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ciancimino c giorgio barbagallo 4di Aaron Pettinari
Ieri la condanna definitiva a 3 anni per detenzione di esplosivo

Ieri la condanna in via definitiva a 3 anni per detenzione di esplosivo. Oggi l'arresto compiuto dalla Squadra Mobile di Palermo su ordine della Procura del Capoluogo che ha chiesto ed ottenuto la revoca dell'undulto concessogli dopo una condanna a 2 anni ed 8 mesi per riciclaggio. E' così che per Massimo Ciancimino si riaprono le porte del carcere. Il figlio di don Vito dovrà ora scontare entrambe le pene (in totale 4 anni e 5 mesi di reclusione) a cui è stato sottratto il periodo di detenzione subito dall’imputato durante la custodia cautelare in carcere. Tempi di carcerazione che, certo non nel breve periodo, potrebbero persino aumentare se si considera che si trova sotto processo per calunnia a Caltanissetta e per calunnia e concorso in associazione mafiosa a Palermo nel processo trattativa Stato-mafia.
Massimo Ciancimino non ha mai chiesto e non ha mai avuto trattamenti di favore e questo è l'ennesimo episodio che lo dimostra. - commenta il legale Roberto D'Agostino - La legge in questo senso è chiara e ci aspettavamo che sarebbe accaduto”. Ciancimino jr, attualmente nei locali della Mobile di Palermo, guidata da Rodolfo Ruperti, in attesa di essere portato in carcere, ieri non ha commentato la condanna definitiva.
Certo è che la vicenda del ritrovamento di 13 candelotti di dinamite nel giardino dell'abitazione palermitana di Massimo Ciancimino è piuttosto controversa.
Inizialmente il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo sostenne che gli erano stati consegnati da uno sconosciuto come forma di pressione per indurlo ad interrompere la sua collaborazione con i magistrati. Ma le videocamere piazzate a sua insaputa nella sua abitazione dagli inquirenti non avevano ripreso alcuna consegna di esplosivo.
I fatti risalgono ai primi giorni di aprile 2011 quando, a detta dello stesso Ciancimino jr, ricevette un plico anonimo mentre si trovava ospite dai suoceri a Bologna. All'interno del plico vi sarebbero stati una lettera di minacce, una foto del figlio, Vito Andrea, scattata con il teleobiettivo, ed i candelotti di dinamite.
In primo grado ed in appello Ciancimino aveva sostenuto di non avere segnalato nell'immediato quei fatti a Bologna anche per non creare fastidi alla moglie e ai suoi familiari (il suocero era malato ndr) e di aver preferito perciò portare l'esplosivo a Palermo, all'insaputa della scorta che all'epoca ancora lo seguiva, dove avrebbe potuto disfarsene più facilmente.
Parte della dinamite sarebbe poi stata eliminata da un suo amico, Giuseppe Avara, anche lui condannato definitivamente a due anni, il quale aveva raccontato di averne buttato una parte in un cassonetto della spazzatura. Nel frattempo gli altri candelotti erano stati seppelliti in giardino, con tanto di accorgimenti per cercare di depotenziare gli effetti degli stessi.
Tuttavia nei tre gradi di giudizio non si è ritenuto di riconoscere le circostanze attenuanti a nessuno dei due imputati nonostante che fu lo stesso figlio di don Vito ad indicare ai pm dove trovare l'esplosivo all'interno della propria abitazione.
Nelle motivazioni della sentenza d’appello, infatti, si parla di un “simulato attentato pianificato” da parte del figlio dell'ex sindaco mafioso nel tentativo di “ricostruire la propria credibilità fortemente compromessa”. Nella sentenza però, i giudici non sciolgono in alcun modo i dubbi sulla provenienza della dinamite.
A prescindere dalla condanna di Ciancimino jr e dai suoi errori c'è una considerazione che deve essere fatta. Non si può dimenticare che solo dopo aver sentito quanto veniva da lui riferito ai pm, politici e rappresentanti delle istituzioni si sono decisi a rompere il ventennale ed omertoso silenzio dietro cui si erano trincerati. E' grazie alle sue dichiarazioni, dunque, che ha avuto inizio quel processo di distruzione del “velo di Maya” che copriva il dialogo tra istituzioni e Cosa nostra avvenuto negli anni delle stragi.

Foto © Giorgio Barbagallo

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