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battisti cesare polizia reporter c imagoeconomicaPolverone mediatico dopo l’arresto dell’ex PAC
di Karim El Sadi
Prima aveva promesso che gli avrebbe dato la caccia, Jair Bolsonaro. Poi, una volta al potere il presidente brasiliano aveva assicurato all’Italia un “regalo in arrivo”, ovvero la consegna di Cesare Battisti, classe ’54 condannato per rapina a mano armata e 4 omicidi. Così è stato.
L’ex terrorista rosso fuggito 38 anni fa dall’Italia si trovava in Brasile da 15 anni dove gli è stato concesso, esattamente 10 anni fa, lo status di rifugiato politico. Fin quando lo scorso 14 dicembre, un giudice federale del Brasile ha ordinato il suo arresto per “evitare il pericolo di fuga in vista di un’eventuale estradizione”. A quel punto Battisti si è dato alla macchia. E' stato ritrovato a Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia, qualche settimana più tardi. Il 64enne originario di Cisterna di Latina si era camuffato con baffi e barba finti per non farsi riconoscere, fino al 13 gennaio quando è stato catturato da un team di agenti dell’Interpol boliviana e internazionale, tra cui anche investigatori italiani. Immediata l’estradizione, Cesare Battisti è stato caricato all’indomani dell’arresto su un jet in direzione Roma Ciampino. Ad attenderlo un centinaio di reporter piazzati dietro le transenne, fotografi, uomini politici e un massiccio schieramento di forze dell'ordine. Neanche stesse atterrando un alto funzionario di Stato estero in visita ufficiale. L’arrivo dell’ex affiliato del gruppo eversivo-comunista PAC (Proletari armati per il Comunismo) è stato trasformato in uno show. Immancabili le presenze del ministro degli Interni Matteo Salvini e del Guardasigilli Alfonso Bonafede. Il primo ha trasmesso in diretta Facebook la “giornata storica” al quale ebbe modo di assistere, il secondo invece “si è spinto più in là”. Qualche ora dopo l’evento, sul profilo social del ministro della Giustizia è apparso un video intitolato “Il racconto di una giornata che difficilmente dimenticheremo!”. Il filmato non è altro che una raccolta di clip della giornata, appunto, accompagnato da una suggestiva colonna sonora, dove figurava tra le varie scene, l’arrivo dell’ex terrorista e le procedure di rilevamento delle impronte digitali e fotosegnalamento svoltesi a suo carico. Proprio per quest’ultimo episodio, riportato nel video, si sono accese non poche polemiche nel corso di questi giorni. Daniele Tissone, segretario del Silp, il sindacato dei poliziotti della Cgil, ha affermato "è necessario attenersi alla riservatezza di chi svolge un lavoro difficile e delicato come quello delle forze di polizia… Una Repubblica forte applica le leggi e rispetta le regole e le procedure anche davanti al più orribile criminale. E non ha bisogno di spettacolarizzazione". Di fatto ciò che viene contestato è che grazie alla pubblicazione del video-spot del ministro Pentastellato si è potuto rivelare l'identità di un agente delle forze dell’ordine sotto copertura. Per questo motivo la Camera Penale di Roma ha annunciato che presenterà un esposto in procura. Il sindacato dei penalisti chiederà di verificare se ciò violi "il divieto di pubblicazione dell'immagine di persona privata della libertà personale ripresa mentre la stessa si trova sottoposta all'uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica" e quella che prevede sanzioni a carico di chi non adotti "le opportune cautele per proteggere i soggetti tradotti dalla curiosità del pubblico e da ogni specie di pubblicità". Il presidente della Camera Penale di Roma, Cesare Placanica, ha spiegato a Radio Capital che l'esposto sarà presentato per "ragioni legali ed etiche. I diritti si rispettano per tutti, anche e soprattutto per chi non li merita. Che non può essere esposto come un animale allo zoo". Anche l’ex procuratore di Torino Giancarlo Caselli è stato di questo avviso: “Cesare Battisti non è un trofeo da esibire, è un condannato che deve pagare la sua pena nel rispetto delle regole dello stato democratico”. Il magistrato ha però tenuto a fare, giustamente, i complimenti agli addetti ai lavori per questo “arresto importante”. D'altra filosofia è invece un altro magistrato, il consigliere superiore della magistratura Piercamillo Davigo il quale ha dichiarato a Il Fatto Quotidiano: "Un ministro è a capo di una branca della Pubblica amministrazione. È normale che rivendichi i meriti dell'amministrazione che dirige. Poi le forme con cui manifesta la sua soddisfazione non sta a me giudicarle".

Quei latitanti italiani ancora in circolazione
Mentre sui social e in televisione la polemica infuria, tra chi esulta nel vedere Battisti dentro le patrie galere di Oristano (dove attualmente è incarcerato) e chi invece, sottovoce, sostiene l’idea dell’amnistia, come il portavoce nazionale del Partito Comunista Marco Ferrando, all’opinione pubblica sfugge un elemento fondamentale. Battisti, che è stato condannato negli anni per l’omicidio di Antonio Santoro, Pierluigi Torregiani, Elio Grigoletto e Andrea Campagna, non è l’unico latitante italiano libero di circolare all’estero. Sono ben 27, secondo gli ultimi dati del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, i “latitanti nostrani” in giro per il mondo che nel secolo scorso hanno macchiato di sangue il paese per motivi politico-ideologici. 27 nomi legati ai cosiddetti Anni di Piombo, corsi all’estero per sfuggire alla giustizia dei tribunali italiani per i quali avrebbero dovuto rispondere di gravi e pesanti accuse.

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La maggior parte di questi, che secondo altre fonti non ufficiali sarebbero addirittura 50, si trova in Francia (dove ad oggi ci sono 12 latitanti italiani), altri sono in America Latina, in particolare in Brasile, Nicaragua e Perù, altri ancora in Giappone e persino in Gran Bretagna. La Francia è stata per anni la meta prescelta per la maggior parte di questi criminali sia per la vicinanza all’Italia, sia perchè nell’oltralpe vige la "dottrina Mitterand". Questa dottrina che prende il nome dal presidente dell’epoca François Mitterand, divenne famosa per la sua clemenza nei confronti delle estradizioni. “Si tratta di un principio che ha tutelato per decenni coloro che sono stati condannati in Italia per reati politici durante il periodo del terrorismo, tra gli anni Settanta e Ottanta, perché "il sistema giudiziario non corrisponde all’idea che Parigi ha delle libertà", a patto che i destinatari non fossero ricercati per atti diretti contro lo Stato francese e avessero rinunciato a ogni forma di violenza politica” si legge su Fanpage.it. Secondo i francesi, infatti, nei processi italiani non venivano rispettate tutte le garanzie a favore degli imputati. In particolare, l'aspetto più grave era la celebrazione del processo in contumacia, vale a dire in assenza degli stessi imputati, come nel caso di Cesare Battisti.
Nonostante la "dottrina Mitterand" sia stata abrogata dall'inizio degli anni Duemila, sotto il governo di Jean-Pierre Raffarin, i tribunali francesi continuano a negare l'estradizione. Tuttavia, un portavoce del ministro della Giustizia francese, Nicole Belloubet, ha dichiarato nei giorni scorsi all'Ansa che ad oggi non ci sono domande di estradizione ancora pendenti da parte dell'Italia, ma che l'esecutivo di Emmanuel Macron è pronto a vagliare in modo approfondito "quelle che saranno ricevute prossimamente da parte delle autorità italiane", analizzando "caso per caso, come abbiamo fatto negli ultimi 15 anni".
Il più illustre latitante italiano in Francia è senza ombra di dubbio Giorgio Pietrostefani. Fondatore di Lotta Continua, Pietrostefani è stato condannato a 22 anni di reclusione per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi, di cui è stato mandante ed esecutore morale. Già residente in Francia, è tornato in Italia nel 1997, quando fu arrestato. Scarcerato nel 1999 per la revisione del processo, dal 2000 si è trasferito nuovamente oltre confine per sottrarsi all'esecuzione della condanna definitiva, rendendosi latitante. La Lega nei giorni scorsi ha lanciato un appello al presidente Macron: "È arrivato il momento di riportarlo in Italia". Altro criminale noto alle cronache che ha trovato rifugio all’estero, soprattutto in Brasile come Battisti, dove ha trovato accoglienza con il governo del presidente Lula (oggi detenuto), è Alessio Casimirri. L’ex affiliato delle Brigate Rosse è condannato in via definitiva a sei ergastoli per il sequestro Moro e per l'omicidio degli uomini della scorta, oggi pare sia latitante in Nicaragua, dove è diventato il gestore di un ristorante in riva al mare. A questo proposito si è espresso lo storico giornalista Sandro Ruotolo che, espressa la propria approvazione per la cattura dell'ex terrorista rosso, ha aggiunto: "Togliete i sigilli alle nefandezze che sono ancora nascoste nello scantinato d’Italia. Vogliamo sapere la verità sulle stragi, sugli omicidi eccellenti, sulle trame che hanno insanguinato il nostro Paese. - e poi - Riportate in Italia gli altri latitanti eccellenti”. E ce ne sono. E’ notizia dei giorni scorsi che è stata chiesta l’estradizione dagli Emirati Arabi per Amedeo Matacena, ex parlamentare di Forza Italia, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. E’ facile prevedere che non assisteremo a “parate politiche" se e quando tornerà in Italia.
Ma non è necessario uno sforzo diplomatico esoso per assicurare alla giustizia almeno qualche latitante italiano. Non serve per forza bussare la porta in casa altrui. In Italia ci sono latitanti italiani degni di nota ancora a piede libero. Uno in particolare sfugge alle forze dell’ordine da ormai 26 anni. Nei suoi confronti sono stati sequestrati terreni ed immobili e sono stati arrestati famigliari, amici e colleghi sospettati di aver favorito la sua latitanza. L’uomo in questione si chiama Matteo Messina Denaro. E ancora nessuno è riuscito a trovarlo.

Foto copertina © Imagoeconomica

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