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di Aaron Pettinari e Davide de Bari - Video
Ex senatore Pittelli "cerniera" con mondo politico-imprenditoriale

E' un vero e proprio terremoto giudiziario quello che oggi ha colpito il Vibonese e, al contempo, ha azzerato le articolazioni della cosca criminale dei Mancuso con l'arresto di 334 persone (260 in carcere, 70 ai domiciliari e 4 divieti di dimora), in Italia e all'estero, per un totale di 416 indagati, accusati a vario titolo di associazione mafiosa, omicidio, estorsione, usura, fittizia intestazione di beni, riciclaggio e altri reati aggravati dalle modalità mafiose.
L'inchiesta condotta dai carabinieri del Ros e coordinata dalla procura antimafia di Catanzaro, ribattezzata "Rinascita-Scott", ha avuto inizio dal giorno dell'insediamento del Procuratore capo, Nicola Gratteri, resa ancor più complicata dagli enormi pericoli di fughe di notizie.
Tre anni e mezzo di indagini serrate, condensate in 1263 pagine di ordinanza di custodia cautelare, che hanno portato allo svelamento di una lunga serie di rapporti tra la potente cosca dei Mancuso, originaria di Limbadi ed egemone in tutta la Provincia di Vibo Valentia, e il mondo politico-imprenditoriale con segmenti di massoneria annessi.
Un ruolo centrale in questi rapporti lo avrebbe avuto l’ex parlamentare di Forza Italia Giancarlo Pittelli (in foto), noto avvocato del foro catanzarese e iscritto al Grande Oriente d’Italia.
Scorrendo le pagine dell'ordinanza quest'ultimo viene descritto come un "Giano bifronte", "accreditato nei circuiti della massoneria più potente, è stato in grado di far relazionare la 'Ndrangheta con i circuiti bancari, con le società straniere, con le università, con le istituzioni tutte, fungendo da passepartout del Mancuso, per il ruolo politico rivestito, per la sua fama professionale e di uomo stimato nelle relazioni sociali".
Un vero e proprio “uomo cerniera”, dunque, che “avrebbe messo sistematicamente a disposizione dei criminali il proprio rilevante patrimonio di conoscenze e di rapporti privilegiati con esponenti di primo piano a livello politico-istituzionale, del mondo imprenditoriale e delle professioni, anche per acquisire informazioni coperte dal segreto d’ufficio e per garantirne lo sviluppo nel settore imprenditoriale”.

I legami politici-imprenditoriali
Ma l'elenco dei politici coinvolti prosegue con il sindaco di Pizzo, Gianluca Callipo, eletto con il Pd, in quota all'area renziana, ma poi uscito e da poco avvicinatosi a Mario Occhiuto, di Forza Italia, al quale ha concesso il suo sostegno alla candidatura alle prossime regionali.
Secondo i magistrati, grazie al proprio ruolo politico ed amministrativo, avrebbe tenuto condotte amministrative illecite e favorevoli ai mafiosi, assicurando ad alcuni indagati favori nella gestione di attività imprenditoriali.
Ai domiciliari sono finiti Pietro Giamborino, ex consigliere regionale del Pd, e Luigi Incarnato, commissario della Sorical, la società di gestione dell'acqua in Calabria, consigliere regionale per due legislature. Quest’ultimo è stato assessore regionale ai Lavori pubblici nella Giunta Loiero, e oggi è il coordinatore della coalizione che sostiene la ricandidatura di Oliverio alle prossime Regionali.
Altro "big" della politica calabrese, rimasto coinvolto nell’inchiesta “Rinascita Scott”, è Nicola Adamo, storico esponente della sinistra calabrese, con una lunga militanza che dal Pci è passata poi nel Pds, nei Ds e infine nel Pd. Adamo è stato consigliere regionale per quattro legislature, ricoprendo anche incarichi assessoriali in più occasioni e diventando vicepresidente della Giunta regionale nel 2005 con l'allora governatore di centrosinistra Agazio Loiero. Ad oggi il politico è considerato uno dei più stretti collaboratori dell'attuale governatore Mario Oliverio. Nei suoi confronti si procede per il reato di traffico di influenze, senza l’aggravante mafiosa, in quanto, “sfruttando la propria relazione con il giudice Nicola Durante”, presidente della II Sezione del Tribunale Amministrativo Regionale della Calabria, avrebbe accettato di intercedere con il Tar, per “sostenere la posizione processuale” di un imprenditore catanese in cambio della proposta di ricevere 50mila euro come “prezzo della sua mediazione illecita”.
Ovviamente Adamo ha respinto ogni accusa.
Tra le figure di rilievo finite nell'inchiesta anche il comandante della Polizia municipale di Vibo Valentia Filippo Nesci, secondo gli inquirenti responsabile di episodi di corruzione in favore di esponenti dell’associazione, ed Enrico Caria, all’epoca dei fatti comandante della Polizia locale di Pizzo che, in concorso con il sindaco Callipo, avrebbe agito nell’interesse dei Mazzotta (egemoni sul territorio), adottando condotte perlopiù omissive.
Nel blitz è stato coinvolto anche Pietro Giamborino, 62 anni, ex consigliere regionale del Pd 2005 ritenuto “formalmente affiliato alla locale di Piscopio”. Secondo gli inquirenti avrebbe imbastito rapporti con importanti esponenti di vertice della cosca vibonese per garantirsi appoggio e voti. In questo modo sarebbe divenuto "uno stabile collegamento dell’associazione con la politica calabrese, funzionale alla concessione illecita di appalti pubblici e di posti di lavoro per affiliati o soggetti comunque contigui alla consorteria”.

calippo gianluca c imagoeconomica

Il sindaco di Pizzo, Gianluca Callipo


La “cupola” dei Mancuso
Per quanto concerne la cosca dei Mancuso che “ha governato gli assetti mafiosi della provincia, riuscendo anche a ricomporre le fibrillazioni registrate negli anni tra le varie consorterie”, ne è stato ricostruito l'organigramma che ha visto al vertice l'alternanza tra Giuseppe, Pantalone e da ultimo Luigi.
Le indagini dei militari hanno confermato anche l'unitarietà della 'Ndrangheta "al cui interno le strutture territoriali (locali o 'ndrine) godono di un'ampia autonomia operativa, seppur nella comunanza delle regole e nel riconoscimento dell'autorità del Crimine di Polsi". Nel corso delle indagini, che hanno anche documentato dei summit per conferire promozioni e incarichi ad affiliati di rilievo, è stato ritrovato per la prima volta un pizzino con appuntata la formula di conferimento del 'trequartino', ovvero una delle principali cariche di ‘Ndrangheta, inferiore solo ai gradi di Padrino e Quartino. In un italiano approssimativo si legge: "A nome di Gasparre-Melchiorre-Baldassarre e Carlo Magno, che con il suo cavallo bianco distrussero tutti i nemici del suo regno, con una mantella sulle spalle e a fianco uno spadino formarono il Trequartino".
Gasparre, Melchiorre e Baldassarre, nella mitologia mafiosa, sono i tre cavalieri che diedero vita alle tre mafie italiane, mafia, camorra e 'Ndrangheta.

Le dichiarazioni di Virgiglio
Quella dei Mancuso è una famiglia potente. Gli investigatori sono riusciti a ricostruire il "coacervo di relazioni tra i 'grandi' della 'Ndrangheta calabrese e i 'grandi' della massoneria, tutti ben inseriti nei contesti strategici (giudiziario, forze armate, bancario, ospedaliero e via dicendo)". Nell'ordinanza viene descritto il "pactum sceleris" anche grazie alle parole dei di diversi collaboratori di giustizia. Come Andrea Mantella, che ha permesso di ricostruire questa "zona d'ombra" nella quale si addensano tutti i più alti interessi. Si tratta di relazioni intessute a condizione di reciprocità. Ma grande rilevanza hanno anche le dichiarazioni di Cosimo Virgiglio.
Quest'ultimo, già sentito in diversi procedimenti come 'Ndrangheta stragista o il processo Breakfast, nel definirsi massone maestro venerabile, ha sostenuto che proprio "la città di Vibo Valentia è l'epicentro della massoneria sia legale che di quella cosiddetta deviata".
Ed è sempre lui a sostenere che l'avvocato Pittelli avrebbe avuto una doppia appartenenza, una "pulita" con il Goi del distretto catanzerese e poi quella "coperta" legata alla Loggia di Petrolo di Vibo. Tutto sarebbe passato da questa organizzazione capace di mettere insieme massoneria e 'Ndrangheta, a cui avrebbe fatto parte anche il super boss Luigi Mancuso.
Una struttura che aveva il controllo su ogni tipo di affare, dal più semplice al più complesso, fino alle elezioni. "Nelle competizioni elettorali - dice - infatti, i candidati 'massoni' venivano appoggiati dagli appartenenti segreti chiamati "Sacrati sulla Spada", ovvero dei criminali che facevano catalizzare su di loro i voti".
E nel provvedimento del Gip, Barbara Saccà, è stata riportata anche un'intercettazione, già citata nell'operazione "Mammasantissima", particolarmente inquietante.
A parlare è proprio il boss Luigi Mancuso che diceva in maniera chiara e diretta: "La 'Ndrangheta non esiste più! ... una volta, a Limbadi, a Nicotera, a Rosarno, a ...c'era la 'Ndrangheta! ... la 'Ndrangheta fa parte della massoneria! ... diciamo ... è sotto della massoneria, però hanno le stesse regole e le stesse cose ... ora cosa c'è più? ... ora è rimasta la massoneria e quei quattro storti che ancora credono alla 'Ndrangheta! una volta era dei benestanti la 'Ndrangheta! ... dopo gliel'hanno lasciata ai poveracci, agli zappatori ... e hanno fatto la massoneria! ... le regole quelle sono! ... come ce l'ha la massoneria ce l'ha quella! perché la vera 'Ndrangheta non è quella che dicono loro..., perché lo 'ndranghetista non è che va a fare quello che dicono loro... perché una volta.., adesso sono tutti giovanotti che vanno.., vanno a ruota libera sono drogati!...".



I rapporti con Cosa nostra
L’inchiesta ha anche portato alla luce i rapporti che sarebbero intercorsi tra i Mancuso e Cosa nostra in epoca pre-stragista. "Oltre al ruolo di polo di riferimento dell'ampia rete delle strutture 'ndranghetiste vibonesi - scrivono i magistrati - è chiaramente emersa anche la sua rilevanza a livello extraprovinciale, dimostrata sia dagli attuali e strutturati rapporti, finalizzati al mutuo soccorso ed allo scambio di favori criminali, instaurati, tra gli altri, con i De Stefano di Reggio Calabria e i Piromalli di Gioia Tauro, sia dai rapporti intrattenuti con esponenti di Cosa Nostra, databili all'epoca pre-stragista".

La fuga di notizie
Come raccontato dai magistrati, l’operazione odierna è stata anticipata di 24 ore a causa di una fuga di notizie.
Lo stesso Gratteri ha spiegato durante la conferenza stampa che questo non era il primo “spiffero” arrivato agli uomini legati alla ‘Ndrangheta. E non è un caso che in alcune intercettazioni gli indagati parlano di “qualcosa di pauroso” che bolliva negli uffici della Procura.
Del resto tra gli indagati non mancavano collegamenti diretti con gli ambienti investigativi.
Tra gli arrestati vi sono un cancelliere del Tribunale di Vibo Valentia ed un colonnello dei Carabinieri: il comandante provinciale dell'Arma di Teramo, in passato a capo del reparto operativo del comando provinciale dei Carabinieri di Catanzaro Giorgio Naselli. Quest’ultimo, secondo l’accusa, avrebbe fornito notizie riservate su alcune indagini all’ex parlamentare Pittelli.
Come nel caso di Rocco Delfino, affiliato alle cosche Piromalli e Mole di Gioia Tauro, storiche alleate della famiglia Mancuso. Imprenditore nel settore dei rifiuti, Delfino è socio occulto della M.C. Metalli Srl, società sulla quale la Prefettura di Teramo sta effettuando accertamenti. L’azienda risulta intestata ad un amministratore fittizio e nella compagine sociale figura la fidanzata del figlio di Delfino, che di fatto ne è il vero dominus. “Quindi la continuità nella gestione è palese…”, lo avverte Naselli. Nel settembre 2018 si risentono quando Pittelli vuole conoscere l'iter. "Senti, con un po’ di pazienza secondo te è raddrizzabile?”, domanda al telefono l’ex forzista. “Non lo so, dobbiamo vederla insieme…”, risponde il carabiniere che nel 2017 era passato a dirigere il comando della provincia abruzzese. “La cosa importante è che non la decidano immediatamente”, riprende Pittelli. “Vediamo che cosa possiamo fare", replica Naselli, “io poi ci vado a parlare là vediamo come è l’aria, fammi andare a vedere”.
Con il suo operato, evidenziano i magistrati, il carabiniere “procura un indebito profitto patrimoniale derivante dalla possibilità di sottrarsi a nuove misure di prevenzione”.
Così si ritrova accusato di rivelazione di segreto d’ufficio e associazione di stampo mafioso.
Ma le conversazioni sulle indagini si verificheranno in altre due occasioni.
Nel 2018 lo informa delle indagini condotte dai carabinieri di Pioltello su un giro di assegni a vuoto, tra cui quello da 400mila euro finito tra le mani di un imprenditore suo cliente. Una seconda nel 2019. Si incontrano il 3 agosto, proprio nello studio del legale a Catanzaro.
Il militare consiglia a Pittelli di evitare un tale non meglio identificato nell’ordinanza di custodia cautelare: “Attenzione a Roberto! Ha la finanza addosso!". Un avviso che ripete per ben tre volte.
Tra gli indagati figura anche un maresciallo della Guardia di Finanza – poi trasferito in servizio alla Presidenza del Consiglio – per il quale era stato richiesto l’arresto, negato però dal giudice per le indagini preliminari.

Foto © Imagoeconomica

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