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di Miriam Cuccu

I familiari: ''Guardiamo avanti ma chiediamo giustizia''. Presentato nuovo gruppo Agende Rosse Ancona

La foto del generale Carlo Alberto dalla Chiesa e di Emanuela Setti Carraro nel giorno del loro matrimonio campeggia davanti al pubblico di Piazza del Plebiscito, ad Ancona. Sono i volti e i nomi ai quali il gruppo delle Agende Rosse del capoluogo marchigiano ha scelto di dedicare il proprio impegno a favore della legalità. Ieri la presentazione ufficiale del neo gruppo, in occasione della conferenza “È tempo di verità e giustizia” introdotta dalla referente, Alessandra Antonelli, e moderata da Francesca Mondin, giornalista di Antimafia Duemila. Presenti per i saluti istituzionali Antonio Mastrovincenzo, presidente del Consiglio regionale delle Marche, e Stefano Foresi, assessore comunale di Ancona. L'incontro è accompagnato anche dal contributo artistico del giovanissimo gruppo “Our voice”, che ha messo in scena sketch di canto, ballo e recitazione contro la mafia.
Simona dalla Chiesa, figlia del generale ucciso con la moglie dopo soli cento giorni che fu mandato a Palermo, osserva la foto del padre e ringrazia “per la dedica del gruppo delle Agende Rosse. In quella foto c'è tutta la speranza per un futuro” che, però, sarebbe finito presto. “La vita continua ma pensando a quei momenti è come se il tempo si fermasse. Noi guardiamo avanti, ma come si potrebbe stare zitti e non chiedere giustizia per i propri cari?”. Sull'omicidio dalla Chiesa-Setti Carraro, prosegue, “un processo ha condannato per la prima volta la cupola mafiosa ma non ha fatto chiarezza sulle complicità esterne” a Cosa nostra. “La mafia sapeva che avrebbe avuto conseguenze da un gesto così eclatante - continua la dalla Chiesa - perchè quindi ucciderlo? Ancora oggi non abbiamo risposte” ma “Falcone parlava di 'cointeressenze', la parola che più spiega i meccanismi che hanno portato agli omicidi” commessi in quegli anni nei confronti di rappresentanti delle istituzioni, delle forze dell'ordine, della società civile. “Se fossero stati lasciati al loro posto - commenta - lo Stato avrebbe avuto risposte e nuove conferme di legalità. Invece sono stati uccisi uno dopo l'altro come pedine nell'indifferenza nazionale”. Poi i suoi ricordi tornano nuovamente al padre: “Lui ha dato tutto allo Stato, anche i suoi affetti più cari. Ricordo il suo trauma nel lasciare la divisa per diventare prefetto di Palermo ma era sicuro, diceva che doveva andare perchè 'lo Stato mi ha chiamato'”. Dopo la sua morte, però, qualcuno si introdusse nel suo appartamento: “Trovammo su un ripiano la chiave della cassaforte, che non avevamo notato nelle nostre ricerche, prima non c'era. E la cassaforte era vuota. La sfrontatezza che vedevamo era per noi una nuova ferita”.


“Il sacrificio di Carlo Alberto dalla Chiesa, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tanti altri ha portato alla scoperta di nuove verità che ci devono dare la forza di andare avanti e scoperchiare quei segreti indicibili - dichiara Giorgio Bongiovanni, direttore di Antimafia Duemila - oggi sappiamo che Cosa nostra non è stata la sola ad uccidere il generale” e per questo si tratta “di omicidio di Stato. Stato che non ha mai voluto veramente sconfiggere la mafia, oggi non più coppola e lupara ma affari e paesi offshore. Ci sono forze di potere anche dentro la politica e la loro metodologia è quella della violenza e dell'omicidio. Quando uomini straordinari e quindi anomali ostacolano questi poteri vengono sistematicamente fermati”. Oggi, evidenzia Bongiovanni, “la mafia, braccio esecutivo del potere ma anche vera forza economica grazie all'immensa quantità di denaro liquido di cui dispone, potrebbe fare un altro favore allo Stato” con “l'eliminazione di altri magistrati che stanno toccando fili pericolosi, come il pm Nino Di Matteo”. “Lo Stato mette delle pietre tombali su alcuni misteri - riflette Lorenzo Baldo, vice direttore di Antimafia Duemila - e noi tutti abbiamo il dovere morale di continuare a cercare la verità di fronte alle testimonianze dei familiari di vittime di mafia”. Molti fatti accaduti, spiega, “sono pezzi strettamente collegati tra loro, come la vicenda di Attilio Manca, un mistero tutto italiano che si interseca con la latitanza di Provenzano e la trattativa Stato-mafia”.
“Certe ferite le abbiamo dentro in ogni momento, come se ce li avessero uccisi ieri - riflette Salvatore Borsellino, fratello di Paolo e fondatore del movimento delle Agende Rosse - perché dopo tanti anni ancora non c'è stata giustizia, siamo arrivati al quarto processo ma vorrei vedere indagati i responsabili di quel depistaggio sulla strage di via d'Amelio. Come mai - si chiede - lo Stato ha dato al generale dalla Chiesa gli strumenti per combattere il terrorismo e non per la mafia? Perchè la mafia con i politici ci ha sempre trattato, il terrorismo no” ePaolo Borsellino viene a sapere di questa trattativa”. Poi si sofferma su Di Matteo: “Riina lo minaccia ma a chi interessa fermarlo? Forse a quei nomi scritti sull'agenda rossa di Paolo e che non vogliono essere scoperti?”. E ancora: “C'è bisogno di resistenza - dice - non di qualcuno che ci cambi la Costituzione, scritta col sangue di chi la Resistenza l'ha fatta”. Poi solleva in alto la foto di Paolo e per un attimo gli occhi del giudice ucciso e del fratello sopravvissuto fissano il pubblico che si alza ad applaudire.




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