Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

carabiniere collonnello effdi Lorenzo Baldo
Sentenza Mori, la determinazione di Michele Riccio in un Paese ostile alla verità

Una sentenza. Che rispecchia in toto lo status del nostro Paese. Dubbi sulla correttezza del modus operandi degli imputati e zone d’ombra sul loro operato? Assolutamente si. Mancherebbero però – a dire dei giudici – il dolo e il movente. La motivazione della sentenza di appello che ha assolto gli ex ufficiali del Ros Mori e Obinu nel processo per la mancata cattura di Provenzano si commenta da sola. Un colpo al cerchio e un colpo alla botte. Ma c’è un aspetto che merita una particolare attenzione ed è quello che riguarda il teste chiave, il colonnello dei Carabinieri Michele Riccio.
Riferendosi al mancato blitz del 31 ottobre ‘95 a Mezzojuso, i giudici riconoscono che il confidente Luigi Ilardo aveva rivelato al col. Riccio che avrebbe partecipato a un incontro con Bernardo Provenzano in un casolare di quelle campagne. La Corte entra quindi nel merito della “scelta attendista”: “la scelta investigativa, discutibile ed in definitiva rivelatasi vana e dunque errata, di puntare tutto solo sulla prospettiva di un nuovo incontro dell'Ilardo con il Provenzano; l'approccio sostanzialmente burocratico e sicuramente censurabile sul piano della solerzia investigativa nelle indagini per l'identificazione dei due favoreggiatori del Provenzano indicati dall'Ilardo, ed infine il ritardo con cui il rapporto 'Grande Oriente' è stato inoltrato alla competente Procura, risultano indubbiamente essere condotte 'astrattamente idonee a compromettere il buon esito di una operazione che avrebbe potuto procurare la cattura di Bernardo Provenzano', come affermato nella sentenza impugnata”. Tuttavia, secondo i giudici, il dolo del comportamento dei due ufficiali non viene dimostrato: “La scelta investigativa di privilegiare unicamente l'attesa di un nuovo incontro tra il Provenzano e l'Ilardo non era meramente pretestuosa o palesemente erronea, ed era stata condivisa, se non alimentata, dallo stesso Riccio. (…) L'atteggiamento burocratico e poco solerte nell'avviare e condurre le indagini per l'identificazione dei due favoreggiatori del Provenzano indicati dall'Ilardo, pur sicuramente negligente e imperito, non è univocamente riconducibile alla consapevole volontà di favorire il latitante, potendo essere parimenti riconducibile alla scelta attendista volta a privilegiare in via esclusiva la prospettiva di un secondo incontro e di non compromettere la stessa attraverso attività investigative dirette che avrebbero potuto allarmare i destinatari ove scoperte, come per altro effettivamente accaduto nei confronti di uno dei suddetti favoreggiatori (Nicolò La Barbera) appena pochi mesi dopo la presentazione del rapporto 'Grande Oriente'”. Punto e a capo.
La stessa Corte, pur riconoscendo che la notizia della presenza di Provenzano a Mezzojuso era stata comunicata “tempestivamente” da Michele Riccio, ritiene che vi siano alcune contraddizioni nelle dichiarazioni di Riccio in merito alla sua presenza in occasione del servizio di osservazione svolto dal personale proveniente da Caltanissetta, agli ordini del Capitano Antonio Damiano (ex ufficiale del Ros, ndr). Dal canto suo Riccio, nell'aprile 2015, aveva riferito testualmente: “Il giorno dell’incontro tra Ilardo e Provenzano ero presente nella zona perché sapevo che mi sarei dovuto vedere con il confidente successivamente. Damiano intanto aveva disposto le operazioni di osservazione con i militari che erano collocati in vari punti”. La Corte prende atto ma evidentemente non ritiene sufficienti le spiegazioni fornite dal colonnello. “Con ciò non si vuol dire che bisogna aprioristicamente ritenere del tutto inattendibili le propalazioni del teste Riccio - scrivono i giudici - bensì si sottolinea la necessità di operare una attenta valutazione delle sue affermazioni, procedendo eventualmente ad una valutazione frazionata delle stesse dichiarazioni - secondo un principio elaborato dalla Giurisprudenza in tema di chiamata in reità o correità - ma applicabile anche alle fonti più in generale orali”. Fin qui le motivazioni della Quinta sezione della Corte di Appello di Palermo. Vale la pena, però, riprendere alcuni stralci della requisitoria del sostituto Pg, Luigi Patronaggio, che aveva chiarito senza ombra di dubbio il ruolo del principale accusatore di Mori e Obinu.

La scelta
“Non vi è nulla di anomalo nell'azione di Michele Riccio”. Così Patronaggio aveva ripreso la requisitoria iniziata il 21 ottobre 2015, mettendo in evidenza i vari punti “distorti” della sentenza di primo grado in particolare in riferimento alla mancata comunicazione all'autorità giudiziaria dell'intera operazione. “L'inerzia – dice Patronaggio – non è del colonnello Riccio ma dei due imputati che mettono in atto un uso distorto e strumentale delle proprie prerogative. E l'atteggiamento del Riccio è quello di chi in un primo momento crede di operare all'interno del Ros, che quindi deve sottostare a certe dipendenze gerarchiche, mentre in un secondo momento, progressivamente, prende coscienza dell'inerzia degli imputati assolutamente dolosa”. Nella sua ricostruzione il Pg aveva rappresentato alla Corte le varie fasi del rapporto di collaborazione tra l'ufficiale ed il confidente Luigi Ilardo, uomo di spicco della mafia nissena. “Riccio – proseguiva il sostituto procuratore generale – parla della possibile cattura di Provenzano a Mezzojuso mettendo le proprie conoscenze a disposizione di interlocutori di primissimo livello come Ganzer, Mori, Obinu e De Caprio. Poi prevale quella linea attendista di cui più volte si parla nella sentenza e lo stesso Riccio ritiene che ci si possa ancora fidare. Solo in un secondo momento capisce che non ci sono gli uomini ed i mezzi per sviluppare un corretto servizio di osservazione. Capisce poi che non si è fatto nulla nonostante i diversi elementi investigativi portati dallo stesso Ilardo. Riccio nei mesi successivi farà un sopralluogo in forma 'artigianale' assieme allo stesso Ilardo ed appare evidente come le due fattorie erano facilmente localizzabili. Se vi erano riusciti Riccio ed Ilardo, sul posto con una macchina civile, cosa poteva fare il Ros con i suoi potenti mezzi investigativi?”.

Quell'incontro a Caltanissetta
Altro punto toccato nella requisitoria era stato quello dell'incontro del 2 maggio 1996 tra lo stesso confidente Ilardo, Mori, Subranni ed i pm di Palermo e Caltanissetta, Gian Carlo Caselli, Gianni Tinebra e Teresa Principato. “Questo –, aveva evidenziato Patronaggio – è un momento importante. Ilardo, prima di vedere i magistrati, di fatto anticipa quelle che saranno le sue dichiarazioni parlando non solo del mondo di Cosa nostra ma paventando un coinvolgimento di pezzi deviati dell’Arma, dei Servizi di sicurezza e lancia un messaggio chiaro. Di fronte a quel mondo oscuro e complesso di questi segmenti deviati non si fermerà. Ed è a questo contesto, probabilmente, che si deve l’accelerazione che portò all’omicidio Ilardo. Un omicidio che maturerà in tempi brevissimi. Dal pentito Giuffré sappiamo che vi fu una fuga di notizie sul fatto che Ilardo stesse collaborando con la giustizia. Notizie che provenivano da ambienti giudiziari di Caltanissetta. Un dato confermato anche dal capitano Damiano al colonnello Riccio. Quest’ultimo non solo riferisce di quel dialogo, ma lo registra, lo annota sulle agende. Si tratta di importantissimi riscontri. Proprio dopo l’incontro tra i due ci sarà la notizia della morte di Ilardo. E’ a quel punto che Riccio prende le distanze da Mori, prepara l’informativa Grande Oriente che gli stessi imputati volevano censurare in alcune parti, in particolare rispetto al nome di Marcello Dell’Utri”.

Le “difficoltà” di Michele Riccio
“In quel momento Riccio era un uomo in grande difficoltà – aveva ribadito il Pg – sia rispetto al Ros, tanto che è consapevole della vicinanza di Mori con certi ambienti politici (Forza Italia, ndr), che rispetto alla magistratura, tanto che da investigatore diventa imputato. Diventa un ufficiale dimezzato sotto il diretto controllo del capitano Damiano e non si sente libero di scrivere quello che vuole nel rapporto Grande Oriente, poi viene arrestato. Non siamo d'accordo con quel che dice il Tribunale in primo grado quando dichiara l'inattendibilità di Riccio bollandolo come teste dell'ultima ora che viene fuori per fini personali in un momento a lui favorevole. Riccio non è questo. E' stato collaboratore di dalla Chiesa, ha condotto irruzioni armate nei covi delle Brigate rosse, ha esperienza di indagini contro la criminalità organizzata, contro le infiltrazioni massoniche nelle pubbliche amministrazioni e tra i Carabinieri, indaga su una figura inquietante come Luigi Savona. Queste sono le capacità di Riccio. Il Pg aveva quindi spiegato i motivi che avevano portato l'ex capo della Dia, Gianni De Gennaro, ad affidare la gestione del confidente Ilardo allo stesso Riccio. “Viene scelto - aveva specificato Patronaggio rivolgendosi alla Corte - per indagare sui mandanti esterni delle stragi del '93. Ilardo era il cugino di Piddu Madonia ma aveva anche un passato con la destra eversiva ed era in rapporti con i Servizi segreti”. “Riccio quindi si comporta in modo lineare, redige le relazioni e non nasconde nulla all'Autorità giudiziaria sul suo rapporto con Ilardo” (al contrario dei suoi superiori, ndr).

Un uomo libero
Per il Pg “i tempi di Riccio sono tempi necessitati, è un uomo in difficoltà che può parlare solo quando riacquista la libertà, quando esce fuori dalla stretta: da una parte il Ros e dall'altra l'Autorità giudiziaria di Genova che lo priva della libertà personale. Riccio parla quando diventa un uomo libero”. Per Patronaggio quindi lo stesso Riccio “si sforza di capire il perchè di queste inerzie e coperture del Ros” e arriva quindi a fornire alcune spiegazioni. “Riccio ci dice che con la mancata cattura di Provenzano e il mancato sviluppo delle indagini su Provenzano si sia voluto favorire l'ala moderata (di Cosa Nostra, ndr) per un'interlocuzione con lo Stato”. Il magistrato aveva di seguito evidenziato che lo stesso col. Riccio “è un uomo intelligente e lo capisce”. “Riccio ci dice inoltre che Mori 'è da sempre un uomo che si è mosso con la logica dei servizi'. La sua carriera assolutamente anomala lo dimostra: chi è quell'ufficiale dei Carabinieri che esce dall'Accademia e inizia la sua carriera al Sismi? Io non ne ho mai conosciuti altri”.
Ma questa, evidentemente, è una storia che deve rimanere sotto il moggio. Quella di Riccio, invece, è tutta un’altra storia. Che in un Paese come questo si paga al prezzo della delegittimazione, dell’isolamento, della morte civile e talvolta fisica. Ma che rappresenta una vera e propria scelta di dignità per chi ritiene la verità al di sopra di tutto.

ARTICOLI CORRELATI

Processo Mori-Obinu, chiesta la condanna per favoreggiamento

Riccio non calunniò Mori, il gip di Palermo archivia l'inchiesta

Stato-mafia: Riccio e il ''peso'' della storia

Dossier Michele Riccio

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy