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di Davide de Bari
Era il 29 luglio 1983 quando a Palermo, alle ore 8.05, via Federico Pipitone fu investita da un boato. Una Fiat 126 imbottita con 75 kg di esplosivo, parcheggiata davanti all'abitazione del consigliere istruttore Rocco Chinnici, saltò in aria. Il giudice, insieme al maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l'appuntato Salvatore Bartolotta, e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi, rimasero uccisi. Rimase gravemente ferito, riuscendo a sopravvivere, l'autista Giovanni Paparcuri. Fu in quell'attentato che la mafia tornò a mostrare la sua vena terroristico-stragista, che prima si era mostrata con la strage di Ciaculli nel 1963. I giornali titolavano: "Palermo come Beirut". L'uccisione del consigliere istruttore fu solo il proseguimento di una scia di sangue che si era già manifestata con gli omicidi di Boris Giuliano, Cesare Terranova, Gaetano Costa, Calogero Zucchetto, Pio La Torre, Piersanti Mattarella, Emanuele Basile, Carlo Alberto dalla Chiesa ed altri.
Il consigliere istruttore di Palermo, Rocco Chinnici, fu il primo a intuire che oltre ai boss e ai picciotti, c'era un "terzo livello" oltre alla Cupola mafiosa. Soggetti occulti che agivano nell'ombra della mafia e che rafforzavano l'organizzazione criminale. Per queste sue intuizioni, Chinnici si rese autore e ispiratore del cosiddetto "pool antimafia", che poi fu attuato dal suo successore Antonino Caponnetto. Iniziò con un rapporto chiamato "Michele Greco+161", che poi fu incorporato nel maxi processo alla mafia. Il giudice fu tra i primi a comprendere l’importanza di studiare unitamente il fenomeno mafioso nel tentativo di ricercare tutte le interconnessioni tra i grandi omicidi che si erano verificati, e non solo. "Non si stancò mai di ripetere, ogni volta che ne ebbe occasione, che solo un intervento globale dello Stato, - disse Paolo Borsellino di Chinnici - nella varietà delle sue funzioni amministrative, legislative ed, in senso ampio, politiche, avrebbe potuto sicuramente incidere sulle radici della malapianta, avviando il processo del suo sradicamento". Le indagini di Chinnici seguirono proprio quel rapporto fra la mafia con la politica. Infatti, nel mirino del giudice finirono i cugini Ignazio e Nino Salvo, esattori e considerati la "cerniera" tra la mafia e la politica, come ha dimostrato la sentenza, nel 2000, in cui fu ricostruito anche il movente per cui fu ucciso il magistrato. La Corte d’Assise di Caltanissetta condannò all'ergastolo esecutori e mandanti (tra cui Salvatore Riina, Bernardo Provenzano ed Antonino Madonia che premette il telecomando della bomba). Le condanne divennero definitive in Cassazione nel 2003, ad esclusione di Matteo Motisi e Giuseppe Farinello (assolti in Appello).
Secondo l'accusa nel processo di primo grado, rappresentata dai magistrati Nino Di Matteo e Anna Maria Palma, si evidenziava come “l’uccisione del giudice Chinnici fu voluta dai cugini Ignazio e Nino Salvo e ordinata dalla cupola mafiosa, per le indagini che il magistrato conduceva sui collegamenti tra la mafia e i santuari politico-economici”. I Salvo, come è scritto nelle carte, erano “uomini d'onore della famiglia di Salemi. Avevano un ruolo di raccordo, nel panorama politico siciliano, quali esponenti di spicco di un importante centro di potere politico-finanziario, tra Cosa nostra ed una certa classe politica”. In particolare con la corrente andreottiana della Democrazia cristiana. Questo venne alla luce grazie alle importanti rivelazioni del collaboratore di giustizia, Giovanni Brusca, ex capo mandamento di San Giuseppe Jato. Di Matteo riuscì a trovare i riscontri delle dichiarazioni del pentito insieme a numerosi dettagli dell'aspetto organizzativo dell'attentato. Brusca raccontò anche i retroscena della decisione del progetto di morte, parlando di una riunione tra Nino Salvo, il padre Bernardo Brusca e Totò Riina al termine della quale gli fu detto dal Capo dei Capi in persona: “Finalmente è venuto il momento di rompere le corna a Chinnici, mettiti a disposizione di don Nino”.
Sono passati trentasei anni dalla strage di via Pipitone e dopo Chinnici si sono susseguiti uomini e donne di grande valore che seguendo il suo esempio hanno proseguito nella lotta contro il sistema criminale mafioso. Un sistema che ancora oggi detiene un forte potere sociale, politico ed economico, forte di quei 150 miliardi di euro l’anno (cifre stimate per difetto in svariati rapporti), frutto di svariate attività illecite.
Chinnici fu anche un “pioniere” della lotta culturale che andava effettuata parallelamente a quella giudiziaria. Per questo andava nelle scuole a sensibilizzare i giovani sui rischi della tossicodipendenza e sui collegamenti tra droga e mafia. In un suo celebre discorso diceva: "Parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi fa parte dei doveri di un giudice. Senza una nuova coscienza, noi, da soli, non ce la faremo mai". Ed oggi, come ieri, è da qui che si deve ripartire.
Oggi alle ore 09:30, in via Pipitone Federico, verrà deposta nel luogo dell’eccidio, una corona d’alloro per ricordare il 36° anniversario della strage in cui persero la vita il giudice Rocco Chinnici, i carabinieri di scorta, Maresciallo Mario Trapassi e Appuntato Salvatore Bartolotta, e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi.
Poi alle ore 10, sarà celebrata la S. Messa nella chiesa di S. Giacomo dei Militari, ubicata all’interno della Caserma “C.A. Dalla Chiesa”, sede del Comando Legione Carabinieri Sicilia e verranno commemorati i Caduti.

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