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di matteo aula c corriereIl pm: “Messaggio chiaro. Chi si occupa di stragi e mandanti esterni va isolato e delegittimato”
di Aaron Pettinari
La notizia è nota. Il Tar del Lazio ha respinto il ricorso del sostituto procuratore di Palermo, Nino Di Matteo, contro la delibera con cui, l'8 aprile del 2015, il Csm nominò tre magistrati come sostituti procuratori alla Direzione nazionale antimafia (Eugenia Pontassuglia, Salvatore Dolce e Marco Del Gaudio), inserendolo all'undicesimo posto nella graduatoria dei candidati nonostante non vi fossero elementi oggettivi di valutazione che potessero giustificare una tale bocciatura.

I giudici amministrativi, con la sentenza dei giorni scorsi, hanno sostenuto che “la particolare oggettiva valenza del curriculum del ricorrente non è stata né ignorata né sottovalutata” da Palazzo dei Marescialli “ma più semplicemente è risultata recessiva nel confronto con i designati, a favore dei quali ha militato, quanto all'attitudine specifica, oltre all'esperienza approfondita in materia di lotta alla criminalità organizzata da essi maturata, la spiccata attitudine al lavoro di gruppo e la pluralità di esperienze professionali svolte in funzioni e settori diversi di attività giudiziarie”.
Eppure basta leggere la sentenza del Tar per accorgersi che si è di fronte ad una disapplicazione del criterio oggettivo per la valutazione del concorso (stabilito dallo stesso Csm con delibera del 4 ottobre 2007) per cui un determinato punteggio viene assegnato anche a seconda della “complessità dei procedimenti e dei processi trattati, in regione del numero delle parti e delle questioni giuridiche affrontate” nel corso della carriera ed è stato inoltre disatteso l’essenziale parere del Consiglio giudiziario di Palermo, il Csm locale, del 18 ottobre 2012. Un parere in cui si attesta in favore del magistrato palermitano lo “straordinario impegno” nell’ambito della DDA, “superiore a qualsiasi rilevazione statistica e quantitativa”, l’affidamento dei principali procedimenti “di rilevanza nazionale e storica”, la definizione di un numero di procedimenti notevolmente superiori a quelli introitati, le “straordinarie qualità professionali”, “profondo senso dello stato, ineguagliabile dedizione al lavoro e spirito di sacrificio senza limiti”.

Quale equiparazione?
Al di là di queste considerazioni è un dato oggettivo che in oltre vent'anni di lavoro Di Matteo (attualmente pubblica accusa, insieme ai pm Del Bene, Teresi e Tartaglia, al processo trattativa Stato-mafia) si è occupato di un gran numero di procedimenti, tra cui i più importanti procedimenti di criminalità organizzata della storia repubblicana con inchieste su mafia, politica e stragi.
Nessuno vuole togliere i meriti a magistrati sicuramente validi e competenti come Pontassuglia, Del Gaudio e Dolce ma proprio leggendo quei curriculum valutati dal Consiglio superiore della magistratura, e riportati nella sentenza del Tribunale amministrativo, si evidenzia lo squilibrio. Non si contesta il dato per cui tutti i candidati hanno dimostrato di avere “una produttività e una laboriosità prive di cadute e sempre attestatesi su buoni livelli” (per cui sarebbero stati assegnati tre punti ad ognuno), ma ben altro.
Il Tar, riprendendo le parole del Csm, spiega che “l'esperienza approfondita in materia di lotta alla criminalità organizzata” è stata presa in considerazione (anche se è la storia a raccontarci la differenza che c'è tra la quella siciliana, calabrese, campana e pugliese) ma aggiunge anche che ad essere decisivo nella scelta degli altri candidati vi era anche la “spiccata attitudine al lavoro di gruppo e la plutalità di esperienze professionali svolte in funzioni e settori diversi da quelli giudiziari”. Oggi, sostiene il Tar, il suo curriculum non è stato “né ignorato, né sottovalutato” ma a favore dei suoi concorrenti ha giocato, oltre, incredibilmente, alla “esperienza approfondita in materia di lotta alla criminalità organizzata” anche la “spiccata attitudine al lavoro di gruppo e la pluralità di esperienze professionali svolte in funzioni e settori diversi da quelli giudiziari”. Addirittura in alcuni casi si evidenzia la “competenza ed inclinazione alla innovazione”, come le intercettazioni delle conversazioni via sistema SKYPE, le indagini internazionali in Svizzera e Germania, la conoscenza dell'inglese, e così via. Sicuramente delle particolarità ma non può certo essere questo un criterio decisivo per arrivare all'assegnazione di un ruolo come quello di Sostituto procuratore nazionale antimafia in uno Stato che dovrebbe avere a cuore proprio la verità sulle stragi ed i tanti misteri che si sono verificati nel corso della storia.

Quello che non vedo
Il curriculum di Di Matteo valutato dal Csm? Scritto in poche sintetiche righe dove si dice che “ha fatto parte della Procura di Caltanissetta e Palermo e della DDA presso la Procura di Caltanissetta (dal 1993) e Palermo (dal 2000) trattando procedimenti, anche complessi, concernenti fenomeni di criminalità organizzata legati al territorio di competenza. In particolare, si è occupato di procedimenti per associazione a delinquere di stampo mafioso connessi a gravi episodi e delicate vicende, anche omicidiarie, nonché dei rapporti delle cosche con esponenti del mondo della politica, della sanità pubblica, delle forze dell’ordine”. Quali? Non una parola.
Non una parola sui processi sulle stragi Falcone e Borsellino a Caltanissetta, non una parola sul processo sulla trattativa. Sono forse queste indagini che danno fastidio e non interessano più. Ma per certi versi il Tar fa persino peggio del Csm dicendo che il ricorrente (Di Matteo) “faccia più volte riferimento, a sostegno delle formulate doglianze, al procedimento di trasferimento extra ordinem dal Consiglio Superiore della Magistratura attivato d’ufficio nei suoi confronti” come se questo fosse un presupposto in più “utile alla sua designazione alla funzione per cui è in causa” a scapito degli altri candidati. Il Tar dimentica che fu lo stesso Csm a suggerire il trasferimento da Palermo per ragioni di sicurezza, alla vigilia della decisione sulla Dna. E nel ricorso presentato dai legali del magistrato palermitano il fatto fu apertamente criticato. “Appare addirittura beffardo – è scritto nel ricorso – che, dopo lunghi mesi di notorietà delle spietate minacce rivolte dalla mafia, il Csm se ne sia ricordato promuovendo un procedimento ufficioso di trasferimento extra ordinem, esattamente alla vigilia della deliberazione sul concorso, con ciò rivelando platealmente il suo orientamento negativo all’accoglimento della domanda. Si tratta di una, non lusinghiera per chi l’ha effettuata, inammissibile proposta compensativa, la cui incompatibilità con il principio scolpito dall’articolo 97 della Costituzione appare in egual misura clamorosa e insostenibile”. Lo stesso Csm aveva persino detto, per rimediare alla bocciatura, che nei mesi a seguire sarebbe stato preparato un nuovo concorso in cui “i titoli di Di Matteo sarebbero stati sufficenti”. Ma, ammesso e non concesso che poi la valutazione sarebbe stata quella, in tanti mesi trascorsi di nuovi concorsi per sostituti procuratori alla Procura nazionale antimafia non se ne sono visti. Nel frattempo resta la profonda amarezza di un servitore dello Stato, condannato a morte e consapevole della presenza a Palermo di centocinquanta chili di tritolo pronti per lui, che si è visto sbattere l'ennesima porta in faccia. Lo stesso magistrato ha commentato oggi al Fatto Quotidiano: “L’avevo previsto ormai sempre più spesso nel nostro sistema i rapporti di forza prevalgono sull’applicazione delle regole o del diritto. Evidentemente in questo Paese essersi occupati per oltre 20 anni dei processi più delicati sui delitti eccellenti e sullo stragismo mafioso non conta nulla. Anzi, negli ultimi tempi il messaggio è sempre più chiaro: chi si ostina a lavorare per cercare di fare definitiva chiarezza su mandanti esterni e moventi deve essere isolato, ostacolato, delegittimato”. Del resto lo dimostrano i fatti. Tra delibere, circolari, incoerenze, contraddizioni e colpevoli silenzi, questa è la storia di uno Stato che ha “gettato giù la maschera”.

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