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Cito alcuni dati su delle questioni, come la lettera della dottoressa Boccassini, che nell'ottobre ‘94 esprimeva al procuratore di Caltanissetta le proprie perplessità sull'attendibilità delle prime dichiarazioni di Scarantino. Io dell’esistenza di questa lettera ho appreso quattro, cinque o sei anni fa nel momento in cui, svolgendo indagini a Palermo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, avevamo avviato un collegamento investigativo con Caltanissetta, e ho avuto modo di sapere prima dai colleghi e poi di leggere il suo contenuto tra il 2011 e il 2012. Quando è stata redatta non ero nemmeno entrato a far parte del pool stragi. Come ho già detto in occasione della mia testimonianza al processo Borsellino quater io, giovane magistrato di allora appena arrivato, non ho mai parlato di indagini sulle stragi o di nessun tipo con la dottoressa Boccassini. Lei era l'autorevole esponente del pool, io non ne facevo ancora parte. Nè la Boccassini ha mai parlato con me di Scarantino. Non ho mai partecipato a nessuna riunione della Direzione distrettuale antimafia a cui partecipò la dottoressa Boccassini. La vedevo spesso gli ufficiali di polizia più importanti ed autorevoli di allora, e con il dottor La Barbera, che neanche mi salutava. Non ho mai parlato con lui di vicende relative ad indagini.
Se a settembre ‘92 si arriva ad un arresto in base ad un’indagine errata o addirittura depistata, chiamare in causa il dottor Di Matteo che inizia ad occuparsi dal novembre '94 è un fuor d’opera, che certe volte temo sia volontariamente portato avanti sfruttando anche la buona fede e la comprensibile sete di verità di molte persone.
So che è stata posta la questione del cosiddetto mancato tempestivo deposito agli atti del processo Borsellino bis, che ho seguito in fase dibattimentale, dei confronti che nel gennaio ‘95 assieme ad altri colleghi disposi e feci effettuare tra Scarantino e i collaboratori di giustizia Salvatore Cancemi, Gioacchino La Barbera e Mario Santo Di Matteo.
Per questi mancati depositi siamo stati oggetto di una denuncia penale alla Procura di Catania, poi chiusa con un’archiviazione, da parte di alcuni avvocati. Ma tutti quei confronti sono stati da noi depositati, a disposizione dei difensori degli imputati, e prodotti alla Corte d'Assise ben prima della conclusione dell'istruttoria dibattimentale del processo. Il processo si è concluso con la piena e legittima consapevolezza e conoscenza di tutte le parti processuali dell'esistenza e dei contenuti di quei confronti. Tanto è vero che oggetto di quel confronto era la partecipazione, assunta da Scarantino e negata dagli altri tre collaboratori, ad una riunione preparatoria della strage a casa di Calascibetta. Tanto abbiamo depositato quei confronti, e tanto eravamo convinti nella fase valutativa che Scarantino su quel punto avesse mentito, che per Calascibetta, accusato solo di partecipazione in questo segmento preparatorio, abbiamo chiesto l'assoluzione.

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Gaetano Scotto


Perchè non abbiamo depositato subito, ma solo dopo alcuni mesi, senza comunque pregiudicare alcun diritto di difesa? In quel momento avevamo la pendenza in dibattimento del via d'Amelio bis e in fase di indagine del ter, dove erano indagati anche Cancemi e Di Matteo, e avevamo dei motivi ben precisi per ritenere che anche loro fossero stati reticenti sulla strage di via d'Amelio. Cancemi aveva ammesso la sua partecipazione alla strage di Capaci, ma giurava di non sapere nulla su via d’Amelio, cosa che ritenevamo impossibile. Per noi era reticente, e solo a partire dalla seconda parte del 1996 Cancemi ammise la sua partecipazione alla strage di via d’Amelio, riferì di quelle circostanze sulla riunione a casa di Guddo e la citazione, da parte di Riina, di Berlusconi e Dell'Utri, e disse di non aver parlato prima perché troppo delicate erano le sue dichiarazioni su via d'Amelio.
In quel primo momento avevamo delle forti perplessità anche sulla reticenza di Mario Santo Di Matteo, che come Cancemi sosteneva di non sapere nulla di via d'Amelio. Ma nel dicembre del ‘93, poco dopo il rapimento del figlio del collaboratore di giustizia – il piccolo Di Matteo – su disposizione della Procura di Caltanissetta la Dia di Roma effettuò un’intercettazione del primo drammatico colloquio, successivo alla notizia del sequestro, tra Mario Santo Di Matteo e la moglie Francesca Castellese. In quel momento la moglie invocava il marito di non parlare di via d’Amelio perché erano coinvolti quelli che la signora Castellese definiva infiltrati della polizia. Quindi il mancato iniziale deposito di quei confronti dipendeva dal fatto che in relazione a questi elementi pendeva un’indagine che poi sfocerà nel via d'Amelio ter, per cui dovevamo capire chi avesse detto la verità e chi no. Quando siamo stati convinti che quella riunione a casa di Calascibetta non c’era stata non solo abbiamo depositato e prodotto, ma abbiamo chiesto in dibattimento un ulteriore confronto davanti alla Corte tra i pentiti che si contraddicevano.

La presidente Bindi interviene per chiedere al dott. Di Matteo quanto tempo sia passato tra la fase degli accertamenti e il loro deposito.

Credo un anno. Ma in questo anno non c’è stata una tappa processuale, non c’è stato alcun momento che abbia potuto pregiudicare il diritto di difesa degli imputati. Perchè, quando tutti dicono che i pm dovrebbero chiedere scusa per i revisionati, nessuno ricorda che per una parte di quei soggetti i pm già allora avevano chiesto l’assoluzione?

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