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liberta di stampa effAlla sbarra carabinieri, avvocati e giornalisti in un Paese che “non è Charlie”
di Lorenzo Baldo
Si va in scena. Otto giornalisti, due carabinieri e un avvocato, nell'ordine: Sigfrido Ranucci, Dina Lauricella, Sandra Rizza, Giuseppe Lo Bianco, Antonio Padellaro, Sandro Ruotolo, Walter Molino e Michele Santoro; Saverio Masi e Salvatore Fiducia, e infine Giorgio Carta. Nessuna opera teatrale, ma solo un nuovo processo nei confronti della ricerca della verità e della libertà di stampa. Inizia domani a Roma davanti al Giudice monocratico, Romano Gennaro (pm Nicola Maiorano) il procedimento per diffamazione scaturito dalle denunce degli ufficiali dei Carabinieri Giammarco Sottili, Michele Miulli, Fabio Ottaviani e Stefano Sancricca.

Il rinvio a giudizio
E' il 19 gennaio 2015 quando il Gip di Roma Cinzia Parasporo dispone il rinvio a giudizio per tutti gli 11 imputati. Nelle cinque pagine del decreto uno dopo l'altro vengono snocciolati i punti nevralgici della questione. Per il Gip i due carabinieri Masi e Fiducia assieme al loro avvocato Carta “in concorso tra loro e previo concerto” sarebbero colpevoli di aver organizzato una conferenza stampa presso lo studio Carta “nel corso della quale, quest'ultimo, al di fuori dei limiti propri del mandato difensivo, formulava giudizi lesivi della reputazione dei superiori gerarchici di Masi e Fiducia e cioé il Colonnello Giammarco Sottili e gli altri ufficiali in servizio presso il nucleo investigativo di Palermo nel periodo tra il 2001 e il 2006 (Miulli, Ottaviani e Sancricca, ndr) riferendo l'accusa di aver ostacolato i militari che intendevano contribuire alla cattura di famigerati latitanti, frapponendo pretestuosi ostacoli di natura burocratica, boicottando sistematicamente le iniziative investigative di Masi e Fiducia, sottovalutando l'apporto informativo degli stessi, nonché dissuadendoli energicamente dal continuare le indagini”. Nel decreto di rinvio a giudizio il Giudice insiste quindi nel sottolineare che gli stessi Masi e Fiducia “determinavano il loro difensore, avv. Carta a rilasciare una video intervista” al fattoquotidiano.it “nel corso della quale veniva offesa la reputazione” di Sottili e degli altri ufficiali. A titolo di cronaca va ricordato che Masi e Fiducia non erano presenti alla famigerata conferenza stampa del 14 maggio 2013 e che quindi non avrebbero potuto concordare in diretta le dichiarazioni dei loro legali, né tanto meno invitarli a rilasciare determinate interviste.
A partire da pagina 2 è la volta dei giornalisti che si sono occupati delle denunce di Masi e Fiducia relative agli impedimenti che avrebbero ricevuto dai loro superiori in merito alla ricerca di latitanti del calibro di Provenzano e Messina Denaro. I primi ad essere nominati sono Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza del Fatto Quotidiano. Per i due giornalisti siciliani si parla di “più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso” che secondo il Giudice si sarebbero tradotte in alcuni articoli relativi alle denunce di Masi e Fiducia pubblicati nel 2013 sul Fatto Quotidiano. Articoli che secondo la dott.ssa Parasporo avrebbero offeso la reputazione di Sottili &c. Per l'allora direttore del Fatto, Antonio Padellaro l'accusa è quella di aver omesso “il dovuto controllo” sugli articoli di Rizza e Lo Bianco. Secondo il Gip anche Sigfrido Ranucci con il suo servizio di Report sulle denunce di Masi e Fiducia del 2013 “offendeva” la reputazione degli ufficiali querelanti. E infine è la volta di Michele Santoro, Sandro Ruotolo, Dina Lauricella e Walter Molino che, a detta del Giudice “in concorso tra loro, Santoro quale autore, direttore e presentatore, Ruotolo, Lauricella e Molino quali curatori della trasmissione televisiva denominata 'Cosa vostra'” trasmessa da La 7 il 6 giugno del 2013 “propalavano i giudizi pesantemente lesivi della reputazione” di Sottile, Miulli, Ottaviani e Sancricca. Fine del decreto di rinvio a giudizio.

Un Paese allo sbando
Ma la parola fine su questa incresciosa vicenda non è stata ancora detta. Molti sono i dettagli che stridono, uno su tutti riguarda lo stesso procedimento penale. Il giorno del rinvio a giudizio degli 11 imputati il pm Nino Di Matteo aveva esternato tutta la sua perplessità a riguardo: “Mi sembra singolare che mentre a Palermo si cerca di verificare la fondatezza delle sue denunce (di Saverio Masi, ndr), un'altra autorità giudiziaria incrimini per diffamazione gli autori delle suddette denunce e perfino i difensori e i giornalisti che la hanno rese note”. Basterebbe questa semplice osservazione per comprendere l'assurdità di questo processo. Per quanto riguarda la conferenza stampa – decisa e organizzata unicamente dai legali di Masi e Fiducia nella quale unicamente venivano esposti i temi delle denunce  – è del tutto evidente che non ci sono precedenti di un avvocato incriminato per una vicenda del genere. C'è da anche dire che – inspiegabilmente – la posizione dell'allora collega di Carta, l'avv. Francesco Desideri, ugualmente presente a quella conferenza stampa, è stata archiviata dal Gip.
Ricerca della verità? Libertà di stampa? Parole sempre più vuote in un Paese allo sbando come il nostro. Salvo rarissime eccezioni siamo di fronte ad un mondo capovolto dove chi denuncia quelle che ritiene gravissime omissioni da parte dei propri superiori viene processato assieme al suo avvocato; e dove chi racconta quelle testimonianze per cercare di fare luce su quelle stesse denunce finisce ugualmente alla sbarra. Colpirne uno per educarne cento? Niente di nuovo sotto il sole, si dirà. Ma a rimetterci sono tutti coloro che ancora credono nella giustizia e nella libera informazione.  
L'udienza di domani alla Cittadella giudiziaria di Piazzale Clodio (ore 11:00, aula 27 palazzina B) verrà interamente dedicata all'audizione di Giammarco Sottili, gli altri tre denuncianti verranno invece ascoltati in aula il prossimo 5 dicembre.

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