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dia targadi Aaron Pettinari
Presentata la relazione annuale della Dna

Una mafia in evoluzione, tutt’altro che in crisi (nonostante i successi e gli arresti del 2016) presente in tutti i settori nevralgici del Paese (politica, pubblica amministrazione ed economia) tanto da essersi infiltrata (o sarebbe meglio dire radicata) in quasi tutte le regioni italiane e nel resto del mondo. E’ questa la fotografia che traccia la Relazione della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo presentata dal procuratore nazionale antimafia Franco Roberti e dalla presidente della commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi, riguardo alla ‘Ndrangheta.  
Partendo dalle inchieste calabresi, capaci di svelare anche i legami della criminalità organizzata con ambienti delle istituzioni, dei servizi segreti e della massoneria, si evince chiaramente come proprio la ‘Ndrangheta sia “presente in tutti i settori nevralgici della politica, dell’amministrazione pubblica e dell’economia, creando le condizioni per un arricchimento, non più solo attraverso le tradizionali attività illecite del traffico internazionale di stupefacenti e delle estorsioni, ma anche intercettando, attraverso prestanome o imprenditori di riferimento, importanti flussi economici pubblici ad ogni livello, comunale, regionale, statale ed europeo".
Sul tavolo ci sono le indagini che “hanno rivelato un rapporto tra la ‘ndrangheta, esponenti di rilievo delle Istituzioni e professionisti – legati anche ad organizzazioni massoniche ed ai Servizi segreti – di piena intraneità, al punto da giocare un ruolo di assoluto primo piano nelle scelte strategiche dell’associazione, facendo parte di una ‘struttura riservata’ di comando.  Attenta riflessione – secondo la Relazione della Dna – merita soprattutto la figura di Paolo Romeo, ritenuto il vero e proprio motore dell’associazione segreta emersa nel procedimento Fata Morgana e delineatasi con le indagini Reghion e Mammasantissima, dimostratasi in grado di condizionare l’agire delle istituzioni locali, finendo con il piegarle ai propri desiderata, convergenti, ovviamente, con gli interessi più generali della 'ndrangheta”.
Secondo quanto riportato nel documento, che evidenzia gli esiti delle indagini, Romeo viene descritto come “appartenente al mondo massonico e, al contempo, uomo di vertice dell’associazione criminale, dei cui interessi è portatore, nel mondo imprenditoriale ed in quello politico, ruolo svolto con accanto personaggi che sono sostanzialmente gli stessi quantomeno dal 2002, dunque da circa 15 anni, senza dimenticare i suoi antichi e dunque ben solidi rapporti con la destra estrema ed eversiva, nel cui contesto, verso la fine degli anni 70, ebbe modo di occuparsi della latitanza di Franco Freda, imputato a Catanzaro nel processo per la strage di piazza Fontana”. E poi ancora: “All’interno di questa cabina di regia criminale è stato gestito il potere, quello vero, quello reale, quello che decide chi, in un certo contesto territoriale, diventerà sindaco, consigliere o assessore comunale, consigliere o assessore regionale e addirittura parlamentare nazionale od europeo. Sono stati, invero, il Romeo ed il De Stefano a pianificare, fin nei minimi dettagli, l’ascesa politica di Alberto Sarra, consigliere regionale nel 2002 – subentrando a Giuseppe Scopelliti, fatto eleggere Sindaco di Reggio Calabria”.

‘Ndrangheta nazionale ed internazionale
Dai dati raccolti emerge chiaramente come la criminalità organizzata calabrese "è presente in quasi tutte le regioni italiane nonché in vari Stati, non solo europei, ma anche in America - negli Stati Uniti e in Canada - ed in Australia. Continuano, poi, ad essere sempre solidi, i rapporti con le organizzazioni criminali del centro/sud America con riferimento alla gestione del traffico internazionale degli stupefacenti, in primis la cocaina, affare criminale in cui la 'ndrangheta continua mantenere una posizione di assoluta supremazia in tutta Europa”. In particolare, nel nord Italia, il Veneto, il Friuli Venezia Giulia e la Toscana "sono territori in cui l'organizzazione criminale reinveste i cospicui proventi della propria variegata attività criminosa, nel settore immobiliare o attraverso operatori economici, talvolta veri e propri prestanome di esponenti apicali delle diverse famiglie calabresi, talaltra in stretti rapporti con esse, al punto da mettere la propria impresa al servizio delle stesse". Piemonte e Valle d'Aosta, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna ed Umbria, "sono regioni in cui, invece, vari sodalizi di 'ndrangheta hanno ormai realizzato una presenza stabile e preponderante, talvolta soppiantando altre organizzazioni criminali - così come avvenuto, per esempio, in Piemonte con le famiglie catanesi di Cosa Nostra - ma spesso in sinergia o, comunque, con accordi di non belligeranza, con le stesse, fenomeno riscontrato in Lombardia ed Emilia Romagna, ove sono attivi anche gruppi riconducibili alla Camorra o a Cosa Nostra".

Cosa nostra vive una “fase di transizione” ma è solida
Un capitolo della Relazione è dedicato allo stato di Cosa nostra, sempre presente nel territorio siciliano: "E' permanente e molto attiva l'opera di infiltrazione, da parte di 'Cosa Nostra', in ogni settore dell'attività economica e finanziaria, che consenta il fruttuoso reinvestimento dei proventi illeciti, oltre che nei meccanismi di funzionamento della pubblica amministrazione, in particolare nell'ambito degli enti locali". Dei tentativi di infiltrazione della mafia nelle attività della pubblica amministrazione e dell'economia parla diffusamente la Dna nella sua relazione 2016 sullo stato della criminalità organizzata. "Ciò ha ricevuto significativa conferma, nel corso dell'ultimo anno, - aggiunge - da indagini che hanno posto in luce il sostanziale asservimento all'organizzazione di esponenti del mondo delle professioni, dell'imprenditoria, dell'intermediazione finanziaria". "Da qui la necessità di orientare l'azione investigativa proprio nei confronti di tali settori, al fine di individuare ed interrompere i canali di investimento e reimpiego dei proventi illeciti dell'organizzazione, affiancandola a quella, costantemente efficace, - prosegue - dei sequestri e delle confische nell'ambito delle misure di prevenzione". "Attenzione è stata rivolta ai canali di infiltrazione e di condizionamento, attivati da Cosa Nostra - conclude il documento - nei settori dell'impiego delle risorse pubbliche, delle concessioni e delle opere pubbliche, in quest'ultimo caso attraverso i meccanismi del subappalto, nonché alla sua interessata partecipazione ai numerosi fenomeni di corruzione che tuttora investono l'operato della pubblica amministrazione". Dopo gli anni della strategia di "sommersione" seguita alla cattura di Bernardo Provenzano, secondo la Dna Cosa nostra sta attraversando una nuova fase - di transizione - tesa all'individuazione di una nuova leadership. Tutto ciò starebbe avvenendo senza conflitti particolari (anche se di recente a Palermo si è tornati a sparare, come avvenuto con la morte del boss Dainotti il 22 maggio scorso), in base ad una sorta di "costituzione formale" che ha permesso all'organizzazione di "risollevarsi dalle ceneri". "Cosa Nostra - spiega infatti la Dna - si presenta tuttora come un'organizzazione solida, fortemente strutturata nel territorio, riconosciuta per autorevolezza da vasti strati della popolazione, dotata ancora di risorse economiche sconfinate ed intatte e dunque più che mai in grado di esercitare un forte controllo sociale ed una presenza diffusa e pervasiva". Nella Sicilia Orientale "sono storicamente presenti i clan contrapposti di Cosa Nostra, particolarmente attivi nella città di Comiso, e della Stidda attualmente radicata nella città di Vittoria", si legge ancora nella relazione annuale del 2016 della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo presentata questa mattina a Roma alla presenza del procuratore, Franco Roberti e della presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi. Proprio per quanto riguarda la Stidda "nell'ambito del processo penale nr.14582/15 veniva emessa ordinanza applicativa di misura cautelare dal Tribunale del Riesame per il reato di cui agli artt. 610 c.p., 7 D.L. 152/91 (violenza privata aggravata dal metodo mafioso) commessi in danno del giornalista Paolo Borrometi da Ventura G. Battista appartenente alla famiglia mafiosa prima citata".

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Rosy Bindi con il procuratore nazionale Antimafia Franco Roberti (© Ansa)


Obiettivo Messina Denaro
Ovviamente non poteva mancare il riferimento alla caccia del superlatitante per eccellenza, Matteo Messina Denaro. E’ lui, secondo la Dna, “il capo indiscusso delle famiglie mafiose del trapanese, che estende la propria influenza ben al di là dei territori indicati. Il suo arresto non può che costituire una priorità assoluta". La Dna ritiene che, nella "situazione di difficoltà di Cosa Nostra, il venir meno anche di questo punto di riferimento, potrebbe costituire, anche in termini simbolici, così importanti in questi luoghi, un danno enorme per l'organizzazione".

Il problema Camorra
Per quanto riguarda la Camorra viene messa in evidenza una differenziazione tra la struttura criminale napoletana e quella della Provincia. Nel capoluogo napoletano si registra un aumento degli omicidi di chiara matrice camorristica, che nel corso del 2016 passano da 45 a 65. A firmarli - spiega la Dna - sono "killer giovanissimi che si caratterizzano per la particolare ferocia che esprimono ed agiscono al di fuori di ogni regola" in esecuzione delle direttive di "quadri dirigenti che fino a pochi anni fa non erano in prima linea". Tutto ciò avviene in seguito agli arresti ed alle condanne dei capi storici che di fatto hanno portato ad un vuoto di potere che deve ancora essere colmato. Il risultato è "un quadro d'insieme caratterizzato dall'esistenza di molteplici focolai di violenza". E in questo contesto - evidenzia con preoccupazione la Dna-  "i quartieri del centro storico che da sempre hanno suscitato i voraci appetiti della criminalità organizzata, in ragione dell'esistenza di fiorenti mercati della droga, delle estorsioni e della contraffazione, hanno rappresentato e rappresentano tuttora la vera emergenza criminale per il distretto di Napoli". Diversamente accade nel casertano, ai bordi di Napoli e in Provincia di Benevento. “Il fatto che in Provincia di Caserta il numero di omicidi commessi al fine di agevolare organizzazioni mafiose - scrive la Dna -sia pari a quello che si registra, ad esempio, in provincia di Cuneo o Bolzano, cioè zero, non significa affatto che sia riscontrabile un livello ed una presenza della criminalità di tipo mafioso comparabile a quella riscontrabile nelle due province citate a titolo di mero esempio". Piuttosto, è la manifestazione di una nuova strategia di lungo respiro, basata sull'infiltrazione negli appalti e nei pubblici servizi, "sempre più agevolata da collegamenti stretti con la politica e l'imprenditoria", piuttosto che sul ricorso alla violenza.

Mafia ed economia
Nella relazione presentata da Roberti e dalla Bindi viene anche messo in evidenza il rischio che le mafie possano diventare 'autorità pubblica' in grado di governare processi e sorti dell'economia. Si legge nella relazione che “L’uso stabile e continuo del metodo corruttivo-collusivo da parte delle associazioni mafiose determina di fatto l'acquisizione (ma forse sarebbe meglio dire, l'acquisto) in capo alle mafie stesse, dei poteri dell'autorità pubblica che governa il settore amministrativo ed economico che viene infiltrato. Acquistato, dal sodalizio mafioso, con il metodo corruttivo collusivo, il potere pubblico - si legge nel testo - che viene in rilievo e sovraintende al settore economico di cui si è intenso acquisire il controllo, questo viene, poi, illegalmente, meglio, criminalmente, utilizzato al fine esclusivo di avvantaggiare alcuni (le imprese mafiose e quelle a loro consociate) e danneggiare gli altri (le imprese e i soggetti non allineati)".
E poi aggiunge: “Assai spesso, è la stessa organizzazione mafiosa che, avendo acquisito le necessarie capacità tecniche e le indispensabili relazioni politiche, individua essa stessa il settore nel quale vi è possibilità di ottenere finanziamenti e, quindi, conseguenzialmente, indirizza ed impegna la spesa pubblica. Si tratta del vulnus più grave alla stessa idea, allo stesso concetto di autonomia locale". Ecco dunque l’indice puntato sul fenomeno della corruzione con un intervento diretto nell’elaborazione dei bandi di gara. Il Procuratore nazionale antimafia spiega che “individuati i fondi necessari, pagato o promesso il corrispettivo al politico che ha dato il via libera e attribuito il finanziamento all'ente locale, chiude il primo passaggio, il primo step, e l'opera può essere messa a gara”. Così "l'impresa del cartello o un professionista incaricato, redige integralmente il bando di gara e lo consegna agli uffici amministrativi pubblici spesso neppure attrezzati tecnicamente a redigerlo. Bandita la gara, si innesta l'attività corruttiva-collusiva tesa a fare coincidere il nome del vincitore con quello della ditta del cartello che aveva prima fatto finanziare l'opera e, poi, aveva impostato il bando di gara (al fine di aggiudicarsela)".
"Le mafie - si legge sempre nella relazione della Dna -  anche senza l'uso di quelle che si riteneva fossero le loro armi principali, continuavano e continuano, non solo, a raggiungere i loro scopi di governo del territorio, di acquisizione di pubblici servizi, appalti, interi comparti economici, ma continuano a farlo avvalendosi dell'assoggettamento del prossimo (sia esso un imprenditore concorrente o un qualsiasi altro cittadino) riuscendo a porre costui, senza fare ricorso all'uso della tipica violenza mafiosa, in uno stato di paralizzata rassegnazione, nella quale, in sostanza, è in balia del volere mafioso".

carcere aperto

416 bis e 41 bis

Vista la nuova veste della mafia, la Dna torna a sollecitare anche una modifica del 416 bis, l'articolo del codice penale che disciplina il reato di associazione mafiosa aggravando di un terzo la pena "se le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo (...) sono acquisite, anche non esclusivamente, con il ricorso alla corruzione o alla collusione con pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio, ovvero ancora, con analoghe condotte tese al condizionamento delle loro nomine". Al netto dei differenti stadi evolutivi che mafia siciliana, 'ndrangheta e camorra stanno attraversando, emerge infatti un tratto comune che la Dna non esita ad identificare in "un inarrestabile processo di trasformazione delle organizzazioni mafiose, da associazioni eminentemente militari e violente, ad entità affaristiche fondate su di un sostrato miliare". Per questo "gli omicidi ascrivibili alle dinamiche delle organizzazioni mafiose sono complessivamente in calo, mentre il panorama delle indagini mostra un forte dinamismo dei sodalizi in tutti gli ambiti imprenditoriali nei quali viene in rilievo un rapporto con la pubblica amministrazione". Nel documento viene dato l’allarme su un fenomeno che riguarda gli storici esponenti dell'organizzazione. Questi, spesso, finito di scontare la pena, tornano alle vecchie attività. Per questo si propone un'ulteriore modifica del 416 bis che preveda "un meccanismo sanzionatorio particolarmente rigoroso per escludere per un non breve periodo di tempo dal circuito criminale quegli appartenenti all'organizzazione mafiosa che dopo una prima condanna, tornino a delinquere reiterando in tal modo la capacità criminale propria e dell'organizzazione". Nella relazione si sottolinea anche come il 41bis non debba essere assolutamente modificato: “Il regime deve essere potenziato e mai attenuato, atteso che sul fronte della lotta alla mafia si può solo avanzare e non arretrare e che, in tale contesto, il ruolo dell’istituto previsto dall’art. 41 bis O.P. è imprescindibile”.
 
Sacra Corona Unita “vitale e rinnovata”
Un altro capitolo riguarda poi la Sacra Corona Unita. Si legge nel documento che “le attività di indagine in corso, sia con riguardo alla provincia di Brindisi che a quella di Lecce testimoniano di una perdurante, e per certi versi rinnovata, vitalità dell’associazione mafiosa Sacra corona unita, da tempo insediata in questi territori. Tutte le principali attività criminali delle due provincie, infatti, benché talora possano apparire autonome ed indipendenti da logiche mafiose, ad uno sguardo più approfondito risultano fare riferimento alla associazione mafiosa, cui comunque deve essere dato conto”. La Dna aggiunge poi che “la mafia lucana e, in particolare, quella potentina, sta sviluppando una spiccata capacità ad intrecciare rapporti, prevalentemente di natura corruttiva, con amministratori pubblici e politici locali, finalizzati ad ottenere più agevolmente appalti per servizi ed opere pubbliche e, quindi, compiere un salto di qualità verso un pieno inserimento nell’economia locale; a ciò si aggiunga la dimostrata attitudine ad effettuare lucrosi investimenti, in particolare nel settore delle scommesse e del gioco d’azzardo“. Permane, tuttavia, “in particolare per il circondario di Matera, una sorta di difficoltà nel percepire e valutare i fenomeni criminali che si realizzano nel territorio”.

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