Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

di Aaron Pettinari
Polemica tra Caselli ed il figlio del sette volte Presidente del Consiglio

Nei giorni scorsi, in occasione delle commemorazioni per la morte di Piersanti Mattarella, il Presidente della Regione Siciliana ucciso il 6 gennaio 1980, sulle pagine del Corriere della Sera vi è stato un botta e risposta tra lo storico magistrato Gian Carlo Caselli, oggi in pensione, ed il figlio di Giulio Andreotti, Stefano, rispetto ad alcuni episodi che hanno riguardato il padre e che erano stati ricordati dal primo in un articolo di giornale.
Parlando dell'omicidio Mattarella, Caselli aveva scritto che questi "si caratterizza perché assume i contorni di uno psico-dramma di cui la classe dirigente nazionale appare come la vera protagonista e destinataria, rivestendo tutte le parti del dramma. Quella (facente appunto capo a Mattarella) di chi vorrebbe inaugurare una nuova stagione di auto-riforma della politica, rescindendo ogni rapporto con la mafia ed i suoi alleati. Quella opposta, formata dai peggiori esponenti della corrente andreottiana della Dc regionale, fra i quali i cugini Salvo e l’on. Lima (che assieme a Giulio Andreotti - come accertato nel processo di Palermo a suo carico - addirittura parteciparono a summit con i vertici di Cosa nostra per discutere il «caso» Mattarella). Quella pavida o anche solo rassegnata alla sua impotenza, che fu lo stesso Mattarella a dover constatare, quando - pochi mesi prima di essere ucciso - si recò a Roma per denunziare il suo progressivo grave isolamento, ricavandone la sensazione di essere ormai consegnato al suo destino di morte (di ciò ha testimoniato nel 1981, nel processo per l’omicidio Mattarella, la sua capo di gabinetto)".
Quell'elemento ricordato, sugli incontri avuti tra il sette volte Presidente del consiglio ed i capimafia prima e dopo l'omicidio del 6 gennaio 1980, non è piaciuto al figlio che, il giorno successivo, inviando una lettera al quotidiano, ha replicato: "Il racconto non fu ritenuto attendibile nella sentenza di primo grado che giunse all'assoluzione, mentre una diversa valutazione ne fu data dai giudici di secondo grado, che si pronunciarono essenzialmente proprio su tale base in modo diverso. La sentenza di Cassazione che scrisse la parola fine alla vicenda processuale sostiene che 'i giudici dei due gradi di merito sono pervenuti a soluzioni diverse', ma non rientra tra i compiti della Cassazione 'operare una scelta tra le stesse'; la ricostruzione e la valutazione dei singoli episodi nella sentenza della Corte d'Appello 'è stata effettuata in base ad apprezzamenti ed interpretazioni che possono anche non essere condivisi', sicché agli apprezzamenti e alle interpretazioni della Corte d'Appello 'sono contrapponibili altri dotati di uguale forza logica'. Ne consegue che dalla lettura integrale delle sentenze non si arriva alle conclusioni di certezza sopra richiamate".
Tuttavia la sentenza, al di là delle considerazioni del figlio, letta nel suo complessivo aggiunge anche altro. Perché a pag.170 si ribadisce che "non può ritenersi palesemente viziata - sotto il profilo logico - la conclusione cui la medesima (Corte territoriale, ndr) è pervenuta in ordine all'intera vicenda Mattarella". E proprio perché non vi è una manifesta illogicità nelle motivazioni della sentenza di Appello la Suprema Corte ha rigettato il ricorso di Andreotti. Senza contare poi che la sentenza di primo grado è stata "riformata" in Appello.
Ma cosa dicevano i giudici di secondo grado in merito a quei fatti?
A pagina 169 la Cassazione spiega come Andreotti i mafiosi “li aveva incontrati; aveva interagito con essi; aveva loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire a ottenere, in definitiva, che le (sue) indicazioni venissero seguite; aveva conquistato la loro fiducia tanto da discutere insieme anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati; aveva omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio Mattarella, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza”.
E già a pagina 156 si scriveva che vi erano stati due incontri di Andreotti con Bontate “aventi a oggetto il problema rappresentato da Piersanti Mattarella”, il secondo dei quali va collocato nella primavera del 1980.
Negare gli incontri come se non fossero esistiti, cancellarli dalla memoria dell'opinione pubblica è un'operazione mediatica tale e quale a quella compiuta dai grandi organi di informazione che parlarono di assoluzione piena, omettendo che il reato fu riconosciuto come commesso fino al 1980, ma prescritto.
Il fatto è che proprio i due incontri con Bontate hanno assunto una rilevanza probatoria di notevole rilievo per la responsabilità penale a carico di Andreotti. Una verità "scomoda", si capisce, perché riguarda uno degli uomini politici più potenti ed influenti che la storia d'Italia abbia avuto. Talmente potente che, ancora oggi, si vorrebbe che certi fatti finissero nell'oblio.

Foto © Imagoeconomica

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy