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5di Aaron Pettinari - Foto
Presentato a Palermo il libro del cronista siciliano, "Un morto ogni tanto"
"Ora u capisti? T’affari i cazzi tuoi. U capisti?". E' il 16 aprile 2014 quando Paolo Borrometi, viene aggredito brutalmente con calci e pugni che gli provocano anche la rottura della spalla in più punti. Da quel giorno il cronista siciliano, direttore de LaSpia.it ed Articolo21, vive sotto scorta. Quelle parole dette dagli aggressori sono riportate all'interno del libro "Un morto ogni tanto" (ed. Solferino), presentato ieri sera a Palermo presso il Teatro Santa Cecilia assieme al questore Renato Cortese, ai comici Ficarra e Picone, al giornalista di "La Repubblica", Salvo Palazzolo e all'attrice Anita Indigeno. E proprio mentre quest'ultima leggeva le pagine del libro in cui si racconta quel terribile momento dell'aggressione, un tuono è rimbombato all'interno della sala. E per un attimo è stato come se tutti i presenti si fossero trovati a Modica, in quel 16 aprile 2014. La storia di Paolo Borrometi è quella di un cronista che ha scelto e sceglie ancora oggi di fare il proprio dovere di cronista, raccontando fatti, facendo domande e spiegando un fenomeno che nel 2018 è tutt'altro che estinto. "Un giornalista non può non raccontare ciò che vede con i propri occhi - ha ricordato Borrometi - non solo farà male il proprio dovere se non lo racconta, ma avrà la responsabilità (ed era quello che diceva Pippo Fava) di non aver informato e reso edotte le persone... Qualche giorno dopo la mia aggressione qualche collega su Facebook scriveva ‘Borrometi vuole fare la fine di Peppino Impastato’, come se fosse una cosa negativa anche solo l’idea di raccontare. Se noi pensiamo che le mafie in questo Paese possano essere sconfitte solo grazie al lavoro di persone straordinarie come magistrati ed inquirenti abbiamo sbagliato tutto. Serve una coscienza civile, senza lasciare sole le persone. Ed in questo senso il ruolo del giornalista è importantissimo".
Borrometi, nel corso del suo intervento ha anche ricordato le "troppe verità mancanti" in questo Paese. "In quanti di noi vogliamo davvero conoscere certi fatti - si è chiesto il direttore de LaSpia.it - In questa città c'è stato un processo importantissimo (quello sulla trattativa Stato-mafia, ndr) che ha cercato di dare delle risposte. I pm di quel processo, che cercavano la verità su fatti che riguardano il Paese, sono stati attaccati da molte parti e nessuno ha mosso un dito. Penso al pm Nino Di Matteo. Un assessore regionale, parlando delle minacce di morte che il dottor Di Matteo ha ricevuto e che lo costringono a vivere sotto scorta, ha dichiarato senza alcun pudore che quelle minacce erano servite a lui per ottenere visibilità ed uno scatto di carriera. Quando la verità è tutto il contrario". Borrometi ha anche parlato di quel fenomeno sempre più forte dove "oggi sono i politici a cercare i mafiosi e io mi vergogno per deputati regionali che vengono arrestati per voto di scambio politico-mafioso. E' questo il quadro che emerge dalle intercettazioni. Poi ci sono anche situazioni assurde come quella di Giuseppe Gennuso che si trova a festeggiare la caduta dell'accusa di voto di scambio mentre resta quella di corruzione elettorale". Ed infine ha concluso: "Essere giornalista è il lavoro più bello del mondo, però non possiamo commuoversi per Spampinato, per gli Impastato, per i Siani e poi ci troviamo a voltarci dall'altra parte. Noi dobbiamo cercare di raccontare le storie che non sono più nostre ma appartengono alla collettività che solo così può essere in grado di conoscere e quindi scegliere".


Proprio il questore Cortese ha ribadito l'importanza di una stampa libera, capace di creare nuove coscienze. "L'espansione delle mafie riduce gli spazi democratici - ha detto - Un paese che scorta un giornalista è un paese in cui qualcosa non va e dà l'idea di come la mafia tema non solo i magistrati e le forze dell'ordine ma anche chi, con i suoi racconti, un morto ogni tantomina quel consenso che lei ricerca". Tanti i temi affrontati, come ad esempio quello dei capimafia, usciti dal carcere che oggi, con la morte di Riina e Provenzano, trovano una nuova spinta. "Guai a pensare che il problema non ci riguardi - ha aggiunto Cortese - E' un problema che riguarda soprattutto l'economia, se pensiamo che le grandi opere pubbliche vengono divise tra i mafiosi. Pensiamo alla Salerno-Reggio Calabria e alle riunioni che ci sono state tra gli 'ndranghetisti. A Palermo vedo un cambiamento. Lo si respira in strada che non c'è la stessa voglia di mafia del passato ma bisogna stare attenti perché la rabbia, il degrado e la crisi potrebbero far tornare quel desiderio di agganciare i mafiosi".
Per evitare questo serve, dunque, una nuova coscienza che passa da presentazioni di libri come questo. E lo ricordano anche Ficarra e Picone che con il loro umorismo hanno dato un importante contributo alla serata. "La speranza è in corso - hanno concluso - perché è partito un processo inarrestabile qualche anno fa grazie ai nostri martiri. Non si può fermare quello che si è avviato, dobbiamo solo vigilare e stare attenti perché non ritorni quell’atteggiamento della società civile. Se continuiamo a tenere alta l’attenzione, sarà più facile anche per loro che lavorano in prima fila sia dal punto di vista del giornalismo sia come forze dell’ordine. E dobbiamo stare vicino a loro che stanno combattendo per noi”.

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