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schirripa rocco repici sfumatodi Aaron Pettinari
Amaro il commento dell'avvocato Repici: "Tenute fuori testimonianze scomode"

Alla scorsa udienza aveva chiesto la riapertura del dibattimento

Ergastolo confermato nei confronti del panettiere Rocco Schirripa (in foto), accusato dell'omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia, ucciso nel giugno 1983. Lo ha deciso la Corte d'Assise d'appello di Milano, presieduta da Maria Grazia Bernini, confermando la condanna di primo grado, così come aveva chiesto il sostituto procuratore generale Galileo Proietto.
Ad incastrare Schirripa, secondo quanto scritto nelle motivazioni della sentenza del 17 luglio 2017, erano state le intercettazioni tra lo stesso panettiere, il boss Domenico Belfiore e suo cognato Placido Barresi. I tre si erano ritrovati a commentare una lettera anonima, fornendo elementi sul delitto.
“Il significato dei dialoghi tra Domenico Belfiore, Placido Barresi e Rocco Schirripa - avevano scritto allora i giudici - è emerso in modo chiaro e inconfutabile, attesa la qualità della registrazione, la chiarezza delle affermazioni rese dagli interlocutori, la serietà degli stessi nell'affrontare l'argomento, la ripetuta e coerente manifestazione di preoccupazione per la lettera anonima e, in particolare, per quel 'nome in più' (il nome dell'imputato) che era stato indicato nella lettera". "In nessun modo - spiegavano i giudici - in queste conversazioni è stata contestata la falsità dell'indicazione del nome di Schirripa come esecutore dell'omicidio (a differenza di quello di Giuseppe e Sasà Belfiore), atteso che Belfiore e Barresi avevano immediatamente ritenuto che la stessa aveva potuto avere come origine le 'confidenze' e l'imprudenza dell'odierno imputato".
Amaro è il commento del legale della famiglia Caccia, Fabio Repici, che, se da una parte può esprimere soddisfazione per la sentenza di condanna contro uno degli esecutori del delitto, dall'altra non può essere contento dopo il diniego della Corte alla riapertura del dibattimento.
“Nell’imbarazzo della giurisdizione milanese, è stata confermata la condanna di Schirripa quale uno dei partecipi della fase esecutiva dell’omicidio Caccia. - ha detto l'avvocato, da noi raggiunto telefonicamente - È stato l’esito delle denunce che i figli del Procuratore Caccia hanno presentato a partire dal luglio 2013. La responsabilità di Schirripa e quella di Domenico Belfiore nel processo concluso nel 1992 sono però una porzione soltanto dello scenario riguardante mandanti ed esecutori materiali dell’omicidio Caccia. Quell’imbarazzo riguarda proprio il livello superiore a Belfiore e a Schirripa, per il quale la Dda degli anni scorsi e la Procura generale di questi tempi hanno mostrato una inspiegabile afasia. E anche i collegi giudicanti che hanno pronunciato la condanna di Schirripa si sono impegnati strenuamente a tenere fuori dalle aule giudiziarie testimonianze scomode o avvertite come spiacevoli per il sistema giudiziario torinese-milanese". "Finora - ha proseguito il legale - l’omicidio Caccia rimane l’unico assassinio di un magistrato nella storia della Repubblica per il quale nessun collega d’ufficio della vittima sia stato sentito come testimone, nella prima istruttoria, nelle indagini di questi ultimi anni, nei dibattimenti. Si tratta di una imperdonabile patologia sulla quale la società deve interrogarsi per capirne le ragioni. Io penso che verità e giustizia camminino insieme. Altri evidentemente pensano che si possa celebrare giustizia senza ogni possibile accertamento della verità". Infine ha concluso: "È questa la dicotomia che spiega meglio di qualunque altra cosa lo spirito del tempo, fra la giustizia siciliana, quella calabrese e quella milanese. Nel raffronto fra le diverse esperienze, oggi indubbiamente Milano è pura retroguardia”.
In più occasioni Repici, assieme ai familiari del magistrato, aveva denunciato le "pesanti omissioni e i depistaggi durante le indagini sull’omicidio" opponendosi anche alle molteplici inchieste di archiviazione in particolare sulla pista "mafia e riciclaggio" che vede indagati Rosario Pio Cattafi, soggetto ritenuto vicino all'estrema destra e alla mafia siciliana, e Demetrio Latella, (entrambi iscritti nel registro degli indagati per il delitto del 2 luglio 2015). Altro filone investigativo sull'omicidio Caccia è quello a carico dell'ex militante di Prima Linea Francesco D’Onofrio (il fascicolo è stato avocato dalla procura generale). Per leggere le motivazioni della sentenza odierna bisognerà attendere i sessanta giorni di rito.

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