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caccia bruno web3di Aaron Pettinari
Nel 1995 l'accusa: “Coinvolti magistrati, e devo parlare anche di carabinieri”

“Se parlo dell’omicidio Caccia devo coinvolgere carabinieri e magistrati, per il momento non mi sento sicuro”. Così il collaboratore di giustizia Vincenzo Pavia rispondeva già nel dicembre 1995 alla domanda del pm su chi avesse ucciso l'ex procuratore capo di Torino, Bruno Caccia.
Dal delitto, avvenuto il 26 giugno 1983, erano passati appena dodici anni e si era già arrivati alla condanna all'ergastolo, come mandante, del presunto boss della 'Ndrangheta Mimmo Belfiore.
Il dettaglio, riportato oggi da Il Fatto Quotidiano, è contenuto nell'ordinanza di 108 pagine con cui lo scorso dicembre la Procura di Milano, ha arrestato Rocco Schirripa, accusato di essere uno dei presunti killer del magistrato.
L'indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dal sostituto procuratore Marcello Tatangelo, fa riferimento ai verbali di Pavia in cui parla di Schirripa. “Io - dice Pavia - non sono stato coinvolto nell’omicidio, avendo partecipato alle discussioni che lo hanno preceduto”. Tra gli esecutori materiali cita indica “Rocco Barca di cui non so dire esattamente il nome ma che potrebbe essere Rocco Schirripa” e ricorda come lo stesso temesse che dalle registrazioni (abusive) fatte in carcere da Ciaccio Miano (un collaboratore legato ai Servizi segreti) a Belfiore potesse emergere proprio il suo nome.
Diversamente, però, non vi sono riferimenti a quel verbale in cui lo stesso Pavia parla del “coinvolgimento di magistrati e carabinieri”. Eppure quell'interrogatorio risulterebbe essere agli atti dell'indagine milanese.
“Temo per la mia famiglia – diceva Pavia - e non voglio far riaprire fascicoli chiusi, ci sono coinvolte molte persone, carabinieri e altri (...). Ho delle sorelle e dei fratelli, ho paura che gli suc-ceda qualcosa”. Addirittura il pentito affermava di aver preso parte a discussioni per l'omicidio ed aver partecipato, molti mesi prima, “a sopralluoghi per individuare Caccia” anche assieme a Placido Barresi (altro cognato di Belfiore però assolto nel processo, ndr).
Che il magistrato dava fastidio è evidente. Ma cosa aveva scoperto? Il verbale di Pavia parla di collegamenti tra magistratura e criminalità organizzata, un legame che era emerso anche nei primi anni '80, proprio con l'arrivo di Caccia alla guida della Procura di Torino.
E' con lui che si vanno a colpire certi interessi come ad esempio quelli attorno ai Casinò che interessava in particolare Cosa nostra. E' lecito pensare, quindi, che dietro all'omicidio Caccia potesse esservi una convergenza di interessi alti? L'ipotesi investigativa è contenuta nei fascicoli legati all'omicidio ma anche negli esposti presentati nei mesi scorsi da Fabio Repici, legale della famiglia Caccia, in cui si propone, per l'appunto, di guardare oltre le 'ndrine, evidenziando quegli della mafia siciliana per i casinò del nord Italia e i rapporti con i servizi segreti. Esposti in cui si denunciano anche i depistaggi che si sono susseguiti, oltre alle inerzie nelle indagini da parte di alcuni magistrati torinesi e milanesi. Il “verbale dimenticato” di Pavia fornisce ulteriori spunti. La speranza è che si possa ripartire da questo ed andare fino in fondo su una vicenda che da oltre trent'anni aspetta di essere totalmente chiarita. 

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