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caruana galizia daphne c apAd un anno dall'omicidio della giornalista maltese manca il volto dei mandanti
di Aaron Pettinari
Trecentosessantacinque giorni. Un anno intero senza verità e giustizia per Daphne Caruana Galizia, la giornalista maltese fatta saltare in aria ad appena 53 anni. Un'esplosione terribile, azionata da un telecomando, così forte che l'auto, una Peugeot 108, venne sbalzata di qualche metro. Un anno dopo l'attentato sono tante le domande rimaste disattese perché se si conoscono i volti di almeno tre degli esecutori materiali (tre capi bastone della criminalità isolana oggi detenuti e in attesa di un processo) ancora non conosciamo i volti dei mandanti. Chi e perché ha voluto mettere a tacere una voce libera?
A chi davano fastidio le sue inchieste? Perché il Governo maltese ha così tanta paura della verità dimostrandosi ostile anche alla sola memoria di chi non vuole smettere di ricordarla?
Ogni volta che ai piedi del monumento ai caduti dell’assedio di Malta o davanti ai tribunali qualcuno, come forma di protesta o semplicemente per non far svanire il ricordo della giornalista lascia fiori, foto o candele, lo Stato maltese non fa altro che rimuovere tutto. Anche da questi gesti si capisce quanto profondamente Daphne Caruana Galizia era riuscita a colpire i gangli del potere.
Malta dista appena 90 km dalle nostre coste ed un Paese come il nostro non può restare indifferente rispetto a chi, per il diritto all'informazione ha sacrificato la propria vita. Del resto in Italia sono stati uccisi undici giornalisti (Giuseppe Alfano, Carlo Casalegno, Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giuseppe Fava, Mario Francese, Peppino Impastato, Mauro Rostagno, Giancarlo Siani, Giovanni Spampinato, Walter Tobagi), nove dei quali direttamente dalla criminalità organizzata. Non si possono poi dimenticare quei colleghi uccisi all'estero in circostanze diverse, come Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, per citarne alcuni. E ancora oggi, secondo le statistiche, sono oltre duemila i giornalisti che vengono minacciati ed intimiditi dalle mafie e dal potere. In Europa il recente passato ha raccontato le storie di Ján Kuciak, Viktoria Marinova, Jamal Khashoggi, ed appunto Daphne Caruana Galizia. Giornalisti detective che hanno colmato quei vuoti investigativi lasciati da magistratura e forze dell'ordine puntando il dito contro certi vertici del potere. Ed è quello che Daphne ha fatto quando, nel 2017, spulciando i Panama Papers dei grandi evasori fiscali di tutto il mondo, si imbatté in alcuni bonifici milionari transitati per la Pilatus Bank verso una società di Dubai che risultava intestata a Michelle Muscat, la moglie del premier maltese Joseph, in quel momento presidente di turno Ue. Scoppiò uno scandalo così grande che Muscat fu costretto a dimettersi da capo di governo, indicendo nuove elezioni (poi rivinte). Ovvio che fosse ritenuta una giornalista scomoda ma certamente non poteva essere considerata una giornalista di parte. Perché denunciava anche i traffici illeciti di Konrad Mizzi, ministro dell’Energia di un’isola strategica per gasdotti e rotte petrolifere, ma anche quelli del capo dell’opposizione, Adrian Delia, per oscuri affari di droga. Per fermarla, come ha raccontato nei giorni scorsi Carlo Bonini, intervenuto alla conferenza stampa per Daphne che si è tenuta nella sede della Stampa Estera a Roma, sono stati condotte varie forme di aggressione. Quella contro le sue fonti, affinché non potesse più capire quel che accadeva attorno a lei; quelle contro la sua persona, con cause milionarie civili che la potessero indurre a fermarsi. Fino all'atto più estremo di tutti: l'omicidio.
Contro di lei non sono mancate le "badilate di fango", chi la accusava di essere pazza, di essere una che si inventava le cose, di essere una bugiarda, fino a darle anche l'appellativo di "strega". Un cliché di ingiurie e calunnie che si ripetono continuamente e che conferma come il suo essere giornalista scomoda non fosse temuto soltanto dalle mafie ma anche da certi vertici di potere.
Per questo capire perché Daphne è stata uccisa, approfondire le sue inchieste, pretendere verità e giustizia diventa fondamentale.

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Joseph Muscat © Imagoeconomica


Nella piccola Malta gravitano vari interessi mondiali. L'isola in pochi anni è diventata un centro mondiale del gioco online, un hub delle cripto-valute e, con il controverso schema di vendita della cittadinanza, anche una porta d’accesso all’area Schengen per chiunque disponga di 650 mila euro. Affari e denaro che spesso si legano in quel fenomeno grave che è la corruzione. Daphne la vedeva "ovunque".
Le indagini in questo anno sono andate avanti a ritmo lento fino a quasi fermarsi dopo l'arresto dei tre presunti esecutori materiali (i fratelli George e Alfred Degiorgio e Vincent Muscat, tre malavitosi locali). E la sensazione che si voglia insabbiare tutto è forte ed evidente. Addirittura clamorosi gli interventi della politica maltese sulla magistratura (il magistrato incaricato delle prime indagini è stato di fatto rimosso con una "promozione" improvvisa) ma anche sulla polizia. Basti pensare che il vice capo della polizia che ha condotto le indagini è il marito di uno dei ministri in carica. Un fatto incredibile che non garantisce certo la ricerca di quelle responsabilità "altre" che vanno oltre alla semplice criminalità organizzata. Vengono infatti ignorate quelle piste, indicate proprio dalle inchieste della giornalista maltese, che possono in qualche maniera infastidire il governo. Restano dunque i giornalisti a chiedere ed approfondire.
La Repubblica, membro del Daphne Project (consorzio internazionale di giornalismo investigativo), ha evidenziato la gravità di questo avvicendamento ed anche il conflitto durante i primi otto mesi dell’inchiesta tra l’ufficio del prosecutor (l'equivalente del procuratore) e la polizia maltese che non ha messo a disposizione elementi investigativi fondamentali come i tabulati telefonici dei tre soggetti, oggi detenuti.
Non solo. Ci sono nuove testimonianze che riferiscono di incontri tra il ministro laburista dell'Economia, Chris Cardona, e Alfred Degiorgio, uno dei killer appena 4 mesi prima dell'omicidio. E lo stesso Cardona, che in un primo momento aveva sempre negato certi collegamenti, ha anche dovuto ammettere che "non poteva escludere, essendo un personaggio pubblico e Malta un'isola piccola, di aver incontrato persone non per bene”.
In questo anno la famiglia della giornalista ha più volte chiesto un'indagine pubblica a 360° ma il primo ministro Muscat ha escluso una tale eventualità per "non compromettere l'inchiesta giudiziaria in corso".
Questo accade a Malta, dove si cerca di mettere il bavaglio a chi vuole approfondire e far luce sul delitto come i blogger maltesi Caroline Muscat con ‘The Shift News’ e Manuel Delia. Ed anche per questo il "caso Daphne Caruana Galizia" è diventato una lotta non solo per la ricerca della verità ma anche per la libertà d'informazione ad ogni livello che poi è una lotta per la democrazia. E' una responsabilità di tutti essere vicini a Corinne Vella, la sorella della giornalista, che non perde occasione per fare memoria ma anche scuotere lo stesso mondo dell'informazione ricordando le parole di Daphne, scritte poco tempo prima di morire: "Sono pensieri che possono essere considerati un messaggio rivolto a tutti i giornalisti: 'Quando tutti sono contro di te ricorda sempre che quando stai cercando la verità sei nel giusto'". Un fondamento che non sempre viene rispettato e che in qualche maniera richiama le parole dette da un altro collega ucciso dalla mafia, Pippo Fava, che vale la pena ricordare: "Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza, la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. Pretende il funzionamento dei servizi sociali. Tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. Se un giornale non è capace di questo, si fa carico anche di vite umane. Persone uccise in sparatorie che si sarebbero potute evitare se la pubblica verità avesse ricacciato indietro i criminali: ragazzi stroncati da overdose di droga che non sarebbe mai arrivata nelle loro mani se la pubblica verità avesse denunciato l’infame mercato, ammalati che non sarebbero periti se la pubblica verità avesse reso più tempestivo il loro ricovero. Un giornalista incapace - per vigliaccheria o calcolo - della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze che non è stato capace di combattere. Il suo stesso fallimento!". Per Pippo, per Daphne, per Pablo Medina (un altro collega paraguaiano brutalmente ucciso il 16 ottobre 2014) e tutti i colleghi che hanno sacrificato la propria vita, pretendere verità e giustizia e accendere i riflettori sulle loro storie e le loro inchieste diventa un dovere morale prima ancora che professionale.

Foto di copertina © AP

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