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7di Davide de Bari - Video e Foto
Di Matteo sul Borsellino quater: "Depistaggio via d'Amelio già nel '92"

“Nel libro racconto un episodio nel quale, all’epoca ero procuratore aggiunto, importanti esponenti dell’informazione e politici non volevano che si determinasse questo scontro e volevano creare i presupposti per una cosiddetta conciliazione a distanza tra la procura di Palermo e presidenza della Repubblica". E' questo uno dei particolari inediti che l'ex pm Antonio Ingroia ha raccontato nel suo nuovo libro “Le Trattative” (ed. Impramutur), scritto con il giornalista Pietro Orsatti. Un libro, presentato ieri nei locali della Sala Cristallo - Hotel Nazionale a Roma, in cui racconta gli anni vissuti da magistrato e da avvocato ma anche i retroscena di indagini che lo hanno visto protagonista. Tra gli episodi ricordati vi è anche il clamoroso conflitto di attribuzione sollevato dal Colle contro la Procura di Palermo.
"All’epoca - ha continuato l'ex pm - il direttore di Repubblica Ezio Mauro prese dei contatti con intermediari, i giornalisti di Repubblica e il procuratore aggiunto del tempo, prospettando la possibilità di evitare che si attivasse il conflitto di attribuzione e che si trovasse una soluzione condivisa. Ci furono degli incontri, fu individuato un ambasciatore istituzionale che doveva essere o il ministro della giustizia del tempo o la Severino o la presidente della commissione giustizia Finocchiaro; che mi avrebbero contattato a nome del Quirinale e che il Colle avrebbe proposto una soluzione che salvasse quello che noi ritenevamo prioritario: il rispetto delle regole e della legge. E loro avevano come obbiettivo quello di tutelare il totale segreto su quelle intercettazioni, come noi abbiamo sempre rispettato. Improvvisamente questa comunicazione si è interrotta e sono convinto che qualcuno ha fatto il doppio gioco; chi lo ha fatto non lo so”.
Per Ingroia, il conflitto di attribuzione è stato “lo stop più grave a quell'indagine. Perché ha costituito un esercizio di un potere legittimo che però è utilizzato come un avvertimento intimidatorio all'interno dello Stato”. “Si era creato una strada - ha continuato l’ex magistrato - in un clima culturale che il conflitto di attribuzione ha bloccato, cambiando la tendenza. La magistratura è diventata, complessivamente, non tutta, come ha dimostrato la sentenza della Corte d'Assise di Palermo, ostile nei confronti di quell'indagine, di quella verità, di quelle persone fisiche". Secondo Ingroia questo non sarebbe accaduto solo nel ramo giudiziario, ma anche “negli ambienti politici e giornalistici nel quale, non solo il presidente Napolitano ma anche chi era attorno lui, avrebbe fatto in modo di arrivare a quel conflitto di attribuzione”.
Alla presentazione è anche intervenuto il sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, che si è soffermato sul condizionamento delle organizzazione mafiose sul nostro Paese: “L’Italia è un paese dove la vita politica, a livello centrale di governo, è stata più profondamente condizionata dall’attività della mafia. Questi sono libri importanti, è una memoria importante. L’Italia è un paese che ha perso la memoria di quello che è stato consacrato con sentenze definitive”. Per Di Matteo, "l’Italia è un paese che tende a ricordare la vicenda Andreotti, come quella di un politico che alla fine è stato assolto quando il reato è stato prescritto. Come anche - ha continuato il magistrato - si è dimenticato l’esito giudiziario del processo Dell’Utri e lo stesso sta accadendo per la sentenza di primo grado del processo Stato-mafia".
Il magistrato ha evidenziato l'importanza di “testimoniare”. “E' importante - ha detto - la memoria, perché fino a quando questo paese non capirà che la lotta alla mafia, al sistema mafioso, alla collusione e alle trattative perenni tra mafie e poteri istituzionali, è una lotta per la democrazia. Se non si capirà questo, non avremo speranze”.

Il depistaggio di Via D'Amelio
Durante la presentazione non sono mancati commenti sulla motivazione della sentenza, arrivata pochi giorni fa, del processo Borsellino quater. In merito a questo, Ingroia ha detto che il depistaggio messo in atto ha un unica spiegazione: “Perché degli organi investigativi e degli apparati di sicurezza debbano mettere in piedi il più grande depistaggio della storia se non per proteggere se stessi? Non è pensabile lo abbiamo fatto per la mafia” e “cos' era che poteva determinare la necessita da parte di uomini dello Stato di una diretta partecipazione a una strage di un magistrato, se non quello che è emerso anche nel processo trattativa; che Paolo Borsellino era venuto a conoscenza della trattativa e conoscendo Paolo si sarebbe messo sicuramente di traverso e lo avrebbe rivelato pubblicamente”. L'avvocato definisce “epocali” le sentenza della trattativa Stato-mafia e quella del Borsellino quater e per questo dovrebbero essere uno spunto per la creazione di una commissione parlamentare d'inchiesta, come ha proposto qualche ora prima in un colloquio con il presidente della Camera Roberto Fico che ha ricevuto Ingroia per parlare della revoca della sua scorta, circa un mese fa, da parte del Ministero dell'Interno.
“Se questo governo vuole un cambiamento - ha sostenuto l'ex pm - e questo parlamento vuole un cambiamento apra una commissione d'inchiesta seria, come sono stati seri questi processi a Palermo e Caltanissetta che hanno accertato con nettezza e precisione delle responsabilità penali”.
E ancora ha continuato: “Un'altra idea potrebbe essere una petizione popolare con raccolta firme per chiedere al parlamento, a cominciare dal presidente della Repubblica e Camera, l'istituzione d'urgenza di una commissione parlamentare d'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia e sulle responsabilità politiche e penali conseguenti”.



Successivamente anche Di Matteo ha spiegato la propria posizione, rispondendo ad una domanda giunta dal pubblico che riprendeva alcune domande a lui rivolte dal quotidiano "Il Tempo". "Ho visto le dieci domande de 'Il Tempo' - ha risposto il sostituto procuratore nazionale antimafia - io non volevo nemmeno rispondere, ma siccome la mancata risposta viene interpretata in un determinato modo, io ripeto quello che ho detto nelle sedi istituzionali”. E ancora ha precisato il momento in cui ha appreso l'esistenza della lettera inviata dalla Boccassini, in cui venivano espressi i dubbi sul falso pentito Vincenzo Scarantino: “La lettera non mi è stata mai mostrata e mai letta, io ne ho appreso l'esistenza, come detto in Corte d'Assise, tanti anni dopo a Palermo mentre mi occupavo del processo sulla trattativa Stato-mafia. Comunque rappresenta un'opinione di un magistrato esperto, che però ha condotto le indagini che hanno portato all'arresto e poi alla collaborazione di Scarantino”. E poi ancora: "la Bocccassini nel periodo che lavorava alle stragi nel '92 e '94 a me, giustamente come ordine naturale delle cose, mi considerava un giovane collega che si occupava di ben altro. La Boccassini con me non ha mai parlato della lettera e di Scarantino”.
Di Matteo, commentando le motivazioni della sentenza Borsellino quater, ha anche evidenziato che "se depistaggio c'è stato, è partito un'ora dopo l'esplosione di via D'Amelio. Questo lì si può evincere attraverso tutte quelle prove e indizi che hanno portato ad arrestare Scarantino, che si sarebbe pentito due anni dopo. Quindi, come scrive la sentenza, se depistaggio è stato è partito nel 1992 quando i magistrati che conducevano le indagini, che avevano un rapporto stretto e che affidarono le indagini al dott. La Barbera, erano altri. Io sono arrivato due anni e tre mesi dopo. In quel momento ero un uditore giudiziario, in tirocinio presso la procura di Palermo”. Ancora il sostituto procuratore nazionale antimafia ha tenuto ad evidenziare di non essersi occupato delle indagini del "Borsellino uno" e del "Borsellino bis". "In quest'ultimo processo - ha ricordato - per quattro dei sette revisionati, proprio perché erano accusati solo da Scarantino, chiesi ed ottenni l'assoluzione. In appello, quando io non c'ero più, non so quali prove furono acquisite e anche questi quattro furono condannati”. Quindi si è domandato: "Perché nessuno ha detto che per la maggior parte di quei soggetti che sono stati revisionati era stata chiesta l'assoluzione? Oggi si vogliono cercare le responsabilità del depistaggio o si vuole arrivare ad altri scopi? O ancora si vuole andare davvero affondo alle indagini sulla strage? Non tentando di tirare in ballo chi in questi 25 anni ha dato un contributo che gli è costato tantissimo in termini di libertà, carriera e di tutto per l'accertamento della verità”.
Il magistrato ha anche ricordato che sulla strage di via d'Amelio l'unica indagine che ha seguito fino dall'inizio è stata quella del "Borsellino ter". "Quel troncone l'ho portato avanti dalla fase delle indagini alla fase finale della Corte d'Assise di Caltanissetta in cui furono condannate 24 persone per concorso in strage e queste sentenze non sono mai state messe in discussione - ha aggiunto Di Matteo - Non solo. In quel processo collaboratori di giustizia parlarono di trattativa per la prima volta". 


La scomoda verità
"In tutta questa storia - ha proseguito - sembra che si voglia tirare in ballo qualcuno che è andato avanti fino a un certo punto nelle inchieste sulle stragi, mentre scompaiono completamente dal dibattito e dalle ipotesi quei magistrati che in quel momento hanno arrestato Scarantino e hanno consentito alla polizia di fare 11 colloqui investigativi con quest'ultimo, quando già era un collaboratore di giustizia".
Di Matteo ha anche ricordato quanto espresso circa un anno fa davanti alla commissione parlamentare antimafia: “La presidente Rosy Bindi mi chiese una mia opinione su cosa potesse essere accaduto (riferito alla vicenda depistaggio, ndr). Partendo dal fatto che il racconto del ‘pentito’ Vincenzo Scarantino era un racconto che si dimostrò sì in gran parte falso, ma corrispondente al vero in alcune parti significative, dissi allora che la polizia poteva avere una fonte confidenziale che avesse fornito quei dettagli veritieri, come quello sul furto della Fiat 126 usata per l’attentato a Borsellino. Una fonte rimasta sconosciuta. Bindi mi disse ‘e quindi non è un depistaggio?’ Certo che lo è, risposi. Un depistaggio ancora più difficile da scoprire. È questa l’ipotesi che la stessa sentenza oggi ritiene più probabile: un depistaggio che inizia fin da subito, visto che Scarantino viene arrestato nel settembre del ’92”.
Per il pm della trattativa Stato-mafia, la sentenza del Borsellino quater è “molto chiara” e “se la si vuole utilizzare per atri scopi, io dirò semplicemente la verità”, anche se “in questo paese dire la verità è molto scomodo”.


Disinformazione e paura della mafia
All'incontro è intervenuto anche l'ex direttore de “Il Fatto Quotidiano” Antonio Padellaro che ha ricordato l'iniziativa del proprio giornale, nell'estate del 2012, di raccogliere firme per fare da “scudo” ai magistrati nel conflitto di attribuzione sollevato dal presidente Napolitano. “Oggi - ha detto l'ex direttore - se noi ripetessimo quella raccolta di firme, probabilmente non avremmo lo stesso risultato. Perché nel frattempo quella coscienza civile di crescere e rafforzarsi è andata sgretolandosi”. Secondo il giornalista questo è avvenuto per effetto di due fattori: il primo grazie a un'opera di disinformazione e di critica al lavoro dei magistrati attraverso "attacchi" e "delegittimazione"; l'altro aspetto è la concentrazione "sul tema dell'immigrazione”. Per Padellaro questo libro è “fondamentale” perché "aiuta a non cancellare e a non disinformare". E per cercare di combattere questi fenomeni bisogna “continuare a raccontare la vera storia di come il crimine in questo Paese è diventato sub stanziale alla natura stessa di questa democrazia”.
Anche il vignettista Vauro Senesi, che ha disegnato la copertina del libro, ha partecipato alla presentazione, partendo da due considerazioni, ragionando su cosa sia la mafia. Secondo Vauro si tratta di “una perfetta amministratrice del privilegio, che è la negazione del diritto, cioè qualcosa che vale per pochi o molti, ma non vale per tutti”. L'altra considerazione riguarda l'idea che si ha dello Stato. Per Vauro ciò che oggi viene messo in discussione è il diritto, non solo quello giuridico, ma quello “umano”. "Lo Stato - ha ricordato - è una società, una comunità. Questa è un idea di Stato, che non corrisponde a quello che è lo Stato in questo momento: non solo non garantisce il diritto, ma difende il privilegio”.
Secondo Vauro l'elemento che dovrebbe fondare una comunità è la solidarietà, perché in questa idea di società “non c'è posto e respiro per la mafia e criminalità”. “In questo momento - ha continuato il vignettista - emerge quanto è insicura (la società, ndr), come anche traspare dal libro. Quanto è insicuro il nostro sistema Stato, è privo dell'idea di società progressiva e dinamica”. E infine, ha concluso: “C'è un'altra analogia, tra la mafia e questa idea di Stato, ed è la paura. L'altro strumento di potere della mafia è la paura e io temo che l'altro strumento dello Stato - che vediamo in questo momento esprimersi al meglio - sia come quello della mafia: la paura”.

Foto © Imagoeconomica

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