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bertone amedeo c imagoeconomicadi Aaron Pettinari
All'interno anche una missiva anonima con riferimento all'inchiesta Montante

E' un'aria pesante quella che si è tornati a respirare in Sicilia da un mese a questa parte. Non siamo negli anni delle stragi o dei morti ammazzati ogni giorno nelle strade ma è un dato di fatto che vi è un crescente clima di insofferenza attorno ad una serie di inchieste che vengono condotte e che vedono al loro centro determinati sistemi di potere. La notizia del giorno, riportata per prima da Repubblica Palermo, è l'invio, due giorni fa, di una lettera anonima al palazzo di giustizia di Caltanissetta, indirizzata al Procuratore capo Amedeo Bertone. All'interno della busta, oltre alla missiva, vi era un proiettile, così come nei giorni scorsi era capitato al Presidente della Commissione regionale antimafia, Claudio Fava. Stavolta però vi sono dei chiari riferimenti ad una delle più delicate inchieste che la Procura nissena sta conducendo, ovvero il caso che vede coinvolto l’ex numero uno di Sicindustria, Antonello Montante, da maggio in carcere con l’accusa pesante di associazione a delinquere, in concorso con esponenti delle forze dell'ordine che avrebbero costituito una rete per spiare l'operato degli stessi pm. Non si può non ricordare che nei giorni scorsi la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio di 24 persone coinvolte tra cui anche l'ex presidente del Senato Renato Schifani e l'ex capo dei Servizi segreti, il generale Arturo Esposito. E tra i fascicoli aperti vi è anche una seconda tranche che, oltre a Montante, coinvolge l'ex presidente di Sicindustria Giuseppe Catanzaro, l'ex governatore siciliano Rosario Crocetta, gli ex assessori della sua giunta Linda Vancheri e Mariella Lo Bello e alcuni imprenditori.
Sulla lettera di minacce al Procuratore Bertone la procura di Catania ha già aperto un nuovo fascicolo e gli agenti della Scientifica provvederanno ad analizzare il proiettile e la stessa lettera anonima per verificare si vi possano essere ulteriori elementi per comprendere chi possa essere stato l'autore.
Un episodio sicuramente preoccupante se si guarda unitamente ad altri fatti recentemente accaduti.
Lunedì scorso una busta, con all'interno un proiettile calibro 7,65, era stata rinvenuta presso gli uffici della Commissione antimafia che si trovano al piano basso di Palazzo dei Normanni. E' noto come la Commissione regionale Antimafia si sta occupando di diverse istruttorie, tra cui quelle sul cosiddetto "sistema Montante" e sul depistaggio nella strage di via d'Amelio, di cui si occupa proprio la Procura nissena (il prossimo 5 novembre inizierà il processo contro i poliziotti considerati coinvolti nello stesso). Inoltre, lo scorso 4 ottobre, l'Ars ha approvato il disegno di legge presentato dallo stesso Fava che obbliga i politici a rendere nota la loro adesione alla massoneria. Temi importanti che toccano vicende del passato ma anche interessi del tempo presente. Non è dato sapere se vi può essere un collegamento diretto tra queste due intimidazioni ma sicuramente fa riflettere la coincidenza temporale. Ma che vi fosse un clima di tensione in Sicilia era già apparso evidente lo scorso settembre quando un'altra busta con un proiettile, sempre accompagnata da una lettera di minacce, è stata recapitata al Procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio. Quest'ultimo ha avviato l’inchiesta Diciotti in cui è indagato il ministro dell’Interno Matteo Salvini, per sequestro di persona aggravato e continuato nei confronti di 177 migranti a bordo della nave Diciotti al porto di Catania.
A rendere ancora più inquietante quell'intimidazione vi era anche la comparsa del simbolo di Gladio, la struttura paramilitare la cui esistenza è stata “rivelata" il 18 ottobre del '90 dall'ex Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, e poi definita dalla commissione stragi come una "struttura illegale e pericolosa”.

Un occhio al passato: nel 2014 le minacce a Di Matteo e Scarpinato
In questo clima rovente vale la pena ricordare che nel recente passato anche altri due magistrati palermitani erano stati particolarmente presi di mira: il Procuratore generale Roberto Scarpinato e l'oggi sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo. Contro il primo, nel 2014, ignoti erano riusciti ad introdursi negli uffici della Procura generale lasciando sulla scrivania una lettera anonima di minacce, un episodio poco tempo dopo seguito dalla comparsa della scritta “Accura” (in siciliano “fai attenzione”, ndr) proprio nella porta di fronte a quella dell'ufficio di segreteria del Pg. Contro Di Matteo, sempre nel 2014, i collaboratori di giustizia avevano parlato dell'arrivo, dalla Calabria, di ben 200 chili di tritolo per compiere un attentato nei suoi confronti. Una condanna a morte che era stata espressa in carcere persino dal Capo dei capi, Totò Riina, la cui esecuzione sarebbe stata richiesta dal super latitante Matteo Messina Denaro. “Di Matteo si è spinto troppo oltre” si giustificò con i boss palermitani la primula rossa. Troppo oltre nei confronti di chi? La domanda è sempre rimasta aperta anche se la risposta si può trovare all'interno di quelle indagini sulla trattativa Stato-mafia che al tempo erano ancora in svolgimento, nonostante il dibattimento aperto. Il tritolo per uccidere Di Matteo non è mai stato trovato e Vincenzo Graziano, che secondo i pentiti è colui che lo aveva in custodia, la notte dell'arresto, nel dicembre 2014, fece una battuta ai finanzieri dicendo che “l’esplosivo per Di Matteo dovete cercarlo nei piani alti”. Cosa intendesse dire con quelle parole non si è mai saputo davvero. Resta il dato di fatto che quell'ordine di morte non è mai stato revocato come evidenziarono i pm nisseni (il procuratore Amedeo Bertone, gli aggiunti Lia Sava e Gabriele Paci, il sostituto Stefano Luciani) nella richiesta di archiviazione dell’indagine. Quelle intimidazioni a Di Matteo e Scarpinato giunsero in un momento particolare in cui si stavano sviluppando indagini importanti sul fronte dell'inchiesta sul processo trattativa Stato-mafia. E il clima attorno a quel dibattimento, e di riflesso anche a quello in appello contro gli ufficiali Mori e Obinu per il mancato blitz a Mezzojuso, divenne particolarmente teso. Ieri come oggi qualcuno vuole alimentare questo clima di tensione e i proiettili nelle buste inviate a due Procuratori capi e al Presidente della Commissione regionale antimafia sono un allarme che non può sicuramente essere sottovalutato.

Foto © Imagoeconomica

Al procuratore capo di Caltanissetta Amedeo Bertone va tutta la solidarietà di ANTIMAFIADuemila, con l’augurio che venga fatta luce sul vile episodio.

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