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di Antonella Beccaria
Il Gip revoca il proscioglimento dell'aprile '92. Si riparte da un fotogramma di un Super 8

Era stato prosciolto il 28 aprile 1992. La sua presenza in una pensione nei pressi della stazione di Bologna, nei giorni che precedettero l'esplosione del 2 agosto 1980, non era stata ritenuta sufficiente a farlo finire a processo ed erano state liquidate anche le parole di due testimoni, parole in base alle quali si era ipotizzato fin dal 1983 che fosse stato lui a trasportare l'esplosivo usato alla stazione per uccidere 85 persone e ferirne oltre 200. Adesso, però, l'ex estremista nero Paolo Bellini torna a essere indagato per decisione del gip di Bologna, Francesca Zavaglia, che si è pronunciata in tal senso il 28 maggio 2019, giorno in cui cade peraltro il 45° anniversario di un altro eccidio, quello bresciano di Piazza della Loggia.
Bellini, nato a Reggio Emilia il 22 giugno 1953, ha una lunga storia criminale alle spalle. Arriva dalle fila di Avanguardia Nazionale, la formazione neofascista di Stefano Delle Chiaie formalmente sciolta nel 1976, e proprio in quell'anno, accusato del tentato omicidio del fidanzato della sorella, si dà alla latitanza. Quando ricompare, nel 1981, ha un nome nuovo, ovviamente falso, Diego Da Silva, riportato su documenti brasiliani autentici per ottenere i quali finiscono nei guai due religiosi e un ufficiale dell'esercito.

L'aviere e il volto in un Super 8
Sempre usando l'identità Da Silva, Paolo Bellini va a vivere in Umbria, ottiene il porto d'armi e un brevetto da pilota. Inoltre, nello stesso periodo, prende informazioni per frequentare a Catania un corso per l'abilitazione al volo strumentale di notte. E qui, proprio sulla questione aerei, insiste uno degli elementi valutati dal gip di Bologna per indagare di nuovo su Bellini, come richiesto dalla procura generale del capoluogo emiliano che nell'autunno 2017 ha avocato l'inchiesta sui mandati della strage del 1980.
Un “aviere” - mai meglio identificato, ma che si sospetta possa essere Bellini - era stato chiamato in causa dal medico Carlo Maria Maggi, il referente per il Triveneto di Ordine Nuovo condannato in via definitiva per la strage di Brescia del 1974 e morto alla fine dello scorso dicembre. In una conversazione con il figlio intercettata a metà degli anni Novanta dagli inquirenti di Milano che indagavano sulla bomba di Piazza Fontana (12 dicembre 1969), Maggi sostenne che la responsabilità del massacro del 1980 era riconducibile al gruppo di Valerio Fioravanti, l'ex Nar riconosciuto colpevole con la moglie, Francesca Mambro, e con un terzo neofascista, Luigi Ciavardini, ai tempi minorenne. Inoltre il medico veneto aggiunse che l'esplosivo era stato portato proprio da un aviere.
Su questo punto si ricollega il secondo elemento valutato dal gip. Si tratta di un fotogramma di un video amatoriale girato in Super 8 da un turista tedesco la mattina del 2 agosto. In quel fotogramma - che ora sarà sottoposto ad analisi tecniche - si vede l'immagine di un giovane, capelli folti e baffi, che potrebbe richiamare l'aspetto che Bellini aveva 39 anni fa. L'ex primula nera di Reggio Emilia, dal canto suo, ha spesso negato un passato nelle formazioni di estrema destra, se si escludono i contatti ammessi con la sede di Massa Carrara di Avanguardia Nazionale (ha dichiarato tuttavia di non aver mai conosciuto Delle Chiaie). Eppure altri legami sono emersi in particolare con l'ordinovista veronese Elio Massagrande e con Sergio Picciafuoco.

Da Bologna alla Trattativa
Quest'ultimo, sotto falso nome, era presente a Bologna la mattina dello scoppio e fu processato per la strage. Affermò il falso su ciò che fece il 2 agosto 1980, risultò vicino ad alcuni esponenti di un'altra organizzazione neofascista, Terza Posizione, e aveva con sé documenti falsi intestati a Eraclio Vailati che lo riconducevano di nuovo al mondo dell'eversione di destra. Ma dopo una condanna all'ergastolo in primo grado, Picciafuoco fu assolto in via definitiva nel 1997.
Il suo nome è tornato molti anni dopo nelle motivazioni della sentenza pronunciata alla fine del processo sulla trattativa di primo grado Stato-mafia. Qui si racconta, in base a informazioni della Digos, che l'11 ottobre 1990 Sergio Picciafuoco giunse a Reggio Emilia salendo su un'auto intestata alla sorella di Paolo Bellini e con lui trascorse la mattinata del 12 ottobre. L'ex avanguardista, in quei giorni, aveva subito l’incendio dell’auto e - si legge nella sentenza - "non risulta che indagini condotte in proposito abbiano portato a chiarire esaurientemente l’episodio, né ad individuare il nesso che, date le circostanze, (porta a) coincidenze temporali (...) decisamente singolari".
In conclusione, abbiamo un esponente dell'eversione nera, la strage di Bologna e la stagione delle bombe del 1992 e del 1993. Possibile che Paolo Bellini, accusatosi anche di essere un killer della 'ndrangheta e l'autore del delitto di Alceste Campanile (militante di Lotta Continua ucciso il 12 giugno 1975) abbia avuto a che fare con tutto ciò? Di certo c'è che il pregiudicato reggiano, fattosi arrestare sotto nome falso e che nel carcere di Sciacca conobbe il boss di Altofonte Antonino Gioè, ricomparve in Sicilia all'inizio degli anni Novanta.
Gioè, trovato impiccato in cella a Rebibbia nella notte tra il 28 e il 29 luglio 1993, prima di morire lasciò scritto che Bellini - nel cui passato emerge pure lo status di testimone e in seguito di collaboratore di giustizia - sarebbe stato un “infiltrato dello Stato” dentro Cosa Nostra. Del resto, è noto che il reggiano giocò un proprio ruolo nella trattativa per far finire le bombe. Comprese quelle usate per attaccare le opere d'arte, oltre che i cittadini, già finite - almeno a livello progettuale - tra gli obiettivi indicati da Ordine Nuovo a metà anni Settanta, quando era in corso la riorganizzazione dei gruppi neofascisti.

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