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de caprio sergio ultimo la7di Aaron Pettinari
Domenica sera a "Non è l'Arena" l'appello "a senso unico" del Capitano che arrestò Riina

Il colonnello Sergio De Caprio (meglio noto come “Ultimo”) non ha più attivo il servizio di tutela nei suoi confronti. La scorta e l'auto blindata gli sono state revocate dallo scorso 3 settembre dall'Ufficio centrale interforze personali. Tutto vero, così come reali sono le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia sulla condanna a morte emessa nei suoi confronti da Cosa nostra. Il pentito Salvatore Cancemi parlò di un progetto per catturare vivo l'allora capitano "Ultimo" o in alternativa ucciderlo e un altro collaboratore di giustizia, Gioacchino La Barbera, in un'udienza pubblica disse che Leoluca Bagarella aveva offerto a un carabiniere che forniva notizie a Cosa nostra un miliardo di lire per avere informazioni su dove alloggiava lo stesso militare che nel gennaio 1993 arrestò Totò Riina.
Fatti accaduti che domenica sera sono stati ricordati durante la trasmissione "Non è l'Arena", in onda su La7, dove giustamente è stato chiesto che le autorità preposte riassegnino la scorta all'ufficiale. Così De Caprio, coperto in volto, è intervenuto per rispondere alle domande del conduttore Massimo Giletti. Ovviamente si è parlato dell'arresto di Riina ("Un prigioniero che va trattato come tutti i perdenti") del significato che ha "il non poter più mostrare il suo volto", della "scorta negata" ed anche di aspetti personali del colonnello Ultimo.
Tutto legittimo. Non si può, però, non evidenziare che quello andato in scena sia stato un appello "a senso unico" dove grandi assenti erano le domande più scomode, rimaste da sempre senza risposte. Quelle risposte che il colonnello De Caprio non ha voluto dare come teste al processo trattativa Stato-mafia, dove si avvalse della facoltà di non rispondere e che riguardano vicende che ha vissuto in prima persona, tanto quanto l'arresto del "Capo dei capi" corleonese, a cominciare dalla ormai famosa mancata perquisizione del covo di Riina.

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L'arresto di Leoluca Bagarella © Letizia Battaglia


La mancata perquisizione del covo di via Bernini
Va subito detto che per questa vicenda dai contorni oscuri sia De Caprio che il generale Mario Mori sono stati assolti dall'accusa di favoreggiamento aggravato dall'aver agevolato Cosa nostra perché il fatto non costituisce reato. Tuttavia tra le pieghe della sentenza del 20 febbraio 2006 sono indicate le evidenti pecche operative dei due ufficiali, compiute nella scelta di non perquisire immediatamente il covo di via Bernini. E' un fatto che l'ordine di sospendere la sorveglianza fu dato lo stesso 15 gennaio e che nulla fu riferito all'Autorità Giudiziaria fino al 30 gennaio, quando Mario Mori comunicò ai magistrati la notizia. Anche altre sentenze successive, come quella d'appello di assoluzione al processo Mori-Obinu, e la sentenza di primo grado sulla trattativa Stato-mafia sono tornate ad esaminare il punto. Il collegio presieduto da Salvatore Di Vitale aveva scritto che "la scelta di privilegiare qualsiasi altra esigenza investigativa rispetto al pericolo che il covo fosse ripulito appare davvero non adeguata per volere usare un eufemismo”. Inoltre si aggiungeva che "la scelta condivisa di non perquisire immediatamente il covo blindandolo con un servizio di osservazione esterno all'ingresso del complesso edilizio appare davvero singolare ove si consideri che il detto servizio anche ove fosse stato mantenuto per qualche giorno ancora non avrebbe evitato che qualcuno dall'interno provvedesse a 'ripulire' la villetta, cosa che, con tutto il comodo possibile, fu effettivamente fatta”.

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Il generale Mario Mori © Imagoeconomica


Nella sentenza dello scorso 20 aprile il collegio presieduto da Alfredo Montalto, giudice a latere Stefania Brambille, aveva evidenziato come la mancata perquisizione del covo sia "l'unico caso nella storia della cattura di latitanti appartenenti ad una associazione mafiosa (ma anche di latitanti responsabili di altri gravi reati) in cui non si sia proceduto all'immediata perquisizione del luogo in cui i latitanti medesimi vivevano al fine di reperire e sequestrare eventuali documenti utili per lo sviluppo di ulteriori indagini quanto meno finalizzate alla individuazione di favoreggiatori". Un'anomalia che "appare ancor più grave" se si considera che Riina, in quel momento "era indiscutibilmente il ricercato numero uno al mondo per essere a capo dell'organizzazione criminale allora più potente e pericolosa e responsabile di delitti tra i più efferati mai commessi (da ultimo le stragi di Capaci e via d'Amelio)". E poi ancora: "Quali che fossero le ragioni addotte a sostegno di tale decisione (ad esempio, anche quelle della sicurezza del personale appostato all'interno della c.d. "balena" ovvero quelle connesse alla visibilità limitata al solo cancello di ingresso al complesso riprese dal difensore dell'imputato De Donno - e già del Cap. De Caprio - in sede di discussione all'udienza del 5 aprile 2018), a questa avrebbe dovuto, comunque, conseguire l'immediata perquisizione dell'abitazione di Riina (che non era certo difficile individuare all'interno del complesso di via Bernini a costo di perquisire tutte le certo non molte ville, appena nove, site al suo interno)".

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Il boss Pietro Aglieri


La vicenda Terme Vigliatore
Ma non ci sono solo questi aspetti a sollevare interrogativi. Altra vicenda riguarda l'episodio che ha visto lo stesso De Caprio coinvolto in una sparatoria a Terme Vigliatore, il 6 aprile 1993, che per poco non portava alla morte (un proiettile mancò la testa di un soffio) di un giovane ventenne di nome Fortunato Imbesi. Questi fu "scambiato", a detta degli uomini del Ros, per il boss mafioso ricercato Pietro Aglieri, allora trentacinquenne. Su quei fatti De Caprio è stato sentito nel maggio 2015 al processo d'appello Mori-Obinu e giustificò la presenza del suo gruppo in quei luoghi come un fatto casuale. E nelle motivazioni della sentenza di quel processo vengono sottolineate le divergenze, sul punto, dei vari testimoni ascoltati nel corso del dibattimento. Infatti non si è capito se “ciò sia avvenuto casualmente durante il trasferimento da Messina a Palermo (come sostanzialmente riferito dai testi Randazzo, Mangano e dallo stesso De Caprio) o se ciò sia avvenuto nell'ambito di un servizio programmato, per il quale era stato ordinato ai militari operanti di convergere appositamente nella zona in questione (come risulterebbe dalle dichiarazioni dei testi Olivieri, Longu e - pur tra molte incertezze - dello stesso Calvi, che in sostanza, parzialmente modificando o non confermando quanto dichiarato al Procuratore generale in data 23/9/2014, non ha chiarito le ragioni per cui, pur trovandosi in quei giorni di servizio a Milano si fosse recato a Messina, e forse nella zona di Terme Vigliatore, per incontrare il De Caprio)”. Scrivono sempre i giudici che "le notevoli perplessità derivanti dalle rilevate divergenze nella ricostruzione dei fatti da parte dei diretti protagonisti appaiono ulteriormente accresciute dal rilievo che l'erroneo riconoscimento dell'Aglieri nella persona dell'Imbesi Fortunato è circostanza scarsamente verosimile, ove si consideri la davvero poca somiglianza tra i due che, a prescindere dalla differenza di età tra costoro (comunque pari a circa nove anni), emerge chiaramente dai confronti dei tratti somatici dei medesimi, quali risultanti dalle fotografie prodotte dal Procuratore generale e risalenti all'epoca della vicenda in esame”.

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Il boss catanese Benedetto "Nitto" Santapaola


E se quel collegio non ritiene che lo svolgimento di certi fatti rientri in una messa in scena per mettere sull'allarme il boss Nitto Santapaola, (che si rifugiava proprio in quei luoghi, ndr) ed indurlo ad allontanarsi dalla zona, così da garantirne la latitanza, è comunque un dato di fatto che nell'emettere la sentenza la Corte aveva disposto “la trasmissione alla Procura di Palermo di copia dei verbali e delle trascrizioni delle deposizioni rese da Mauro Olivieri, Francesco Randazzo, Pinuccio Calvi, Giuseppe Mangano, Roberto Longu e Sergio De Caprio (meglio noto come “Ultimo”), per valutare l'eventuale sussistenza del reato di falsa testimonianza”. Nelle motivazioni, infatti, scrive: “Ciò che tuttavia è emerso dalle dichiarazioni dei predetti militari - e che appare indubbiamente singolare ed in definitiva inquietante - è l'estrema difficoltà dagli stessi manifestata nel corso delle loro deposizioni nell'indicare e chiarire in modo plausibile le ragioni della loro presenza a Terme Vigliatore, incorrendo anche in palesi contraddizioni”. Ed è proprio per l'esistenza di un fascicolo aperto sul punto che al processo trattativa Stato-mafia il colonnello De Caprio ha scelto la via del silenzio. Anche a costo di smentire se stesso. Proprio De Caprio, in passato, si era lamentato di non aver avuto uomini e mezzi a disposizione per la cattura dell’ex primula rossa Bernardo Provenzano (oggi deceduto). Nel mese di giugno del 2000 lo stesso De Caprio aveva rassegnato le dimissioni dal Ros per l'impossibilità di proseguire il suo lavoro a causa della carenza di uomini e di mezzi, e soprattutto un silenzio assordante attorno alle sue richieste di potenziamento di quel corpo speciale. Le polemiche di quei giorni erano state molto aspre. L'Arma non aveva minimamente accettato il fatto che “Ultimo” avesse denunciato il tutto a mezzo stampa. Lo stesso Mori non aveva mosso un dito per rispondere all’appello disperato del suo soldato. Di fatto le sue dimissioni erano state accolte immediatamente, con tanto di trasferimento ad altri incarichi decisamente lontani dai precedenti, con lo smembramento definitivo della sua squadra e con la privazione della scorta personale. E' evidente che uno Stato burocrate agisce così. Ma dovrebbe comunque dare risposte concrete garantendo la sicurezza di chi ha ricevuto minacce dalla mafia che non dimentica. Ugualmente, però, è doveroso pretendere da uomini di Stato e rappresentanti delle istituzioni una risposta chiara su certe vicende. Affinché siano veramente da esempio per sconfiggere quel silenzio istituzionale che fin qui è stato quasi tombale.

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