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Si apre la pista “nera” per il delitto dell’uomo che voleva colpire i rapporti Cosa nostra-Dc
di Miriam Cuccu
A 38 anni dalla sua morte non è ancora chiuso il caso dell’uomo che sognava “una Sicilia con le carte in regola”. Piersanti Mattarella viene assassinato 38 anni fa, il giorno dell’Epifania 1980, ma i risvolti ancora insoluti sul democristiano che voleva fare pulizia dentro il proprio partito potrebbero giungere a nuove risposte con la riapertura delle indagini a Palermo. In primo luogo, gettando luce su alcuni reperti mai analizzati a fondo. E che portano dritti alla posta “nera”, quella neofascista targata Nuclei armati rivoluzionari (Nar). Retroscena ai quali già a suo tempo aveva pensato Giovanni Falcone, il quale era convinto che gli ambienti eversivi di destra fossero implicati del delitto del Presidente della Regione. Per questo alla sbarra degli imputati portò i “neri” Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini, accusati – e poi assolti – di essere gli autori materiali di un omicidio per il quale finora furono condannati solo i mandanti: i boss della Cupola di Cosa nostra Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci.
Eppure più di una circostanza lascia intendere che il delitto Mattarella non fu solo di matrice mafiosa. L’insofferenza di Cosa nostra nei confronti dell’allora Presidente della Regione era ben conosciuta da Giulio Andreotti: fu proprio l’ex presidente del consiglio a prendere parte a due incontri al cospetto di boss di “prima classe”, dove si parlò della politica di Piersanti Mattarella e di come fosse necessario eliminarlo. Tanto che, sebbene Andreotti fosse “nettamente contrario” all’esecuzione del delitto – si legge nella sentenza – dopo l’omicidio il divo Giulio “non si è limitato a prendere atto, sgomento, che le sue autorevoli indicazioni erano state inaspettatamente disattese dai mafiosi ed a allontanarsi senz’altro dagli stessi, ma è sceso in Sicilia per chiedere conto al Bontade (il boss Stefano Boutade, ndr) della scelta di sopprimere il presidente della Regione”, già da lungo tempo nella “black list” di Cosa nostra.
La carriera politica di Mattarella comincia nel 1964, quando si candida nella lista Dc e alle elezioni comunali di Palermo arriva quarto con più di undicimila preferenze: appena al di sotto di Salvo Lima e Vito Ciancimino, ma di tutt’altra pasta. Uomo dalla schiena dritta e dai principi morali solidi, Mattarella aveva maturato una profonda consapevolezza dell’evoluzione dei rapporti di forza tra politica e mafia, e del peso che Cosa nostra rivestiva all’interno del suo partito.
Già nel 1979, alla Conferenza regionale dell’agricoltura tenutasi a Villa Igea, Mattarella non usa mezzi termini quando sottolinea la propria opposizione contro la mafia e il malaffare. E non muove un dito nel momento in cui il deputato del Partito Comunista Italiano Pio La Torre – ucciso nell’82 – accusa l’assessore dell’agricoltura Giuseppe Aleppo di essere colluso con la delinquenza della regione. Piuttosto, si limita a confermare l’urgenza di garantire legalità e trasparenza nella gestione dei contributi agricoli regionali.
Il rinnovamento politico ed amministrativo tanto auspicato da Mattarella viene però stoppato in via Libertà quando, il 6 gennaio, il Presidente della Regione viene ucciso da colpi d’arma da fuoco mentre viaggia a bordo di una Fiat 132 insieme alla moglie, i due figli e la suocera. Tra i primi ad arrivare a seguito delle detonazioni il fratello, Sergio Mattarella, oggi Presidente della Repubblica. I volti dei killer che entrarono in azione non sono stati finora identificati, ma la nuova pista battuta dalla procura palermitana potrebbe portare, a 38 anni da quell’Epifania, a illuminare un omicidio che fece tremare lo scenario politico e accendere la speranza su una vera riforma contro le infiltrazioni mafiose nei partiti.

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