esecuzione perché i condannati sono incapienti, non hanno cioè le risorse economiche per pagarle. Le pene pecuniarie inesigibili e le pene detentive brevi sino a sei mesi vengono convertite in libertà controllata che in sostanza consiste nell'obbligo di firma una volta al giorno negli uffici di polizia. Quanto alle pene detentive più gravi, le disposizioni di legge in tema di lavoro penitenziario e quelle sulla valorizzazione del lavoro di pubblica utilità, che dovrebbero perseguire le finalità di rieducazione e di risocializzazione, continuano a far registrate un cronico e gravissimo problema di effettività per mancanza di risorse e di offerte di lavoro. Secondo le statistiche del DAP il tempo medio di permanenza in carcere per il reato di furto è di 250 giorni, con un tasso di recidiva elevato che determina un continuo pendolarismo degli stessi soggetti tra la miseria dei quartieri di origine e quella delle carceri, contribuendo così al sovraffollamento.
Alla data del 31 agosto 2019 secondo i dati pubblicati dal Ministero della Giustizia nelle 190 carceri italiane i detenuti ristretti erano 60741 rispetto alla capienza regolamentare di 50.469 con un trend in continuo aumento.
Proseguendo nell'analisi delle tipologie di reati che caratterizzano il territorio del distretto, si disegnano progressivamente i contorni di una geografia del crimine tipica dei paesi sottosviluppati ed una significativa crescita dell'area della illegalità nei settori più colpiti dalla crisi economica. Dal 2012 al 2018 si registrano 51509 occupati in meno ed una correlativa crescita del lavoro irregolare dal 19,5% al 21%, con uno scarto di ben otto punti in più rispetto alla media nazionale. Nel 2018 i settori con un tasso di irregolarità maggiore sono stati quelli dell'agricoltura (38%), delle costruzioni (25%), dei servizi (25%), del manufatturiero (1,9). Alla crescita del lavoro irregolare si accompagna la crescita di una vasta costellazione di reati: dal caporalato, all'evasione fiscale, alla violazione delle norme antiinfortunistiche, a quelle sulla igiene, a quelle edilizie, etc. I casi di omicidio colposo per infortuni sul lavoro sono cresciuti del 22%, 60 morti sul lavoro, 11 in più rispetto all'anno precedente. Il dato apparentemente distonico della flessione numerica dei reati di lesioni colpose per infortuni sul lavoro (- 35%), si spiega con il fatto che tanti di tali infortuni vengono dissimulati come incidenti extra lavorativi, con l'acquiescenza degli infortunati timorosi di perdere altrimenti l'occupazione.

Quanto al caporalato, appare emblematica una recente inchiesta della Procura della Repubblica di Termini Imerese che ha portato alla luce lo sfruttamento schiavistico di numerosi braccianti agricoli siciliani costretti dallo stato di bisogno ad accettare di lavorare sino a tredici ore al giorno per la misera paga di 25 euro, meno di due euro all'ora. Sembra che l'orologio della storia sia tornato indietro ai tempi della Sicilia degli inizi del 900". La Procura di Agrigento ha accertato altri casi di caporalato realizzati con lo sfruttamento schiavistico di braccianti provenienti dall'Ucraina, disposti a lavorare per merce di infime e orari di lavoro massacranti facendo concorrenza ai braccianti locali, in una guerra tra poveri che alimenta negli strati popolari l'insofferenza nei confronti di immigrati vissuti come persone che rubano loro il lavoro o li costringono a sottostare alla volontà degli sfruttatori. Altra espressione tipica di questa geografia del crimine del sottosviluppo è la crescita costante di tutti i reati legati al ciclo del cemento e in particolare l'abusivismo edilizio.

Mentre al Nord l'abusivismo edilizio si è ridotto entro limiti fisiologici scendendo negli ultimi due anni dal 7,6% al 5,7%, nelle isole nello stesso periodo si registra un tasso di incremento dal 43% al 47%.
Il tasso di abbattimento degli edifici abusivi è inferiore al 3%. indicativo di una persistente ed insormontabile mancanza di volontà da parte di tutte le amministrazioni locali, tranne poche isolate eccezioni, di adempiere ai doveri istituzionali loro imposti dall'ordinamento. L'esiguità del tempo a mia disposizione non mi consente di accennare alle più recenti evoluzioni interne dell'organizzazione mafiosa dopo la morte di Salvatore Riina. Per restare aderente alla prospettiva di analisi prescelta, mi pare tuttavia significativo evidenziare come l'economia criminale del sottosviluppo caratterizzi in questa fase storica anche tutte le principali fonti di locupletazione di Cosa Nostra: le estorsioni, la vendita di stupefacenti, la gestione di agenzie e centri di scommesse. Quanto alle estorsioni che continuano ad essere praticate a tappeto almeno in alcune zone del territorio e della provincia, la chiusura di migliaia di esercizi commerciali e di imprese falcidiate dalla crisi ha progressivamente ridotto in modo significativo la platea numerica dei soggetti da estorcere, concentrando la pressione vessatoria sugli operatori economici che ancora resistono e che spesso versano in situazione di tale precarietà da consentire solo la sopravvivenza con margini di guadagno esigui che vengono frequentemente rimpinguati mediante pratiche illegali della più varia tipologia: dal furto di energia elettrica, all'evasione fiscale, al ricorso al lavoro irregolare, allo smaltimento illegale dei rifiuti.

Criminalità mafiosa e illegalità diffusa si saldano così in un circuito perverso, avvitandosi in una spirale che si autoalimenta. Quanto alla vendita di stupefacenti potenziata da una domanda di mercato in costante crescita, le inchieste condotte dalla Procura di Palermo hanno messo in luce ancora una volta il connubio tra criminalità mafiosa e illegalità di sussistenza.
I componenti dell'organizzazione si dedicano all'acquisto e alla vendita all'ingrosso in posizione defilata operando dietro le quinte. L'attività di spaccio ad altissimo rischio penale in quanto opera allo scoperto sul territorio, viene invece delegata ad una ramificata rete di pusher e di spacciatori che sebbene continuamente falcidiata dagli arresti, viene tuttavia subito ricostituita attingendo ad una riserva inesauribile di manovalanza a basso costo che si concentra nei quartieri popolari come il Borgo Vecchio, Ballarò, Vucciria, Zisa, lo Zen ed altri ancora, e che annovera tra i suoi quadri anche interi nuclei familiari per i quali tale attività di spaccio viene considerata come una normale attività lavorativa che consente la sussistenza economica, e l'eventuale arresto come un normale, seppure increscioso, incidente sul lavoro.
L'antropologia criminale dello spaccio spesso immortalata subito dopo gli arresti dai media, consegna così all'immaginario collettivo le foto di massaie che pochi minuti dopo l'arresto salutano sorridenti la folla dei vicini accorsa a manifestare la propria solidarietà a madri di famiglia che vengono vissute come persone che, in fondo, si sono sacrificate per dare da mangiare ai figli; figli minorenni pure ampiamente impiegati per lo spaccio, come ha relazionato il Procuratore della Repubblica 'presso il Tribunale dei Minorenni che ha registrato un incremento del 26% delle iscrizioni per reati di spaccio di stupefacenti a carico di minorenni. Lo stigma del sottosviluppo non contrassegna solo il versante degli spacciatori ma anche quello dei consumatori.

I clienti abbienti acquistano la cocaina. Coloro che non se la possono permettere si accontentano del crack - la c.d. coca degli ultimi - una droga sintetica formata da un mix di pochi cristalli di cocaina bicarbonato e acidi in grande quantità, che si vende per pochi euro e che ha effetti devastanti sulle cellule cerebrali.
L'espansione progressiva del mercato del crack - circa 1500 dosi vendute ogni giorno - è un ulteriore indice di emersione dell'economia criminale del sottosviluppo. Anche l'attivismo e l'espansione di Cosa Nostra nel settore del gioco e delle scommesse on line, divenuto in questi ultimi anni una significativa fonte di arricchimento per l'organizzazione, appare coerente con la prospettiva di analisi sin qui svolta. Secondo i dati dell'Agenzia delle dogane, in cima alla classifica delle regioni nelle quali è più elevato il volume del gioco di azzardo e delle scommesse, vi sono le regioni più povere del paese tra cui la Sicilia.
Tanti che vivono nell'indigenza e ritengono di non avere alcuna prospettiva di miglioramento (togliere virgola) si affidano come ultima chance alla dea fortuna, spesso dilapidando in questa vana speranza le scarse risorse di cui dispongono. Il progressivo arretramento economico dell'isola, con tutte le conseguenze che si declinano sulla espansione dell'illegalità, non è frutto di un destino avverso, ma chiama in causa la responsabilità delle classi dirigenti nazionali e isolane sotto vari profili. Se la storia della c.d. prima Repubblica è stata caratterizzata dal colossale spreco di risorse di migliaia di miliardi destinati al Sud per promuovere sviluppo ed invece dilapidati nel buco nero della gestione di enormi reti clientelari che, in cambio di favoritismi della più varia tipologia, garantivano un voto di scambio fidelizzato, l'attuale fase storica segnata da riduzioni strutturali della spesa pubblica si caratterizza per la pressoché totale rimozione della questione meridionale dall'agenda politica.

Pur nel radicale cambiamento dello scenario politico ed economico, persiste tuttavia una inquietante e perniciosa continuità tra passato e presente. Mi riferisco alla ininterrotta continuità di una predazione sistematica delle residue risorse pubbliche praticata con le più diverse forme corruttive e l'abuso di potere, da parte di una pletora di colletti bianchi appartenenti alla classe dirigente. Al termine della lettura delle relazioni redatte dai Procuratori della Repubblica del distretto sul versante criminale dei reati contro la P.A., si ha quasi la sensazione di uno Stato accerchiato, contemporaneamente impegnato a difendere la linea Maginot della legalità su due fronti. Da una parte il difficile e impegnativo fronte esterno del contrasto alla criminalità mafiosa, alla criminalità comune e alla illegalità di massa. Dall'altra l'insidioso fronte interno della neutralizzazione dell'attività criminale posta in essere da una pletora di soggetti che occupano postazioni strategiche all'interno del circuito istituzionale e che all'ombra discreta di ovattati uffici pubblici, di salotti bene e di logge massoniche coperte, sono dediti a strumentalizzare i ruoli e poteri pubblici di cui sono investiti per arricchirsi predando le risorse pubbliche e contribuendo così a perpetuare ed aggravare il sottosviluppo. Se l'illegalità dei piani bassi della piramide sociale è alimentata dalla crisi economica, il proliferare di quella dei piani alti è stata invece sin qui alimentata dalla stratificazione di una legislazione che nel tempo e in vari modi ha abbattuto ai minimi termini il rischio ed il costo penale per i reati dei colletti bianchi, come dimostra il fatto che solo lo 0,3% dei detenuti appartiene a tale categoria sociale.

La recente approvazione della legge c.d. Spazzacorrotti e la riforma del regime della prescrizione segnano una inversione di tendenza che non si sa ancora se destinata a stabilizzarsi o ad essere ridimensionata, tenuto conto che su tali temi è in corso da mesi uno scontro politico ad altissima intensità che mette a rischio la stessa tenuta del governo nazionale. Ragioni di tempo mi impediscono di esporre i casi più eclatanti, mi limiterò dunque a fornire un telegrafico elenco della tipologia dei soggetti incriminati e di quelli tratti in arresto per tale tipologia di reati nel periodo in esame: deputati nazionali e regionali, sottosegretari di stato, dirigenti ministeriali, dirigenti di assessorati regionali, dirigenti Genio Civile, dirigenti Anas, direttori Uffici tributari, dirigenti Sanitari, ex rettori universitari e persino vescovi accusati di essersi impossessati dell’8 per mille. La crescita statistica di tale tipologia di reati è costante nel triennio. Più in particolare si registra rispetto al precedente anno giudiziario una crescita del 29% dei reati di corruzione, del 32% dei reati di peculato, del 32% dei reati di malversazione a danno dello Stato e di indebita percezione dei contributi.
L'unico decremento pari a meno 61% si registra per i reati di concussione. La flessione delle iscrizioni per i reati di concussione - in controtendenza rispetto al trend generale si spiega - come ha osservato il Procuratore di Palermo - non con la contrazione della consumazione di tali reati, ma con la contrazione delle denunce e segnalazioni da parte dei soggetti concussi da pubblici amministratori che manifestano la stessa sfiducia nella capacità reattiva delle istituzioni dei soggetti che non denunciano le estorsioni praticate ai loro danni dai mafiosi. Tale analisi è corroborata dai risultati dell'ultimo rapporto Istat sulla Sicilia da cui emerge che il 51,4 % degli abitanti dell'isola crede che ribellarsi alle tangenti sia pericoloso, mentre il 33,8% crede che sia comunque inutile. Per tale motivo la maggior parte dei reati contro la P.A. emerge solo a seguito di autonoma attività di indagine svolta dalle Forze di Polizia e dalla Magistratura, così come avviene appunto per i reati di mafia.

Se queste scarne linee di riflessione appaiono almeno in parte condivisibili, forse è venuto il tempo di rivisitare per il futuro le modalità di svolgimento di queste cerimonie, prendendo coscienza che oggi più che mai la questione giustizia è sempre più inestricabilmente connessa con la questione sociale e con la questione della tenuta dello Stato e che, dunque, il dibattito non può esaurirsi tra tecnici del diritto ed imperniarsi sulle statistiche del lavoro giudiziario, dovendo investire ambiti e tematiche più complesse. Quali sono i motivi per cui nonostante il distretto di Palermo si caratterizzi a livello nazionale per l'elevata produttività degli uffici giudiziari e per la competenza delle forze di polizia, non si riesce a sortire il risultato di una regressione di una amplissima tipologia di reati che anzi si incrementano? Si può porre rimedio a ciò solo elevando le pene e accelerando i tempi di definizione dei processi? Può la minaccia del carcere e l'irrogazione delle pene divenire il surrogato di politiche riformiste e di rilancio dell'economia che sottraggano il Sud ad un destino di cronicizzazione del sottosviluppo e, quindi, ad una economia criminale del sottosviluppo? Ed infine, possono i processi penali supplire alla mancanza di etica collettiva e di senso dello Stato di settori portanti di classi dirigenti incapaci di autoregolarsi e corresponsabili esse stesse del progressivo degrado economico e sociale di una Sicilia che dopo settant'anni di storia repubblicana è tornata al punto di partenza divenendo la regione più povera del paese?

ANTIMAFIADuemila
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