Quando l'hai finito, quando lo hai letto e riletto fino all'ultima pagina, ti rimane addosso un senso di vertigine, un disagio, come un leggero mal di mare.
Perché questo libro ti fa fare un viaggio scomodo.
Una visita guidata dentro la parte oscura e melmosa della repubblica, un viaggio nelle tenebre della nostra storia recente. Un illuminante viaggio nelle tenebre.
Poi ti chiedi: ora dove lo metto, dove lo posiziono nella libreria? In quale scaffale? Nel reparto "mafia"? no, ci starebbe stretto, troppo scontato. Banale. Non è un libro sulla mafia questo, anche se parla di criminalità, anche se ci sono i Totò Riina, i Provenzano, i Graviano e Matteo Messina Denaro, questo non è un libro sulla mafia, sulla mafia e basta. No.
Storia? Certo, un po' è anche un libro di storia ma...
È anche letteratura, narrativa, un racconto universale sul bene e il male che si confondono, sul nero e sul bianco, sulla potenza dei grigi; sulle maschere del potere che si intercambiano, sulle facce di bronzo e le facce di mostro, sul coraggio e sulle paure, sulla strafottenza degli intoccabili, sull'odore dei soldi sul cinismo delle bombe, sulle bombe di stato sui silenzi di stato sulle bugie di stato sul destino di un popolo che si intreccia col tritolo, sulla vita blindata di un magistrato che si è avventurato con una torcia in mano in questo sotterraneo della repubblica, ha camminato nei cunicoli maleodoranti e viscidi senza sapere dove portassero, ha cercato un filo lo ha trovato e per questo paga.
Il patto sporco (titolo che già dice tutto) è un film sugli ultimi venticinque anni della nostra vita pubblica. Un film in versione integrale che ancora, così, non era stato mai trasmesso.
Il racconto attraversa un quarto di secolo marchiato da una incestuosa intesa tra personaggi delle istituzioni e boss di cosa nostra, condizionato dal ricatto incrociato, battezzato con una sanguinosa stagione delle bombe: un'escalation di tritolo che mai con quella potenza di fuoco era stata messa in campo in questo paese in tempo di pace.
Nel 1969 una strage, la strage di piazza Fontana a Milano, era stata forse un primo drammatico assaggio. Quella strage condizionò pesantemente la vita pubblica degli anni che seguirono, cercò di mettere nell'angolo le contestazioni, le rivolte degli studenti e degli operai, il nuovo che avanzava. Oggi diciamo stragedistato, ma quanti anni di menzogne quanti processi andati a vuoto quanti muri di gomma quanti segreti che grondano sangue quanti valpreda e quanti pinelli, quanti depistaggi false ricostruzioni false testimonianze innocenti sbattuti in prima pagina quante vittime quante sofferenze.
Con quella bomba alla banca dell'agricoltura di Milano le menti criminali sperimentarono una strategia del terrore e del potere che negli anni novanta, gli anni del patto sporco, con le dovute differenze e i dovuti distinguo, verrà riproposta in grande stile.
Della bomba di Milano, che ha segnato più di una generazione, ancora oggi si parla. Centinaia di libri di inchieste di racconti di testimonianze hanno portato a galla, almeno in parte, la verità.
Delle bombe degli anni novanta (innescate sul finire della prima repubblica, quando le inchieste su corruzione e mafia stavano entrando nelle stanze del potere) si è fatto di tutto perché non se ne parlasse, per dimenticarle, per metterle sotto il tappeto dell'omertà di stato, della distrazione e del silenzio. Si è fatto di tutto per "accollarle" alla mafia e basta.
Eppure quella catena di attentati, con la loro regia raffinatissima, con il loro crescere esponenziale e geometrico (dall'attentato a Falcone alla strage di via d'Amelio; dalla bomba di via Fauro a Roma a quella di via dei Georgofili, messa nel cuore di Firenze, ai piedi degli Uffizi; dalla notte delle bombe di estate - esplosioni in contemporanea a Roma e Milano, con l'attacco alla sede del vicariato e la distruzione di San Giorgio al Velabro, piccola antica chiesa a un passo dalla Bocca della verità dove erano soliti riunirsi i massoni di stato - fino all'attentato organizzato nei dettagli e poi stoppato allo stadio olimpico della capitale) sono state sul piano militare politico e strategico qualcosa di "altissimo" a cui in Europa mai prima si era assistito. In piccolo, il nostro undici settembre.
Oggi, alla luce della sentenza di Palermo sul processo stato/mafia, lo sappiamo: quelle bombe hanno dettato l'agenda dei fatti, hanno cambiato il corso della democrazia, hanno deviato la strada degli avvenimenti pubblici, hanno aperto a governi in cui la mafia ha creduto di essere parte e chissà se in parte non lo sia stata.
Eppure, su quella stagione pazzesca fatta di semtex di autostrade che saltavano di chiese antiche che venivano giù come fossero di carta di gente che moriva di papelli che passavano di mano di cedimenti di strizzatine d'occhio di patti sporchi e inconfessati; su quegli anni e su quelle trame l'informazione non ha fatto fino in fondo il suo dovere.
La stampa, nel suo complesso, non si è soffermata non ha fatto domande non ha cercato risposte non ha raccontato abbastanza. Giornali e mass media - nella maggior parte dei casi - hanno preferito accodarsi al corteo di chi chiedeva dimenticanza e silenzio. Ha preferito guardare altrove. Alle voci che hanno parlato è stata messa la sordina.
I retroscena, i dietrolequinte, l'oscuro, l'osceno, le responsabilità istituzionali e politiche, gli accordi sottobanco, le strizzatine d'occhio, i papelli che circolavano nei palazzi, le strette di mano, le mani che trafugavano l'agenda rossa, le manine, quelli che sapevano e non hanno parlato quelli che hanno parlato ma a nome di chi?quelli che hanno fatto finta di non vedere quelli che ne hanno tratto profitto e giovamento, i cui prodest, i soldisporchi, quelli che "abbiamo il paese nelle mani" quelli che negavano e che giuravano il falso: tutto questo non lo abbiamo visto, quasi non lo abbiamo saputo.
Il processo, il primo processo in Italia che ha messo sullo stesso banco degli imputati boss e personaggi delle istituzioni, in televisione non è stato trasmesso.
La stampa, che in fondo in questo paese tanto libera non è, non è andata ad esplorare a indagare, non si è intrufolata come avrebbe dovuto nei meandri di questa eccezionale stagione criminale, non ha messo insieme le tessere del puzzle. E così di questo patto sporco, e di tutte le sue conseguenze, non è stato detto abbastanza.
Ai cittadini è mancato un pezzo di verità. È mancata la conoscenza.
Il libro di Lodato e Di Matteo colma questo vuoto di informazione. Ripercorrendo passo passo, step by step, le tappe del processo sulla cosiddetta trattativa stato/mafia, spiegandoci con chiarezza la fattispecie del reato di "attentato a corpo politico dello stato" che è stato contestato agli imputati poi condannati, almeno in primo grado, raccontandoci le difficoltà di chi ha scavato e cercato, ci sfodera davanti il quadro nel suo insieme. La tela a tinte forti di come sono andate le cose. Venticinque anni di cose.
Colpisce la semplicità della narrazione, le domande e le risposte che si intrecciano in un unico filo, in un'unica storia; colpisce la serenità pacifica e quasi mansueta con cui il magistrato "scomodo", liquidato da molti come un visionario e accusato addirittura di essere un eversore, racconta i fatti e racconta se stesso.
Colpisce il campionario di umanità che c'è dentro questa storia, come in un'antologia antropologica, come un catalogo lombrosiano: il popolo mafioso e quello con le divise, i bravi e i donabbondio di sempre, il cinismo spudorato del potere, la viltà le complicità le paure.
Colpisce il coraggio di chi, per forza di cose, si è trovato un filo in mano e ha dovuto sbrogliare tutta la matassa.
Ti viene da pensare a pirandello a ulisse e anche un po' a davide contro golia.
Così, dopo averci pensato e ripensato, dopo vari tentativi di "posizionamento", il libro Il Patto Sporco di Saverio Lodato e Nino Di Matteo finisce nello scaffale dei libri speciali, tra i grandi classici.
L'ho messo lì, tra i libri speciali, perché questo libro ha un suo valore, un carattere universale: esce dai canoni e spazia. Riesce a fare di un'intervista a un magistrato, del racconto di un processo (che l'informazione giornalistica non ha raccontato), un romanzo a tinte crude che esce dal tempo e vale per sempre.

*Ordine dei giornalisti del Lazio

Foto © Imagoeconomica

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