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mori obinu aula tribunaleQuattro anni e sei mesi per l'ex ufficiale del Ros, tre anni e sei mesi per il colonnello
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
“Con il presente atto chiediamo la condanna dell'imputato Mario Mori (ex generale del Ros, ndr) a 4 anni e 6 mesi di reclusione e del coimputato Mauro Obinu a 3 anni e 6 mesi”. Cosi' l'accusa al processo d'appello Mori-Obinu, rappresentata in aula dal Procuratore generale Roberto Scarpinato e dal sostituto Luigi Patronaggio, come già annunciato all'inizio della requisitoria, chiede la condanna dei due ufficiali modificando il capo di imputazione in modo da escludere l'aggravante dell'art. 7, contestata agli imputati in primo grado e cioè aver agito per favorire Cosa Nostra ed anche l'aggravante di cui all'art. 61 n. 2 con riferimento al processo Bagarella + altri, quello sulla trattativa Stato-mafia.
Resta però la contestazione del favoreggiamento personale (art.378 comma 2 cp.) con l'aggravante di aver commesso il reato ricoprendo la funzione di ufficiali di Polizia giudiziaria (art.61 comma 9).
Nello spiegare quei difetti contenuti nella sentenza di primo grado, che hanno portato all'assoluzione di Mori ed Obinu, il Pg Scarpinato ribadisce più volte come fosse sufficentemente provata l'azione dolosa degli stessi, “inserita all'interno di un modus operandi fatto di omissioni ed inerzie per motivi che certamente sono extraistituzionali in quanto fuori da quello che la legge prevedeva”.
“C'è un filo rosso che attraversa tutte le vicende di cui il generale Mario Mori si è reso protagonista dal periodo delle stragi fino ai tempi in cui si svolge la vicenda oggetto di questo processo – dice il Procuratore generale durante la requisitoria - Se si esaminano tutte queste vicende, in una visione unitaria e complessiva, ci si rende conto che esiste una costante, e cioè che l'imputato effettua una manipolazione del potere istituzionale, ma anche una alterazione delle procedure legali, e successivamente sarà costretto a dare spiegazioni non plausibili”.

Così Mori è un “un soggetto dalla doppia personalità e dalla natura anfibia” che sfrutta il proprio ruolo per raggiungere altri fini, occultando ed omettendo di avvisare l'autorità giudiziaria. Così il Pg, prima di arrivare alla lettura del mancato blitz di Mezzojuso (il fatto concreto per cui oggi sono imputati i due ex ufficiali del Ros, ndr), individua altri momenti chiave nella mancata perquisizione del covo di Totò Riina, e lo spinoso caso di Terme Vigliatore con lo sfumato arresto di Nitto Santapaola nell'aprile 1993.

L'arresto di Riina e il Covo “ripulito”
E' il 15 gennaio del 1993 quando il Capo dei capi, Totò Riina, viene arrestato dal capitano Ultimo Sergio De Caprio, a poche centinaia di metri dal suo covo, sito in via Bernini a Palermo. “La Procura di Palermo - spiega Scarpinato - venne bloccata da Mori mentre si accingeva a fare la perquisizione nella villa abitata da anni dalla famiglia di Riina. Il potenziale investigativo contenuto in quella casa era enorme, basti pensare che, al momento del suo arresto, furono trovati dei pizzini, e uno di quei pizzini si rivelò prezioso per le indagini su Michele Aiello, che anni dopo sarà arrestato e condannato per mafia. Se con la scarse informazioni contenute nei pizzini fu possibile fare nascere quelle indagini, vi lascio immaginare quali sterminate informazioni ci fossero nella casa di Rina. Ebbene - continua - c'è la certezza che quella perquisizione fu bloccata. La magistratura poteva venire in possesso di documenti scottanti che dovevano restare segreti perchè non riguardavano solo le vicende di personaggi interni a Cosa nostra, ma potevano coinvolgere altri soggetti, potevano svelare gli arcani, i segerti di un potere che declinandosi con tanti volti: Andreotti, Contrada, D'Antone e tanti altri che grazie a Mori non sapremo mai chi sono... un potere che aveva avuto per decenni sotterranei rapporti con il mondo di Riina, documenti quindi di portata destabilizzante per un certo sistema di potere che grazie a uomini come Mori è sempre riuscito a occultare i propri segreti”. Invece, dopo poche ore venne abbandonato l'obiettivo, senza dare nessuna spiegazione con l'abitazione di Riina che venne completamente svuotata e le pareti persino imbiancate”. Secondo l'accusa le giustificazioni date dal generale Mori e da Ultimo sono “improponibili” di fronte a quella garanzia che invece era stata data alla Procura con una “ferrea direttiva che il Procuratore capo di allora, Giancarlo Caselli, aveva dato”.

La costante sottrazione
“La sottrazione alla magistratura di documenti scottanti ad opera di funzionari infedeli – prosegue Scarpinato - ha numerosi precedenti nella storia giudiziaria dell'antimafia di Palermo. Pensiamo all'omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, il cadavere ancora caldo e Contrada corre in Prefettura per cercare nella cassaforte i documenti. Pensiamo alla strage di via D'Amelio, ancora il fumo offusca l'aria e qualcuno ha la lucidità di andare nella macchina che è ancora in fiamme prende la borsa di Paolo Borsellino, dopo qualche minuto ritorna e rimette la borsa nella macchina in fiamme e solo perchè un vigile del fuoco la bagna con l'acqua la borsa non si distrugge. Pensiamo alla manipolazione delle agende elettroniche di Falcone proprio dopo l'omicidio”.
L'analisi del Pg è quella di una costante per cui “entra in campo la squadra dei cosiddetti 'ripulitori' che fa sparire documenti che sono scottanti. Ci vogliono uomini come Mori per compiere certe operazioni, uomini che hanno la doppia identità: una identità ufficiale, quella di Carabinieri, di Poliziotti, che consente loro di conoscere le indagini, di essere presenti nei momenti cruciali, nei luoghi teatro delle operazioni: E poi un'altra identità segreta: quella di un uomo che avvalendosi dei suoi poteri e della copertura, dell'alibi della sua funzione, può, deviando - talora in modo chirurgico, talora in modo più appariscente - le procedure lagli, perseguire e assecondare in quei momenti interessi occulti extra-istituzionali. Extra-istituzionali perchè non riferibili allo Stato legale di diritto. Ove fossero riferibili allo Stato legale il pubblico ufficiale che opera in deroga alle regole può sempre invocare, a distanza di tempo, la scriminante del c.p.p. o le scriminanti previste dall'apposita legge sui Servizi segreti. Ma Mori e i suoi uomini non hanno mai invocato queste scriminanti perchè gli interessi che essi hanno assecondato e tutelato non erano riferibili allo Stato legale, ma ad altri gruppi di potere”. Non solo. Con lo “scudo protettivo” generatosi con l'arresto di Riina, Mori avrebbe continuato la propria azione anche da lì a pochi mesi.

Secondo atto, il caso Terme Vigliatore
Nell'aprile del 1993, l'allora latitante Nitto Santapaola sfugge all'arresto mentre si trova a Terme Vigliatore, nel Messinese. A far scappare il boss catanese, secondo la Procura, è un'eclatante azione del Ros in una villa vicina al covo. “Santapaola - racconta l'accusa - viene intercettato mentre parla con esponenti della criminalità mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto all'interno di un locale. Quell'informazione arriva a Mori, che in quel momento si trova a Roma, tramite il maresciallo della sezione anticrimine di Messina Giuseppe Scibilia. L'ex ufficiale risponde che “avrebbe provveduto” tanto che il giorno dopo si reca a Catania, così come riportato nell'agenda dello stesso Mori. Tuttavia Scibilia non viene informato della presenza della squadra del capitano Ultimo nei luoghi. Lo stesso Ultimo che “mentre si trovava casualmente in transito nella zona dove era stato localizzato il giorno prima Santapaola, con altri militari del Ros aveva individuato un uomo, scambiato per il latitante Pietro Aglieri”, poi identificato invece in un giovane incensurato, Fortunato Giacomo Imbesi, figlio di un imprenditore della zona. Nella sentenza del processo che si è occupato di questi fatti viene “ritenuta buona” la versione del Ros e degli uomini di Ultimo ma viene scritto che “se davvero l'intento era quello di far saltare l'operazione dell'arresto di Santapaola si sarebbe dovuto eseguire un blitz in una delle villette vicine al covo”. “Ed è proprio quello che è accaduto – aggiunge ancora Scarpinato – Venne infatti realizzata una perquisizione nell'abitazione degli Imbesi da uomini diversi da quelli che operarono nell'inseguimento. Un'irruzione armata che fu effettuata da altri corpi, soggetti che non siamo riusciti ad individuare e che non compaiono nemmeno nel verbale di quella perquisizione”. Ed anche per questo episodio la Procura parla di “finalità extra istituzionali”, le stesse che si sono poi ripresentate nel caso della mancato arresto di Provenzano a Mezzojuso, nell'ottobre 1995, e nella mancata comunicazione alla Procura delle informazioni che avrebbero potuto portare alla cattura del boss corleonese e dei propri favoreggiatori.

Il mancato blitz
Il pg ha accusato i due imputati di avere per mesi trascurato volutamente le indicazioni fornite al colonnello Michele Riccio dal suo,confidente Luigi Ilardo. E di avere taciuto alla Procura gli elementi che avrebbero potuto portare all'identificazione dei favoreggiatori del boss.
Proprio le “piste investigative mai battute, le omissioni gravi nelle comunicazioni alla Procura, inerzia dolosa, sono le accuse che la Procura generale muove all'ex capo del Ros e al colonnello Obinu”. Mostrando alla Corte presieduta da Salvatore Di Vitale, Scarpinato passa in rassegna una serie di documenti chiari che mettono in evidenza proprio la volontà di non voler effettuare il blitz, nonostante la consapevolezza della presenza di Provenzano a Mezzojuso, né di indagare nella fase successiva su coloro che in quel 31 ottobre 1995 erano stati addirittura fotografati. Viene persino mostrato un video con l'inquadratura perfetta del covo in cui si nascondeva Provenzano e in cui si tenne l'incontro con Ilardo, registrata da due Silos situati a poche centinaia di metri. “Mori ed Obinu però non fanno nulla – aggiunge Scarpinato - Non concedono uomini e mezzi a Riccio. Rifiutano la proposta di utilizzare il Gps e la strumentazione satellitare. Rifiutano di concedere un numero adeguato di uomini per il servizio di appostamento. Non vengono piazzate telecamere né a visione del covo né nel punto dove furono prelevati Luigi Ilardo e Lorenzo Vaccaro, né furono compiuti immediati accertamenti su tale Giovanni, indicato da Ilardo come l'uomo alla guida della Ford Escort fotografata di cui era stato fornito il numero di telefono ed anche la targa della suddetta auto. A Riccio si accampano scuse, come la difficoltà di rinvenire i luoghi, strisciate aere andate a vuoto o il rischio che eventuali telecamere collocate od azioni di intercettazione avrebbero potuto insospettire coloro che abitavano la masseria, nell'ottica di ottenere un secondo incontro con Provenzano. Eppure la loro inerzia riguarda anche le più banali attività di indagine, fermo restando che la Procura di Palermo non viene avvertita dell'operazione, né di alcuna notizia di reato. Ed il perché di questi mancati accertamenti non viene spiegato né dagli imputati né dal Tribunale”.

Carte nei cassetti
Per evidenziare l'inerzia assoluta dei due ufficiali del Ros, documenti alla mano, il Pg mostra una richiesta di accertamenti alla Sezione anticrimine di Palermo, soltanto quattro mesi e mezzo dopo i fatti, ovvero il 12 marzo 1996. Accertamenti specifici, inerenti notizie di reato, che verranno compiuti e comunicati a Mori ed Obinu nel maggio successivo. Come ad esempio l'identificazione di tal Cono, proprietario di una Fiat Campagnola Verde, senza che nella richiesta di Mori fosse menzionata la proprietà della masseria dove si trovava Provenzano. Oppure l'accertamento su tale Giovanni (che si dimostrò poi essere Giovanni Napoli, ndr) che si svolse semplicemente immettendo i dati forniti da Riccio ed Ilardo nel database del Ministero degli Interni. “Un dato che avrebbero dovuto raccogliere molto tempo prima – dice Scarpinato – Fatto anomalo è che di questo accertamento compiuto non riferiscono nulla a Riccio che venti giorni dopo la morte di Ilardo scrive nell'agenda tutto il suo sbigottimento sul fatto che 'ancora non era stato fatto nulla' e al tempo stesso nella relazione Grande Oriente, consegnata alle Procure il 31 luglio 1996, ancora vi è scritto che il Giovanni proprietario della Ford Escort ancora non è stato individuato. Cioé gli accertamenti, se venivano fatti, venivano anche occultati e tenuti nei cassetti”. Con azioni simili, secondo l'accusa “si erano arrogati il potere di conduzione d'indagine che era loro precluso dalle norme, dal codice, in merito all'azione che deve compiere un qualsiasi ufficiale di polizia giudizaria”. Vengono poi messe in evidenza le pressioni ricevute da Riccio nel non riferire sui nomi dei politici, in particolare su Marcello Dell'Utri. Il tutto inserito in un susseguirsi di eventi che poi arriva fino al 2001 quando, “a ottobre Mori viene nominato direttore del Sisde e continua a nascondere le notizie alla magistratura, varando il protocollo farfalla che dava l'ordine alla polizia penitenziaria di riferire le eventuali notizie di reato non all'autorità giudiziaria ma direttamente al Sisde”. L'ennesimo atto al di fuori della legge. Per Mori ed Obinu, oltre alla condanna al carcere è stata chiesta anche la pena accessoria all'interdizione a pubblico ufficio di cinque anni mentre per alcuni di quei carabinieri sentiti durante il dibattimento è scattata la richiesta di invio agli atti alla Procura per procedere con l'accusa di falsa testimonianza. L'udienza è stata quindi rinviata all'8 febbraio quando inizierà l'arringa della difesa.

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