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di Aaron Pettinari
Le parole di Giovanna Galatolo sull'attentato: “Mia madre disse: i bambini non si toccano. E mio padre la picchiò”

"Non appena il telegiornale diede la notizia mia madre iniziò a urlare: 'I bambini non si toccano'. Mio padre le saltò addosso, cominciò a picchiarla, voleva dare fuoco alla casa". Eccole alcune delle dichiarazioni della collaboratrice di giustizia Giovanna Galatolo che hanno consentito la riapertura dell'inchiesta sulla strage di Pizzolungo che il 2 agosto 1985 vide esplodere l’autobomba destinata al pm Carlo Palermo e che invece uccise Barbara Rizzo Asta e i suoi figli, Salvatore e Giuseppe.
A raccontare delle dichiarazioni della Galatolo è oggi La Repubblica che spiega anche come il procuratore aggiunto di Caltanissetta Gabriele Paci e il sostituto Pasquale Pacifico hanno chiuso l’indagine aperta sul capomafia palermitano dell’Acquasanta Vincenzo Galatolo.
Un'inchiesta che era stata stata riaperta nel nel 2014 dalla Dda di Caltanissetta proprio grazie alle parole della donna e a quelle di un altro pentito, Francesco Onorato, di cui non si conosce ancora il contenuto.
"Avevo vent’anni - ha raccontato Giovanna Galatolo agli inquirenti - a casa sentivo mio padre che diceva: 'Quel giudice è un cornuto'. Poi, si verificò l’attentato. E mi resi conto, anche mia madre capì. Non si dava pace".
E' evidente che le sentenze che hanno condannato i mandanti Totò Riina e Vincenzo Virga, il capo della cupola siciliana e il boss capo mafia del mandamento di Trapani, e come esecutori Nino Madonia e Balduccio Di Maggio, eseguiti tra mille difficoltà, non hanno fatto piena luce sul movente. Ma anche il primo processo lasciò aperte delle voragini. In primo grado vennero condannati a tre ergastoli i presunti attentatori Gioacchino Calabrò, Vincenzo Milazzo e Filippo Melodia ma in appello furono assolti. "Quella sentenza fu aggiustata" ha raccontato il pentito Giovanni Brusca, sentito al processo contro Messina Denaro per le stragi del 1992. Ed oggi Margherita Asta, la sorella dei gemellini si chiede se si dopo le parole del collaboratore di giustizia si sia indagato proprio sull'esito di quel processo. Su quell'attentato il giudice Carlo Palermo ha un'idea precisa. "Sono stati condannati boss mafiosi. Ma non erano i soli a volermi eliminare. Mi ero avvicinato ad alcuni nomi intoccabili e che infatti non sono mai usciti" aveva dichiarato in un'intervista a L'Avvenire nel 2015. Il riferimento è a quell’intreccio di affari sporchi, con tanto di interessi di mafia, massoneria e trafficanti d'armi, scoperchiato nell’inchiesta di Trento. "Dalla Turchia arrivava la droga, che poi finiva in Sicilia e da qui era smistata in Francia e Stati Uniti - diceva allora - Armi e terrorismo costituivano parti inscindibili di quei patti segreti. La prova, già allora, che la grande criminalità è un fenomeno globale e complesso. I giudici, frenati dal criterio della territorialità, giocano una sfida impari. Servirebbe un reale coordinamento internazionale delle indagini. Altrimenti è impossibile venirne a capo".
Trentatré anni dopo numerosi sono gli interrogativi che restano aperti. E la sensazione è che Pizzolungo rientri a pieno titolo nel contesto della strategia mafiosa e terroristica condotta da Cosa Nostra tra il 1985 e le stragi del 1992-1993.

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