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agostino nino castelluccio idadi Francesca Mondin
Chiusa la pista aperta sull’arma da fuoco utilizzata nel delitto dell’omicidio Nino Agostino e della moglie in dolce attesa Ida Castelluccio: la revolver Smith & Wesson 357 magnum, rinvenuta a San Giuseppe Jato nel 1996 in quello che fu battezzato come l'arsenale mafioso di Contrada Giambascio non è la pistola utilizzata dai killer quel terribile 5 agosto 1989. A metterlo nero su bianco sono stati i periti e i consulenti nominati dal Gip Marco Geata nella relazione conclusiva.

L’arma rinvenuta nel covo in cui si riforniva anche Giovanni Brusca, assieme a fucili, mitragliatori, munizioni, mine anticarro e congegni elettronici, era stata danneggiata dai boss per cercare di alterarla. I periti, dopo aver chiesto e ottenuto più tempo per gli accertamenti, sono riusciti a definire che l’arma è dello stesso modello di quella utilizzata per uccidere il poliziotto e la moglie a Villagrazia di Carini ma no è la stessa. Così ora il fascicolo sul caso Agostino torna ai sostituti pg Nico Gozzo e Umberto Giglio e al procuratore generale Roberto Scarpinato che aveva avocato l’indagine dopo l'opposizione della famiglia di Agostino alla richiesta di archiviazione presentata dalla Procura.
Le indagini sono ancora in fase preliminare e a fine giugno è stata perquisita la casa dell’ex numero due del Sisde Bruno Contrada sospettato di avere dei documenti utili alle indagini. La Dia ha portato via dalla sua abitazione due album di foto del periodo in cui il poliziotto era capo della Mobile di Palermo, alcune carte processuali relative al processo dell’ex 007, un suo memorandum con alcuni appunti sul delitto Agostino. Vi sarebbe anche un inizio di lettera, mai spedita, indirizzata al pm Nino Di Matteo in cui tentava di chiarire alcuni aspetti della sua deposizione sul delitto Agostino. La Procura generale avrà tempo fino a settembre per raccogliere prove e decidere se chiedere l’archiviazione del caso o presentare la lista degli indagati.

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