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rostagno mauro effA Palermo prosegue il processo d'appello
di Aaron Pettinari

Ventotto anni. Tanto è passato da quando Mauro Rostagno, giornalista-sociologo-attivista di Lotta Continua, è stato ucciso nei pressi della comunità Saman in contrada Lenzi.
Un omicidio di mafia, come stabilito dalla sentenza della Corte d’Assise di Trapani. I giudici, che il 15 maggio 2014 hanno condannato il killer Vito Mazzara ed il boss trapanese Vincenzo Virga, hanno scritto nella sentenza: “L’omicidio di Mauro Rostagno - scrivono i giudici nelle motivazioni della sentenza - volto a stroncare una voce libera e indipendente, che denunziava il malaffare, ed esortava i cittadini trapanese a liberarsi della tirannia del potere mafioso, era un monito per chiunque volesse seguirne l’esempio o raccoglierne l’appello, soprattutto in un area come quella del trapanese dove un ammaestramento del genere poteva impressionare molti”.
Obiettivo dell’omicidio era “mettere a tacere per sempre quella voce che come un tarlo insidiava e minava la sicurezza degli affari e le trame collusive delle cosche con altri ambienti di potere”.
Nella tremila pagine di sentenza viene ricostruito il contesto trapanese da cui scaturiva “una rete di relazioni pericolose, fatte di intese e scambi di favori reciproci e protezioni. Un’organizzazione criminale che detiene un controllo capillare del territorio può essere fonte della merce più preziosa per un apparato di intelligence, le informazioni; ma può servire anche per operazioni coperte, ovvero per offrire copertura a traffici indicibili da tenere al riparo da sguardi indiscreti. Traffici che coinvolgono pezzi di apparati militari e di sicurezza dello Stato, all’insaputa dei vertici militari e istituzionali o dei responsabili politici”.
Rostagno, con il suo lavoro sociale e con gli editoriali che venivano trasmessi in onda su Rtc stava portando avanti un’opera di sensibilizzazione della coscienza civile importante sui temi della corruzione, della lotta alla mafia, del traffico di droga ma anche portava alla luce fatti sommersi. Storiche sono le sue inchieste sulla massoneria deviata ed il “Circolo Scontrino”. Ed è proprio questo uno degli aspetti gravi che fa presagire come la morte di Rostagno fosse “comoda” anche per altri poteri.
Parlando di quei “sordidi legami tra alcuni esponenti dei Servizi e ambienti della criminalità organizzata locale” i giudici hanno affrontato una questione chiave: “Se Cosa Nostra sapeva che i servizi segreti, certamente annidati anche all’interno degli apparati che, in ipotesi, avrebbero dovuto attuare la paventata risposta repressiva dello Stato, da tempo attenzionavano Rostagno non come personalità da proteggere, ma come target, cioé come obbiettivo ostile da sorvegliare... Se davvero tutto ciò era a conoscenza dei capi mafia locali - e non era difficile saperlo, considerato il sistema di vasi comunicanti che permetteva la circolazione di informazioni nei diversi ambienti collegati da quel sistema - allora non occorre immaginare chissà quali indicibili accordi collusivi per concludere che i vertici dell’organizzazione mafiosa ben potevano presumere di poter contare, se non su un’attiva complicità, quanto meno su una proficua acquiescenza degli apparati repressivi e di sicurezza dello Stato, ove si fossero determinati a mettere in atto il proposito di sopprimere Rostagno”.

I depistaggi
Nella sentenza il Presidente Pellino ha anche evidenziato gli evidenti depistaggi messi in atto sin dal primo momento, quando ancora il corpo di Rostagno era riverso sul volante della sua Fiat Duna. Vi furono “colpevoli ritardi e inspiegabili omissioni” da parte di chi doveva indagare. E “se per qualcuno può concedersi che sia stato involontario e inconsapevole, per altri aspetti e momenti appare assai più difficile negarne la volontarietà, o dubitarne”.
Il Presidente Pellino si spinge anche oltre: “Tale acquiescenza, unita all’interesse dei servizi a non bruciare rapporti di collaborazione e di scambio già avviati, poteva anche lasciar prevedere interventi utili ad addomesticare le indagini, evitando che si andasse a fondo sulla pista mafiosa. Naturalmente una simile ricostruzione, in mancanza di elementi certi in ordine all’effettiva instaurazione di proficui rapporti di collaborazione tra Cosa Nostra e alcuni settori degli apparati di sicurezza, sarebbe solo ipotetica e congetturale. Se non fosse per il fatto che, come vedremo, i depistaggi vi furono davvero".
Secondo la corte vi è stata “la soppressione o dispersione di reperti, la manipolazione delle prove e reiterati atti di oggettivo depistaggio”. E' cosa nota che dalla sede di Rtc scomparve la videocassetta su cui Rostagno aveva scritto “Non toccare”. Lì, probabilmente, c’era il suo ultimo scoop, la registrazione con le riprese del presunto traffico d'armi nei pressi della pista d'atterraggio di Kinisia.
Un elemento di prova scomparso così come non si ritrovano le lettere che Rostagno si scambiava con il fondatore delle Brigate Rosse Renato Curcio, il memoriale sull’omicidio del commissario Luigi Calabresi, o la partizione del proiettile calibro 38 estratto dal corpo del sociologo durante l’autopsia.
Tra i documenti svaniti nel nulla c'è anche una relazione degli 007 del centro Scorpione, una delle 5 basi della VII divisione del Sismi, da cui dipendeva “Gladio”, che riguardava il centro Saman.
I giudici sottolineano anche “l'inconsistenza delle piste alternative” che avevano cercato di classificare l’omicidio Rostagno come una “questione di corna” o come un delitto maturato all’interno della Saman coinvolgendo elementi della sua stessa famiglia, viene resa giustizia mettendo nero su bianco che la pista mafiosa, seguita inizialmente dalla polizia e subito abbandonata dai carabinieri che la sostituirono nelle indagini, era invece quella giusta. La consapevolezza dell’inerzia e dei depistaggi condotti dagli inquirenti dell’epoca lascia un retrogusto amaro anche alla luce di un Codice Penale che solo dallo scorso luglio prevede un articolo riguardante il reato di depistaggio.
Un tema scottante nel nostro Paese, e non certo solo per il caso Rostagno, come è a tutti noto.
Nel frattempo a Palermo prosegue il processo d’appello, che potrebbe offrire un ulteriore approfondimento proprio su quell’occultamento messo in atto (basti pensare che c’era chi voleva ridurre il tutto ad una storia di donne o di vendette fra amici). La Procura generale ha chiesto l’acquisizione di nuove prove e la Corte deciderà il prossimo 2 dicembre se ammetterle o meno. Intanto, la comunità di Valderice si raccoglie intorno al suo concittadino Mauro. Lo fa nella piazza intitolata al presidente partigiano Sandro Pertini, guarda caso a 100 passi dalla casa di colui il quale è stato condannato in primo grado come il killer di Rostagno, mettendo in scena frammenti di teatro, musica, danza e altro, grazie a cittadini che disinteressatamente diventano per una sera protagonisti. Un modo semplice per ricordare e continuare a chiedere che giustizia venga fatta.

LA STORIA
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