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di matteo nino eff sg c paolo bassanidi Lorenzo Baldo
Silenzio. Assordante. Che riempie l’aria 24 ore dopo la notizia della decisione del pm Nino Di Matteo di non accettare il trasferimento di urgenza alla Dna. La “viva preoccupazione” dei consiglieri del Csm nei confronti del magistrato palermitano condannato a morte da Cosa Nostra appare quanto mai tardiva e del tutto ipocrita dopo le plurime bocciature dell’organo di autogoverno delle toghe verso le – legittime – richieste di avanzamento di carriera del pm. La sua sofferta decisione di rimanere a Palermo nella piena consapevolezza dei rischi che corre ricorda le scelte dei veri servitori di uno Stato che invece considera uomini come Di Matteo “corpi estranei” da espellere con ogni mezzo. In un Paese normale il nuovo concorso per entrare alla Dna, al quale ha nuovamente partecipato Di Matteo, sarebbe una mera formalità: quel posto gli spetterebbe di diritto, per l’esperienza maturata e per i titoli acquisiti. In un altro Paese, appunto. Dove non esistono giudici su cui pesa la spada di Damocle di un progetto di attentato – più che mai operativo – con tanto di tritolo acquistato e non ancora ritrovato. Ma questo è il Paese dei tanti sepolcri imbiancati incapaci del benché minimo gesto di solidarietà. Un Paese dove gli sproloqui sono all’ordine del giorno alla pari dei più colpevoli silenzi istituzionali. Quelli della stessa magistratura in primis, che, salvo rare eccezioni, è lontana anni luce dall’eredità che hanno lasciato i tanti martiri che hanno indossato la toga.
Se si osserva a mente fredda la scelta del pm Di Matteo si giunge a pensare che questo Paese non lo merita. Non merita chi continua a sacrificare una vita intera – fatta anche di affetti familiari – per trovare una verità scomoda, che questo Paese non vuole, così da rendere giustizia alle troppe vittime di uno Stato-mafia. Poi ascolti le sue prime dichiarazioni dopo l’audizione al Csm e pensi con rabbia e dolore al rischio – reale – di dover assistere ad un film già visto. Un forte senso di apprensione è quello che ti rimane addosso: è impossibile accettare l’idea che possano ripetersi quelle scene di guerra impresse nella nostra memoria. Spesso le scelte di coloro che solitamente definiamo “giusti” ci appaiono incomprensibili, probabilmente perché ci si rende conto delle possibili conseguenze e li si vorrebbe proteggere. In questo caso la spiegazione di una simile decisione racchiude in sé un vero e proprio atto d’amore nei confronti delle nuove generazioni per le quali Di Matteo si è sempre prodigato. Il suo sforzo di lasciare un’Italia libera dal ricatto politico-mafioso è rivolto essenzialmente a loro e ad ogni cittadino che ha a cuore il miglioramento della nostra società. Un esempio di vita come la sua è quello che indubbiamente resta più impresso nei tanti giovani che, in questo mondo di “comparse” fugaci, sono alla costante ricerca di punti di riferimento. Un sostegno ancora più consapevole e determinato va quindi dato al lavoro di Nino Di Matteo (e dei suoi colleghi del pool) e alla sua decisione di rimanere a Palermo. Non sarà facile. Non lo è mai stato. Ma abbiamo il dovere morale di rispondere a questo straordinario atto di generosità con la nostra presenza cosciente ed operativa a favore della ricerca della verità. E questo in attesa che quella promozione alla Dna gli venga conferita – al più presto – per i suoi meriti, chiudendo così una pagina vergognosa per il nostro Stato.
“Capii allora che per cambiare il mondo bisognava esserci”, disse diversi anni fa Tina Anselmi: una via da seguire, oggi più che mai, con rinnovato spirito di responsabilità.

Foto originale © Paolo Bassani

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