Depositate le motivazioni della sentenza
di AMDuemila
"Il dibattimento ha restituito la dimostrazione di come l'associazione 'ndranghetista radicata solidamente, da decenni, sul territorio reggiano ed emiliano, sfruttando le caratteristiche e le potenzialità proprie del tessuto socio-economico di cui si è alimentata, ha indossato una veste prettamente imprenditoriale, grazie alla quale ha celato il suo tradizionale e rude volto, insinuandosi e mimetizzandosi subdolamente in settori criminali lontani da quelli tradizionali, ma non certo meno proficui di quelli, anzi, fortemente appetibili anche dalla cosca madre calabrese, sempre in cerca di nuove occasioni di arricchimento". E' questa l'immagine con cui i giudici del Tribunale di Reggio Emilia, Francesco Caruso, Cristina Beretti, Andrea Rat, hanno descritto i contorni della cosca emiliana in 3200 pagine delle motivazioni della sentenza del processo 'Aemilia', il più grande processo contro le infiltrazioni della 'ndrangheta mai celebrato nel nord Italia, conclusosi lo scorso ottobre a Reggio Emilia con 118 condanne per oltre 1200 anni di carcere e 29 assoluzioni.
Va evidenziato che sotto a questa "nuova" veste "essa ha tuttavia continuato a perpetrare la sua fama criminale secondo modalità tanto più temibili quanto meramente evocative, seppur costantemente pronta a fare concreta mostra della sua potenza criminale, grazie alla sua 'ala militare', per imporre con la forza della prevaricazione le sue regole, i suoi obiettivi, la sua volontà". In ogni caso la capacità del sodalizio di infiltrarsi nel tessuto economico reggiano e emiliano "anche grazie alla ben più presentabile veste imprenditoriale e alla rassicurante opera di esponenti apparentemente 'puliti', insospettabili ed affidabili, ha rappresentato uno strumento fondamentale" non solo per generare e moltiplicare ricchezza, "ma anche per la cura e lo sviluppo degli interessi economici della cosca calabrese e del suo capo", individuato in Nicolino Grande Aracri.
Fedeltà Grande Aracri
I giudici evidenziano come la cosca di 'Ndrangheta emiliana, pur sempre legata alla "casa madre" calabrese, è comunque autonoma: "L'imponente mole di prove raccolte nel corso del dibattimento - si legge - ha confermato l'insediamento sul territorio di Reggio Emilia e della sua Provincia di una cosca di 'ndrangheta di derivazione cutrese, sviluppatasi e diffusasi anche sul territorio delle province emiliane limitrofe e di quelle della bassa Lombardia, dotata di autonomia sul piano decisionale, organizzativo, economico nonché su quello operativo della esteriorizzazione del metodo mafioso, manifestatosi su questi territori ove si sono consumati la totalità dei reati fine".
Lo conferma anche "l'autonoma determinazione di strategie pubbliche e politiche da adottare a tutela del gruppo anche nei momenti di fibrillazione" e la ricerca "di contatti con esponenti della politica, della pubblica amministrazione nonché della informazione locale, nel tentativo di influenzarla e di colpirla".
Si evidenzia però che autonomia non significa "recisione di qualsiasi rapporto con la casa madre e con il suo capo", appunto Nicolino Grande Aracri, ma implica, "innanzitutto, collaborazione in vista della massimizzazione del reciproco profitto". Né esclude "fedeltà e il rispetto che la cosca emiliana deve portare alla casa madre e al suo capo", che si traduce in un dovere di informazione, in un ritorno economico (il cosiddetto 'fiore').
Nicolino Grande Aracri
L'Assedio
Un episodio chiave che viene evidenziato proprio in apertura del documento vi è anche l'intervento del pentito Antonio Valerio, pronunciato in udienza l'11 ottobre 2018 davanti ai giudici: "Signor presidente, a Reggio Emilia siete tutti, nessuno escluso, sotto uno stadio di assedio e assoggettamento 'ndranghetistico che non ha eguali nella storia reggiana, nemmeno i terroristi erano arrivati a tanto". "La 'ndrangheta qui a Reggio Emilia - diceva ancora Valerio, secondo i giudici con una sintesi 'efficace e drammatica' - è autonoma, evoluta e tecnologica. Asserisco e ribadisco che la 'ndrangheta è il fenomeno che oggi vi fa meravigliare a Reggio Emilia, i vari Dragone, Sarcone, Diletto, Lamanna, Grande Aracri, Vertinelli, Blasco, Valerio, Bolognino, eccetera, eccetera. Tutti, nessuno escluso. Anzi, come ho sempre detto, ne mancano, e anche tanti. Comunque nomi e cognomi, che spuntano nelle ultime operazioni di Polizia, Carabinieri, GdF a Reggio Emilia e dintorni, ora li state scoprendo come agivano e tessevano le fila sotto il profilo criminale organizzato". E ancora: "Non sono le nostre origini la discriminante, ma ciò che siamo: mafiosi e 'ndranghetisti, maledettamente organizzati". Ciò che fa specie, proseguiva parlando dell'assoggettamento, "è che la 'ndrangheta lo fa silentemente, prima di arrivare a fatti eclatanti come il '92. Ha impresso, marchiato a fuoco con il sangue chi doveva comandare a Reggio Emilia, e poi è sceso il silenzio tombale, ciò che sa fare bene la 'ndrangheta".
Il bavaglio alla stampa
Nella sentenza i giudici danno atto di alcune strategie messe in atto dalla cosca emiliana per affermarsi nel territorio. Da una parte l'avviamento di "una campagna politico-mediatica" a sostegno della tesi "della discriminazione e dell'isolamento dei cutresi emigrati nella Provincia reggiana diversi anni prima". Dall'altro una serie di azioni per "condizionare, addirittura imbavagliare, gli organi di informazione" ritenuti ostili. Tra gli episodi riportati le minacce a giornalisti al centro del processo, come quella di Gianluigi Sarcone ai danni del direttore di Telereggio Gabriele Franzini. La vicenda "si inserisce pienamente in una strategia del gruppo che mirava a controllare, condizionare, financo imbavagliare, la stampa e l'informazione in generale, per valorizzare la comunità calabrese come risorsa per la collettività reggiana e per nascondere dietro questa immagine 'pulita', il radicamento della criminalità organizzata di origine calabrese. Per fare ciò occorreva - spiegano i giudici - impedire che venissero divulgate notizie di senso contrario e gravemente nocive per il sodalizio. Ciò anche a costo di andare a colpire i singoli giornalisti con azioni intimidatorie".
Vincenzo e Giuseppe Iaquinta © Artioli
Il caso Iaquinta
Tra i condannati al processo vi erano anche l’ex attaccante della Juventus e della Nazionale campione del mondo, Vincenzo Iaquinta e il padre. Il giorno della sentenza uscirono dall’aula urlando “vergogna, ridicoli".
L'ex calciatore, condannato a due anni per una irregolare custodia di armi, è ritenuto dai giudici estraneo all'associazione mafiosa, di cui invece sarebbe parte il padre, Giuseppe. Così i giudici nel motivare la sentenza. "L'estraneità" di Iaquinta "alla associazione mafiosa e lo strettissimo rapporto personale con il padre lasciano il dubbio che egli non abbia agito nel perseguimento della finalità tipica contestata bensì al solo scopo di aiutare il padre", una figura "strategica all'interno del sodalizio criminoso". La Procura aveva contestato a Iaquinta l'aggravante di aver agito per agevolare l'associazione 'ndranghetistica. Il padre, Giuseppe Iaquinta, è stato condannato a 19 anni. Secondo il tribunale l'imprenditore "rappresenta una delle figure maggiormente importanti, strategiche, all'interno del sodalizio criminoso".
Processo Aemilia: ''Così la 'Ndrangheta ha indossato una veste imprenditoriale''
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