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processo cavallini c eikondi Antonella Beccaria
La Corte invia gli atti alla Procura dopo la deposizione di Stefano Sparti

È stato il giorno dello scontro che, secondo Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione vittime della strage di Bologna, rappresenta quasi un unicum della storia giudiziaria italiana. Nell’udienza del 19 dicembre per il processo a carico dell’ex terrorista nero dei Nar Gilberto Cavallini, accusato di concorso nell’attentato alla stazione del 2 agosto 1980 costato la vita a 85 persone, da un lato, infatti, si sono allineati accusa e difesa dell’imputato. Dall’altro i legali di parte civile che rappresentano familiari delle vittime e feriti (in totale oltre duecento).
Il nodo che ha spaccato l’aula è rappresentato dalle due memorie depositate nel corso dell’udienza del 12 giugno e firmate dagli avvocati Nicola Brigida, Andrea Speranzoni, Roberto Nasci, Alessandro Forti e Antonella Micele. Attraverso atti acquisiti nel corso del procedimento per la strage di piazza della Loggia, avvenuta a Brescia il 28 maggio 1974, al centro di questi documenti c’è la comparsa sulla scena dell’eversione nera di apparati occulti, come il Noto Servizio, a cui erano demandati gli affari più sporchi, e uomini della P2.
I pubblici ministeri Enrico Cieri e Antonello Gustapane, hanno definito “suggestivi” gli scenari tracciati, documenti alla mano, delle parti civili. Nella sostanza hanno inoltre respinto le richieste di approfondimento contenute nelle memorie. Per gli avvocati di Gilberto Cavallini, Gabriele Bordoni e Alessandro Pellegrini, che si sono allineati alla richiesta di non acquisire agli atti del processo in corso le memorie, si tratta di formulazioni frutto di un “assunto politico e ideologico”.

La Opel Kadett
I legali di parte civile, tuttavia, hanno proseguito lungo la loro linea fin dall’inizio dell’udienza depositando un’ulteriore memoria. Riguarda la Opel Rekord targata Treviso che il 26 novembre 1980 venne ritrovata a Milano, ricoverata presso la carrozzeria Luki e che ai tempi usava Gilberto Cavallini. L’auto si trovava lì il giorno in cui l’attuale imputato e il neofascista Stefano Soderini, da anni irreperibile nonostante i tentativi di rintracciarlo, aprirono il fuoco sui carabinieri giunti per una perquisizione uccidendo il brigadiere Ezio Lucarelli, 35 anni, in servizio al reparto operativo di Monza, e ferendo il maresciallo Giuseppe Palermo.
Sempre secondo le parti civili, sia l’auto che la carrozzeria sono importanti. Il veicolo, infatti, è ritenuto quello utilizzato per compiere la strage del 2 agosto 1980 mentre l’officina, attraverso la figura di Giuseppe Fiorenti, il cognato del titolare Cosimo Simone, sarebbe stata riconducibile al Noto Servizio. Ma c’è un altro aspetto emerso nel corso dell’udienza.
Durante quella precedente, era stato sentito un teste della difesa, Stefano Sparti, il figlio di Massimo. Quest’ultimo, un criminale comune con simpatie neonaziste, disse che il 4 agosto 1980, nella sua casa di Roma, si erano presentati Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, che per la strage di Bologna sono stati condannati in via definitiva con Luigi Ciavardini, processato dalla giustizia minorile. Fioravanti, minacciando il figlio di Sparti, Stefano, che all’epoca aveva 11 anni, aveva chiesto documenti falsi per la donna. Poi il terrorista, riferendosi all’attentato alla stazione, aveva detto: “Hai visto che botto?”.

L’accusa a Sparti
Queste parole costituiscono uno dei quattro elementi sulla base dei quali i tre esponenti dei Nuclei Armati Rivoluzionari sono stati condannati. Ma nel 2007, 27 anni dopo la strage di Bologna, Stefano Sparti, divenuto adulto, aveva rilasciato un’intervista televisiva in cui affermava che il padre aveva mentito. Lo sapeva perché glielo aveva confidato lo stesso Massimo nel 2002, tre giorni prima di morire. Mai sottoposto al vaglio dell’autorità giudiziaria, Stefano Sparti è comparso per la prima volta in un’aula di giustizia il 12 dicembre 2018 ripetendo quando aveva dichiarato davanti alle telecamere.
Inoltre ha detto di ricordare perfettamente sia la giornata del 2 agosto 1980 che quella del 4, sicuro che il padre fosse a Cura di Vetralla, in provincia di Viterbo, e non a Roma. Ne era certo perché Massimo Sparti, che usava violenza su moglie e figli, rendeva impossibile a un bambino di 11 anni qual era Stefano di giocare tranquillo. Inoltre il 2 agosto, nella casa di campagna, si era presentato in mattinata Cristiano Fioravanti, fratello di Valerio. Era arrivato dalla capitale con un taxi giallo appena uscito dal carcere di Rebibbia e si era fermato per pranzo mentre il neofascista e la famiglia Sparti vedevano al telegiornale le prime immagini della stazione di Bologna dopo l’esplosione. Poi era ripartito.
La terza pm, Antonella Scandellari, tuttavia, ha prodotto un documento che sembra smentire Stefano Sparti. È una relazione della Digos di Roma in base alla quale Cristiano Fioravanti uscì dal carcere Rebibbia alle 19.55 e non di primo mattino. Dopo un’iniziale sosta in un bar, girovagò in taxi per la capitale facendo tappa a casa sua. Poi in serata ripartì di nuovo, sempre in taxi, e a quel punto il servizio di osservazione e pedinamento degli uomini della questura si interruppe. Su questa base, il presidente della Corte d’Assise di Bologna, Michele Leoni, ha trasmesso alla procura della Repubblica gli atti. Le ipotesi di reato emerse a carico di Stefano Sparti sono infatti quelle di falsa testimonianza finalizzata a depistare un processo penale in materia di strage.

Foto © Eikon

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