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di Miriam Cuccu - Fotogallery
La montagna che sovrasta il cimitero dei Rotoli, a Palermo, intima il silenzio ed invita al raccoglimento. Di fronte alle lapidi ordinatamente disposte a perdita d'occhio, dove la memoria si fa marmo e preghiera, è Francesca Morvillo ad essere ricordata, come una "grande donna, un grande magistrato e docente" da una piccola delegazione, tra i presenti componenti dell'associazionismo locale - il Comitato 23 maggio, il Siap, Agende Rosse Palermo e Scorta Civica - ed alcuni familiari di vittime di mafia, a ridosso del 25° anniversario della strage di Capaci, dove Francesca Morvillo e Giovanni Falcone furono uccisi insieme agli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Di fronte alla tomba del magistrato c'è anche il fratello, Alfredo Morvillo, che durante la commemorazione non rilascia dichiarazioni.


Il significato profondo è proprio quello di "fare memoria", spiega Luigi Lombardo, presidente del Siap, mentre c'è chi "continua a voler dimenticare". Parlando dell'importanza della ricerca della verità, aggiunge, "crediamo che ciò che dobbiamo dirci sulle stragi non si è ancora esaurito" e per questo "continueremo a chiedere il perché di queste morti, fino a quando non avremo una convincente verità".
Presente anche il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando: "Siamo qui per commemorare una donna che per amore ha accompagnato Giovanni Falcone, ma che ha anche un suo vissuto da magistrato. - afferma - E oggi la ricordiamo non solo come la moglie di Falcone", perché "ogni vittima di mafia ha una sua storia, alla quale vogliamo rendere omaggio". Così, dopo aver deposto i fiori sulla tomba di Francesca Morvillo, si pronuncia una preghiera per Vito Schifani ed Antonio Montinaro. Poi, insieme alla mamma Graziella Acetta, una carezza sulla tomba del piccolo Claudio Domino (ucciso a 11 anni da Cosa nostra), un saluto davanti alla lapide di Giammatteo Sole (ammazzato perché conosceva il figlio di un boss) con il fratello, Massimo; una poesia, recitata da Lina La Mattina e Michelangelo Balistreri. Tra i presenti, anche Brizio Montinaro, fratello di Antonio, Luciano Traina, fratello di Claudio, tra gli agenti di scorta rimasti uccisi nella strage di via d'Amelio insieme a Paolo Borsellino, Vincenzo e Augusta Agostino, genitori dell'agente Antonino, ucciso 28 anni fa dalla mafia insieme alla moglie Ida Castelluccio.

Qui, dove la memoria non è passerella, nè trionfalismo o squilli di trombe, resta il cordoglio di chi ha perso il figlio, il fratello, il marito, e la giustizia non ha ancora saputo dire loro perché. "Possiamo dire e fare ciò che vogliamo, ma loro sono sempre insieme, come tutti coloro che sono caduti per avere mondo migliore" dice Agostino, parlando del trasferimento della bara di Giovanni Falcone alla Chiesa di San Domenico, mentre quella di Francesca Morvillo è rimasta al cimitero dei Rotoli. "Speriamo che questa verità possa venire fuori". Poi l'appello alle istituzioni: "Chiedo loro leggi giuste e lavoro per i giovani. E di aiutarmi a trovare la verità su quello che è accaduto il 5 agosto 1989, nient'altro". Lo scoramento è tanto, ma anche la determinazione. Luciano Traina dedica un pensiero alla madre, che "pochi mesi fa ci ha lasciato con la speranza di sapere la verità sulle morti di questi magistrati e poliziotti. Ora, tra le braccia di Claudio, la conoscerà".
"In questi momenti - afferma Brizio Montinaro - il silenzio è la cosa migliore". Che, a ridosso della montagna, è interrotto solo da qualche gabbiano che sorvola le lapidi. Per le parate istituzionali bisognerà aspettare il 23 maggio.

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