Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

alpi hrovatin web3di Miriam Cuccu
Per il delitto Alpi-Hrovatin c’è un innocente in cella. Ora il processo di revisione

Dalla Gran Bretagna giungono nuovi dettagli sul caso di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, giornalista del Tg3 e operatore uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994. Qui, infatti, gli inquirenti italiani hanno raggiunto “Gelle”, alias Ahmed Ali Rage, che aveva accusato il connazionale Hashi Omar Hassan (poi condannato a 26 anni) dell’omicidio dei due italiani. Salvo poi ritrattare e rifugiarsi a Birmingham, dove si è rifatto una vita.
Già in due occasioni Gelle aveva detto di aver accusato Hashi per essere stato pagato dalle istituzioni italiane e incastrare così l’altro somalo. Ed è quanto avrebbe confermato anche davanti ai magistrati che sono volati oltre la Manica per interrogarlo, a seguito dell’apertura a Perugia del processo di revisione per il delitto Alpi-Hrovatin, per il quale l’unico condannato (che ha trascorso 16 anni in carcere, mentre ora è ai servizi sociali per buona condotta) è in realtà innocente. Hashi ha sempre respinto l’accusa di concorso in omicidio sostenendo la sua estraneità ai fatti di Mogadiscio.
Una prima volta nel 2002, proprio a ridosso della condanna del connazionale, Gelle aveva telefonato al giornalista somalo Sabrie sostenendo di aver “accusato qualcuno che non c’entra nulla con l’omicidio dei due giornalisti”. E che: “Per farlo sono stato pagato dalle istituzioni italiane”. Poi, lo scorso anno, è stato raggiunto dalla trasmissione “Chi l’ha visto” andata in onda il 18 febbraio del 2015. “Non è stato Omar Hashi Hassan ad uccidere Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Io non ho visto chi ha sparato, non ero lì” aveva detto. Parole che fanno crollare come un castello di carte vent’anni di convinzioni e di verità processuali su quell’unico responsabile, alle quali peraltro la famiglia non ha mai creduto.
La deposizione di Gelle, condotta dal pm romano Elisabetta Ceniccola, sarebbe stata secondo quanto detto dalla Procura di Roma “molto complessa” e “che richiede ulteriori indagini”. È stato proprio a seguito della puntata di “Chi l’ha visto” che il pubblico ministero (dopo essere stato provato che l’uomo raggiunto dalla trasmissione televisiva fosse proprio Gelle) ha chiesto ed ottenuto dalle autorità britanniche di poterlo interrogare su quanto accaduto in Somalia. E, soprattutto, sulla ritrattazione delle sue accuse.
Gelle arrivò in Italia solo quattro anni dopo la morte di Ilaria e Miran, nel 1997, dopo essere stato considerato attendibile dall’ambasciatore italiano Giuseppe Cassini. Hashi Omar Hassan fu arrestato a gennaio del 1988 dalla Digos di Roma, dopo la testimonianza resa da Gelle, alla quale però mancava il riconoscimento da parte del teste e la conferma delle dichiarazioni nell'aula del tribunale. Prima che entrambe avessero luogo, Gelle sparì per 17 anni, fino a quando rilasciò quell’intervista shock. Nessuno, da allora (fino alla rogatoria di pochi giorni fa) è mai andato a cercarlo. E questo nonostante già da dieci anni gli inquirenti conoscessero persino l’indirizzo di Birmingham in cui si trovava la sua abitazione. Oltretutto, dopo essere stati desecretati gli atti della Commissione parlamentare d’indagine, è emerso che già nel febbraio 2006 la Direzione della polizia criminale del ministero degli Interni aveva comunicato alla Commissione stessa dove Gelle fosse “sparito”.
L’altra vacillante prova che ha determinato la condanna di Omar Hashi Hassan è stato il riconoscimento da parte di Abdi, autista della troupe e ormai deceduto. Secondo l’ambasciatore Cassini, che lo portò in Italia, “una persona non affidabile e che farebbe qualunque cosa per sopravvivere”. Parole pronunciate dal diplomatico in occasione della deposizione, sempre desecretata pochi giorni fa, resa davanti alla Commissione d’inchiesta nel 2004, ad ottobre. Abdi, diceva Cassini, “è un bantu. La testimonianza di uno come lui è labile” e per la quale “non gli darei un soldo bucato”.
Domani, 5 aprile, al processo di revisione della condanna contro Hashi Hassan sfileranno molti protagonisti di questa intricata vicenda, tra cui anche l’ambasciatore Cassini. Il primo passo per ricostruire una storia ancora tutta da scoprire.

ARTICOLI CORRELATI

Ilaria Alpi, supertestimone rivela: "Non ero lì", la conferma della sua identità

Caso Alpi-Hrovatin, “in carcere c'è un innocente”Ilaria Alpi: ecco com’è nato il “caso Gelle”

Caso Alpi, "Le istituzioni italiane mi pagarono per mentire"

Depistaggi e verità inconfessabili

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy