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Anche su Salvatore Cancemi ci sono molti spunti. Il Ros aveva ricevuto dai procuratori di Caltanissetta, Tinebra, e Palermo, Caselli, l'incarico di custodirlo. Dal '93 al '96, nel momento in cui era sotto la protezione diretta del Ros – credo fu l'unico collaboratore di giustizia – materialmente custodito in una caserma dei carabinieri, dice di non sapere nulla della strage di via d’Amelio. Nel '96 ci chiama e ci dice che aveva partecipato alla strage, ai pedinamenti la mattina degli spostamenti del dottor Borsellino. Cancemi aveva detto che Raffaele Ganci gli aveva detto che Riina aveva parlato con persone importanti, grazie alle quali aveva le spalle coperte. In quell'occasione per la prima volta mi dice: “Ricordo una riunione a casa di Girolamo Guddo nel giugno '92, tra Capaci e via d'Amelio, quando Riina ci disse 'adesso dobbiamo mettere mano all’eliminazione del dottor Borsellino'. Qualcuno degli esponenti disse 'perchè in questo momento?'”. Ricorderete tutti che dopo l'iniziale reazione che portò al decreto legge l'8 giugno '92 con l'introduzione del 41 bis in Parlamento stava maturando, e se ne aveva conoscenza dai giornali, una maggioranza contraria alla conversione in legge di quel decreto. Qualcuno fece notare a Riina che fare un'altra strage a ridosso avrebbe comportato delle conseguenze negative, con l'espressione raccontata da due collaboratori di giustizia, Cancemi e Brusca, con la quale Ganci Raffaele disse a Riina “ma che dobbiamo fare, la guerra allo Stato?”. E Riina disse: “La responsabilità è mia, si deve fare ora e sarà un bene per Cosa nostra” e, secondo Cancemi, in quel momento avrebbe detto: “Ora e in futuro dobbiamo sempre appoggiare Berlusconi e Dell'Utri, fare riferimento a queste persone, Cosa nostra ne avrà dei benefici”.
A proposito dell'insabbiamento, della “procura paramassonica” e quant'altro. All'epoca eravamo due giovani magistrati, io e il dottor Tescaroli, anche se non siamo stati i soli, perchè alcuni magistrati ci appoggiarono. Davanti al procuratore capo, dottor Tinebra, che venne alla riunione con Il Giornale che titolava in prima pagina “le balle di Cancemi”, pretendemmo che venissero iscritti per concorso in strage Berlusconi e Dell'Utri, con i nomi di copertura Alfa e Beta. Facemmo delle indagini e delle deleghe di indagini firmate esclusivamente dai due giovani magistrati della procura, Di Matteo e Tescaroli.
Ricorderò sempre il dato poi ripetuto processualmente anche da un collaboratore di giustizia più recente: Vito Galatolo, soggetto appartenente ad una famiglia stragista, che scrisse nel novembre del 2014 chiedendo di avere un colloquio con me, che ero alla Procura di Palermo. E come è diventato noto anche a questa Commissione, quando fu al cospetto mio e dell'ufficiale di polizia giudiziaria non volle verbalizzare niente ma disse in maniera agitata che dovevo stare attento perchè l'attentato nei miei confronti era già pronto nei minimi dettagli. Raccontò del tritolo acquistato e di aver visto l'esplosivo destinato all'attentato, e alla mia domanda “perchè?” fece un gesto: c'era in quell'aula del carcere di Parma una nota fotografia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e Galatolo disse: “La sua situazione è non come quello – indicando Giovanni Falcone – ma come l'altro. A noi, come era avvenuto per l'altro, ce l'hanno chiesto. All'epoca ero giovane ma sono figlio di mio padre e queste cose le ho sapute”.

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Ilda Boccassini © Ansa


Ovviamente non mi sono più potuto occupare di interrogare Galatolo, penso che altri l'avranno fatto. Ma gli spunti sono tanti. Per anni, soprattutto da quando si è pentito Spatuzza, abbiamo saputo che il principale protagonista della fase esecutiva della strage di via d’Amelio è stato Giuseppe Gravano. L'abbiamo appreso anche prima, dalle indagini da me condotte: c'è il dato che Giovanbattista Ferrante, l'uomo incaricato di pedinare il dottor Borsellino, vide transitare il convoglio delle macchine in via Belgio alle 16.52, per dire che stava arrivando dalla madre, dove sapevano che doveva arrivare, chiamò un telefono nella disponibilità di Cristoforo Cannella, più stretto uomo di fiducia di Giuseppe Graviano. Poi, del ruolo di Graviano, abbiamo saputo ancora meglio con Spatuzza. Però sappiamo anche che Graviano è stato il principale protagonista degli attentati a Roma, Firenze e Milano del ‘93. Oggi sappiamo che è stato anche il principale protagonista dell’accordo con la ‘Ndrangheta che portò nei primi mesi del '94: il 18 gennaio al duplice omicidio dei due appuntati dei carabinieri a Scilla, Fava e Garofalo, e gli altri attentati per fortuna falliti nei confronti dei carabinieri, sempre in territorio calabrese. Soprattutto, sappiamo che Graviano è stato il principale protagonista del fallito attentato all’Olimpico, il 23 gennaio 1994. Il 27 gennaio, insieme al fratello Filippo, viene arrestato a Milano. Quell'attentato è uno dei grandi misteri, non tanto perchè non sia riuscito il 23 gennaio, ma perchè non sia stato mai più ripetuto, per fortuna, anche se ci dovremmo chiedere il perchè.
Quando Spatuzza si pentì fecero scalpore le dichiarazioni sull’incontro al bar Doney a Roma, in via Veneto, che riusciamo a collocare pochi giorni prima del 23 gennaio. Rivela Spatuzza di come Graviano gli dice che l'attentato lo devono fare lo stesso, che i calabresi si sono mossi, che dobbiamo dare quest'ultimo colpo, tanto ormai “ci siamo messi il Paese nelle mani” e avrebbe fatto i nomi di Berlusconi e Dell'Utri come i soggetti con i quali erano stati stipulati quegli accordi. All'epoca si disse che erano dichiarazioni de relato. Oggi, con la nostra attività alla Procura di Palermo, un anno di intercettazioni ambientali dei colloqui tra Giuseppe Graviano e il suo compagno di socialità, c’è la viva voce di Graviano, perno di queste vicende, che parlando del '92 e '93 e delle stragi fa riferimento di cortesie fatte e di contatti politici con Berlusconi.
Mi auguro di sbagliare, ma rispetto a questa escalation di elementi di prova sul punto, temo l'indifferenza, la minimizzazione, lo svilimento ingiustificato della valenza probatoria anche delle dichiarazioni di Graviano, attraverso la discutibilissima affermazione prospettata da alcuni difensori e fatta propria dalla maggior parte dei giornali, che Graviano sapeva di essere intercettato. A noi risulta il contrario, ma ammesso e non concesso che sapesse di essere intercettato, il fatto che si riferisse a quelle vicende e persone, in relazione al periodo delle stragi, in ogni caso un significato dovrà pur averlo.

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