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falcone c shobha 4di Aaron Pettinari
Le analisi di Scarpinato, Morosini, Racheli, Morvillo e Lodato

“L'attualità dell'esperienza e del pensiero di Giovanni Falcone: Giustizia, autogoverno e ruolo del magistrato”. E' questo il titolo del Ciclo di incontri organizzato dalla Scuola superiore della magistratura per il distretto di Palermo (Giuliano Castiglia - Giovanni Francolini - Siro De Flammineis). Dopo le introduzioni di ieri mattina del Presidente della Corte d'appello Gioacchino Natoli, e del Presidente del Tribunale, Salvatore Di Vitale, nel pomeriggio è stata la volta del Procuratore generale Roberto Scarpinato ad offrire un'analisi sulla realtà giudiziairia nella quale operò Giovanni Falcone, confrontandolo anche con il presente. Analizzando sul piano storico giuridico l'evoluzione della magistratura, partendo dai criteri che furono sviluppati dal dopoguerra il Procuratore generale palermitano evidenzia come “Falcone realizza una sorta di big-bang all'interno del'antimafia, non solo perché era uno straordinario organizzatore ma anche e soprattuto un magistrato costituzionale che applicò i principi costituzionali fino ad allora inapplicati. Ed ebbe la capacità di mettere il dito nella piaga su diverse questioni che ancora devono essere risolte ed affrontate”.
Scarpinato ha ricordato alcuni punti salienti dello scritto di Falcone, Emergenza e Stato di diritto, dove lo stesso fornisce un ritratto della magistratura di quegli anni, ristagnante in una tranquilla routine burocratica mentre venivano falcidiati uno dopo l’altro in tragica successione temporale alcuni tra i più importanti vertici delle istituzioni. Scriveva Falcone: “Qualcuno, forse, potrà rimpiangere i «bei tempi andati» in cui il pubblico ministero si limitava a dare una prima scrematura degli elementi di prova forniti dalla polizia giudiziaria, e il giudice istruttore soleva compiere un’ulteriore verifica delle prove, spesso con effetto di ulteriore ridimensionamento dei rapporti di denunzia. [...]. In realtà, bisogna che tutti si rendano conto che il modello di magistrato inerte e privo di spirito di iniziativa, se poteva essere rispondente alle esigenze di un determinato periodo storico e funzionale a un determinato equilibrio socio-politico, non è mai stato fondato su un uso legittimo dei poteri istituzionali”. Scarpinato ha anche ricordato le pressioni su Chinnici, per rallentare o effettuare certe indagini, dall'interno degli stessi uffici giudiziari Palermitani. Del resto i riferimenti sono contenuti negli stessi diari di Chinnici. Vengono così ricordati gli appunti sull'incontro con Pizzillo, ma anche quello del settembre 1980 o del luglio 1981. Scarpinato, che nella sua relazione ricorda anche il caso Impastato ed il depistaggio accertato dalla Commissione parlamentare antimafia da parte della polizia giudiziaria. “Falcone – ha aggiunto Scarpinato – con le sue indagini attraversa le 'colonne d'Ercole' che nessuno avrebbe mai pensato di sorpassare. Vengono così arrestati Vito Ciancimino, i Salvo... La stagione di intoccabili sembrava essere così alla fine mentre a Palermo ci si chiedeva a chi sarebbe toccato dopo. Come se ciò non bastasse il pool aggredisce con innovazione ed annuncia nella sentenza-ordinanza del maxi processo che intendeva a fare nell'immediato anche l'applicazione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa”. Un aspetto quest'ultimo assolutamente innovativo. Da quel momento su Falcone e magistrati del pool si scatena una fortissima reazione, vengono cambiate anche le strutture giuridiche, e vi è una tendenza a demolire la sua figura da parte di un potere che si sentiva da lui minacciato. A Falcone prima fu impedito di indagare su diverse indagini, poi fu criticato nella sua scelta di accettare l'invito di Martelli, quindi fu osteggiato.

La mancata nomina come Capo ufficio istruzione
E' in particolare il Componente togato del Csm Piergiorgio Morosini a ricordare quanto avvenuto il 19 gennaio 1988 quando il Csm nominò il nuovo capo dell'ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, bocciando Falcone. “Sicuramente - ha detto - è una pagina cruciale della storia del Csm dove si propongono diversi temi rispetto al grado di adeguatezza e sensibilità istituzionale dei Componenti e sulle composizioni strategiche ed anche sulla scelta che non è solo di comparazione dei due candidati e che non va solo ridotto all'analisi sull'anzianità e sul merito ma molto più complesso. In quella partita non c'era solo il senso istituzionale di Falcone ma anche il metodo di lavoro e le tecniche investigative di quegli anni che si stavano accreditando”. “C'è in quel dibattito - ha aggiunto Morosini - un retroscena e un intervento che delinea scenari poco chiari, ad esempio quello di Antonino Abbate che fa riferimento ad alcuni passaggi non chiari in quella vicenda. Da quello che emerge in questo dibattito è lecito chiedersi se per quella nomina certi ambienti esterni del Csm temessero esiti di quella decisione non solo per le capacità professionali ma per le potenzialità di certi metodi di lavoro, sperimentati per esempio nel primo maxi processo a Cosa nostra, sull'esposizione della politica in relazione al potere criminale... Quindi un agire in prevenzione magari condizionando alcuni che non avevano la consapevolezza di quale fosse la reale posta in gioco in quella nomina”. Anche Morosini ha poi parlato del problema della deontologia e del “tema serio delle degenerazioni dell'associazionismo giudiziario, del correntismo, e del pericolo che alcuni possano rivolgersi direttamente alla politica per poi avere favori all'interno del Csm. Penso anche alle nostre Procure, ai cerchi magici dei mandatari del potere delle Procure, le deleghe per avere magari quel processo giusto per fare carriera mentre altri poi vengono messi in un angolo”.
Particolarmente interessaante anche l'intervento del già Componente del Csm Stefano Racheli il quale, commentando proprio il voto del gennaio 1988, ha detto di aver realizzato che “in quel momento, in quella sera, contro Falcone c'era una regia occulta dietro al Consiglio superiore della magistratura”. Poi ha aggiunto: “Dobbiamo capire perché Giovanni Falcone è stato lasciato solo. Perché la magistratura non gli è stata vicina? La magistratura non gli è stata vicina è un dato di fatto. Non gli è stata vicina sulla vicenda del Consigliere istruttore, non gli è stata vicina nella vicenda quando è stato candidato al Csm, né quando è stato chiamato per la sua attività al Ministero, né quando ha chiesto di essere nominato Procuratore nazionale antimafia, né quando è stato Procuratore aggiunto”. Parlando dello stato presente ha poi detto: “Noi, oggi dobbiamo stare attenti non solo sulla probelmatica della magistratura associata ma anche a quel meccanismo che non funziona per cui si crede 'io ti mando in quel posto e poi fai quello che ti dico'. Questo non va bene”. Al dibattito ha preso la parola anche Alfredo Morvillo, procuratore della Repubblica di Termini Imerese e fratello di Francesca Morvillo, moglie del giudice Giovanni Falcone, che nel ringraziare gli intervenuti ha detto: “Le vicende avvenute con Giovanni sono importanti e devono essere assolutamente spiegate, così come il contributo di Borsellino, di Chinnici e vanno raccontate anche le amarezze vissute da Falcone. Io non ho molto da aggiungere se non questo. Una volta un collega, in occasione di una commemorazione aveva fatto un lungo scritto in memoria di Falcone. Lui era anche tra quelli che in quella vicenda del Csm era presente. Io gli dissi che avrebbe dovuto trovare il coraggio di raccontare come erano andate veramente le cose. Lui rispose che si doveva andare avanti, ed io risposi che era vero ma il passato non si dimentica. Ognuno di noi ha la sua storia e non si può cancellare neanche con quegli incarichi prestigiosi che si possono poi ricevere nel nostro interno. Ad oggi però non c'è ne è uno che pubblicamente abbia rappresentato di aver sbagliato in quel giorno. Nessuno. Noi sappiamo cosa accadde. Ed è facile nascondersi dietro un paravento istituzionale. Ma in realtà si vale appena cinque lire”.
L'ultima analisi è stata poi quella del giornalista Saverio Lodato, che quegli anni li ha vissuti in primissima persona. Riprendendo l'intervento di Morosini ha detto di essere stato particolarmente colpito dalla domanda “retorica” se “nel 1988 si registrarono pressioni di ambienti altri della magistratura siciliana in merito alla nomina tra Meli o Falcone”. “E' sul punto delle pressioni che voglio intervenire – ha aggiunto – E' stato ricordato nel corso del dibattito l'arresto mio e quello di Bolzoni nel marzo 1988 per il reato di peculato. Tutti ricordano quel fatto ma non tutti ricordano che 48 ore prima il nostro arresto fu chiesto pubblicamente, con dichiarazioni riprese dalle agenzie, dagli onorevoli Salvo Lima ed Aristide Gunnella. La nostra colpa era quella di aver pubblicato il diario del Sindaco Giuseppe Insalaco ed i verbali con le confessioni di del pentito catanese Calderone. Risultato fu che il peggior potere politico siciliano chiese e la Procura di Palermo, la magistratura che in quel momento era al centro di comando rispose: 'ubbidisco'. Questo era il contesto di allora. Lo dico da semplice cittadino. Le pressioni alte ci furono. Falcone prese le distanze da quell'arresto dicendo pubblicamente che era inconcepibile l'arresto quando la violazione di segreto istruttorio non prevedeva l'arresto”. “Tempo dopo anche Borsellino ci rilasciò un'intervista dove diceva che era in atto uno smantellamento delle attività dei presidi antimafia a Palermo e in Sicilia. Tutto questo lo lasciava perplesso sin da allora ed oggi la storia si ripete e fa riflettere sulle reali intenzioni dello Stato sulla volontà di combattere la mafia. Al tempo quelle dichiarazioni provocarono l'intervento del Presidente della Repubblica Cossiga, presso il Csm. E proprio Antonino Meli dichiarò che lui, a differenza di Borsellino, non avrebbe rilasciato interviste a due pregiudicati appena usciti di galera. Questi sono alcuni fatti per offrire una parte di ricostruzione su quel tempo che a mio avviso non può essere solo accademia basata sulle carte”.

Foto © Shobha

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