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mori obinu aula tribunaleTerzo atto della requisitoria del Pg Patronaggio
di Aaron Pettinari
Da Giuffré a Brusca, da Lo Verso a Siino, da Malvagna a Flamia, fino all'analisi del contributo offerto da Massimo Ciancimino. E' su questo tema che si sviluppa la terza parte della requisitoria del sostituto Procuratore generale Luigi Patronaggio, un'analisi “necessaria per capire come all'interno di Cosa nostra si percepissero quei collegamenti tra Provenzano e segmenti del Ros, colloqui che ci sono sempre stati con Cosa nostra”. “I pentiti – secondo il Pg - hanno tutti confermato la genesi degli attentati del '92-'93, programmati nella storica riunione di Enna del 1991, ed hanno illustrato come si sia sviluppata dopo gli attentati la spaccatura tra Bagarella e Provenzano e la genesi di quella strategia della sommersione portata avanti da quest'ultimo. Hanno anche parlato del ruolo di Ciancimino e delle relazioni con i Carabinieri ed in particolare con gli imputati e quasi tutti in modo uniforme e convergente hanno parlato dell'appoggio dato da Cosa nostra, nel 1994, al nascente partito di Forza Italia riferendo sul ruolo avuto in particolare da Marcello Dell'Utri”.

“Niente paura restate su Bagheria”
In particolare analizzando la testimonianza dell'ex boss di Caccamo, Antonino Giuffré, Patronaggio sottolinea come lo stesso abbia riferito episodi piuttosto specifici: “E' lui uno dei primi che ci parla della nuova strategia della sommersione di Provenzano, il boss di Corleone che fino ad una certa data è violento e partecipe anche nelle decisioni gravi come le stragi ma che dal 1993 in poi assume un nuovo ruolo, diventando di fatto l'uomo del dialogo con le istituzioni che rinnega la strategia stragista di Riina e Bagarella. E' lui ad indicare tra gli uomini che sono vicini all'idea di Provenzano anche Nitto Santapaola. E' lui a parlare del fatto che in Cosa nostra si parlava del canale che Provenzano aveva con i carabinieri già negli anni '80. E' lui che riferisce quanto appreso sulle voci che circolavano sulla moglie di Provenzano che si recava a Catania proprio per incontrare i carabinieri. E' lui a raccontare la frase di Provenzano, 'Ciancimino è in missione per noi', in merito alle collaborazioni tra Ciancimino e Ros. E' lui a parlare di un fatto specifico quando era ancora latitante assieme a Carlo Greco nelle zone di Bagheria. I mafiosi con intercettazioni rudimentali si rendono conto che il capitano Ultimo è sulle tracce di Gino Scianna, mafioso di Morreale anch'egli in quei luoghi, si preoccupano ed avvisano Provenzano che li tranquillizza (“State tranquilli, non preoccupatevi neanche dei posti di blocco”)”. Ma Giuffré è anche l'uomo che era stato incaricato in un primo momento di uccidere Gino Ilardo, un fatto collocato tra il marzo e l'aprile 1996 il che dimostrerebbe come Provenzano si fidava di Ilardo fino a pochi mesi prima della data della morte del confidente nisseno (12 maggio 1996).

Brusca e “le cose che non ti ho detto”
Parlando della deposizione del pentito Giovanni Brusca Patronaggio ricorda come lo stesso pentito abbia ammesso in udienza i propri errori, in particolare quello di aver occultato in un primo momento i nomi di Ciancimino e Dell'Utri rispetto all'interlocuzione tra Cosa nostra e la politica, ma poi è tornato sul papello, “un tema delicato su cui anche altri pentiti hanno riferito”. “Il papello, quel dialogo avviato si inserisce tra la prima e la seconda strage del 1992 – ricorda Patronaggio – Anche Brusca parla del fatto che Provenzano non aderì alla sfida lanciata da Riina e Bagarella allo Stato ed anzi riferisce di uno scontro verbale abbastanza duro tra i due corleonesi. Dice anche di altri soggetti interni a Cosa nostra che hanno seguito Provenzano in questa linea più moderata ma non conferma l'adesione di Santapaola il che ci lascia perplessi sulla genuinità completa di Brusca. Un racconto il suo che non coincide neanche con quello di Malvagna rispetto a quel dialogo tra la moglie di Provenzano e un uomo dell'arma così come riferito da Bonaccorso. Altro tema che affronta è poi quello dei dialoghi tra Antonino Gioé e Paolo Bellini, con quest'ultimo che suggerisce di colpire monumenti, i beni culturali. Discorsi minimizzati da Brusca anche se lui stesso racconta di questo inizio di trattativa per ottenere benefici carcerari ed in cambio dare un aiuto nella ricerca di opere d'arte con lo stesso Riina che avrebbe detto 'vedi che si può fare'”. Il Pg si domanda: “Perché un uomo d'onore come Gioé parla con Bellini di stragi se quest'ultimo non è un uomo d'onore? E perché Mori, messo a conoscenza dal maresciallo Tempesta di questo dialogo tra Gioé e Bellini, non fa nulla?”. “Mori – ricorda Patronaggio – dice di non fare nulla per non mettere in pericolo la vita di Bellini, ma possibile che sia solo questo il motivo per cui non si è seguita quella pista? E perché anche in questo caso non si è detto nulla all'autorità giudiziaria?”. E' proprio il modus operandi di Mori ad essere ritenuto illegittimo e spregiudicato dall'accusa.

Malvagna, la moglie di Provenzano e l'ufficiale di Roma
Ricalcando la testimonianza del collaboratore di giustizia Filippo Malvagna il sostituto Procuratore generale torna nuovamente sull'episodio dell'incontro tra la moglie di Provenzano ed un ufficiale dell'arma giunto da Roma. “Noi non sappiamo e non abbiamo elementi per dire se questo ufficiale fosse Mori. Raccogliamo il dato per spiegare comunque gli incontri tra uomini di Cosa nostra e carabinieri. Certo è che la notizia, rispetto a quanto riferito da Brusca, fu colta in maniera diversa. Malvagna racconta come i catanesi di Santapaola dissero a Bonaccorso di far finta che quella cosa non fosse mai avvenuta, imponendo il massimo riserbo. E poi la macchina di Bonaccorso viene crivellata di colpi di arma da fuoco. Ma Malvagna è anche colui che ci parla del ruolo di Rosario Pio Cattafi, uomo di raccordo tra Cosa nostra, istituzioni deviate e massoneria, ma ci parla anche di altri soggetti importanti come Galea, Campanelli e Pietro Rampulla, quest'ultimo vicino alla destra eversiva. Parla di quanto avvenuto la notte della morte di Gioé ed anche di Vito Ciancimino che vede entrare ed uscire dal carcere di Rebibbia, anche a notte fonda”.

Siino, Cosa nostra e la massoneria
Patronaggio parla poi dell'apporto fornito dal ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra, Angelo Siino che “non solo ha raccontato dell'interlocuzione con Mori e De Donno per non andare in contrasto con quanto detto da Vito Ciancimino ma anche di quella richiesta di contatto con Piddu Madonia e Santapaola”. “Sempre Siino – prosegue – riferisce del ruolo di Gioé e del sospetto che Bellini fosse un appartenente dei Servizi segreti. E' lui che ci parla di quanto gli riferisce Gioé cioè che dietro gli attentati del 1993 ci sono pezzi deviati dei Servizi e che c'era una strategia della tensione. Quindi parla dei contatti tra Cosa nostra e la massoneria, in particolare la loggia Camea, dove c'erano mafiosi con una doppia affiliazione, la cosiddetta 'doppia M'”.

Le parole di Lo Verso e il Flamia depotenziato
La requisitoria di fronte alla Corte d'appello presieduta da Salvatore Di Vitale prosegue poi con l'analisi dei contributi offerti dai pentiti Stefano Lo Verso e Sergio Flamia. Se il primo ha riferito riguardo alle rivelazioni fatte a lui da Provenzano in persona durante il periodo in cui si è occupato della sua latitanza, il secondo è stato “depotenziato” rispetto a quelle prime notizie su rivelazioni volte a screditare l'operatività di Ilardo quando questi era confidente di Michele Riccio. “Le cose sono state chiarite in dibattimento con quei punti critici ampiamente superati. Flamia ha ammesso con sincerità di essere stato remunerato sai Servizi per la sua collaborazione che tra l'altro ha anche portato anche a risultati sul piano operativo”.

L'utilizzo parziale di Ciancimino
Durante la requisitoria Patronaggio si sofferma anche nella discussione sul contributo offerto da Massimo Ciancimino, su cui la sentenza di primo grado era stata particolarmente dura tanto da inviare i verbali in Procura per decidere se indagare lo stesso (così come anche Riccio, ndr) per calunnia. Per il Pg “le dichiarazioni di Ciancimino possono essere utilizzate per descrivere l'ampio contesto investigativo che vedeva Mori agire all'insaputa dell'attività giudiziaria per le interlocuzioni volte alla cessazione delle stragi in cambio di benefici carcerari. Un modus operandi che va oltre alla trattativa, anche se i primi ad usare questo termine sono stato proprio gli imputati al processo di Firenze sulle stragi. Pertanto le dichiarazioni da utilizzare sono solo quelle con un robusto ed autonomo riscontro”. “Ad esempio – aggiunge Patronaggio – Ci sono pentiti che confermano il ruolo di Ciancimino Massimo, datogli dal padre, come persona di fiducia. Gli stessi Mori e De Donno ammettono che sia avvenuto tramite lui il contatto con Vito Ciancimino e sono sempre loro ad adoperarsi per far procurare all'ex sindaco di Palermo un passaporto. Una trattativa che nasce con profili di illegittimità in quanto non potevano loro adottare una tale iniziativa. Va poi dato riscontro all'esistenza del papello di richieste fatte da Riina tra la prima e la seconda strage del 1992. Anche Giovanni Ciancimino riferisce un episodio specifico che riporta all'esistenza del papello. Ciancimino ci parla della richiesta di copertura politica che il padre paventa durante le interlocuzioni con il Ros, ed in particolare con Violante, con cui lo stesso Mori cercherà un contatto. E' così che Mori recita un ruolo politico che va oltre quelle sue responsabilità istituzionali. Un ruolo che non gli competeva neanche in quei contatti con la Ferraro o il ministro Martelli”.

Se da una parte Patronaggio non affronta il tema delle accuse rivolte al “signor Franco” ed i contatti con i servizi segreti, dall'altra il Pg ribadisce le circostanze riferite sul padre rispetto al “contenuto inaccettabile di quel papello stilato da Riina e quell'adoperarsi per avviare un'interlocuzione differente con Provenzano. Non solo. Ciancimino parla di Dell'Utri come nuovo referente di Cosa nostra ed anche di quei colloqui che il padre avrà con la Procura di Palermo ma che non portarono ad nessun tipo di dato processuale”. Secondo Patronaggio “le dichiarazioni di Ciancimino hanno comunque avuto un effetto positivo, quello di far tornare la memoria a diversi testimoni eccellenti e restano certificati da perizie quei documenti dove si fa riferimento proprio a Rognoni, Mancino, Violante. Di questo c'è traccia documentale negli atti”. Se da un lato la trattativa, secondo l'accusa, può non essere il movente principale, dall'altra parte però il Pg parla di vari aspetti che si inseriscono in quel contesto storico. Dalla consapevolezza di Paolo Borsellino, così come riferito dalla moglie Agnese, agli avvicendamenti politici al ministero (Mancino-Scotti, Martelli-Conso) per poi arrivare alla sostituzione del vertice del Dap (Amato-Capriotti) con la nomina di Di Maggio come vice.

Il movente che racchiude tanti possibili moventi
Nel concludere la propria parte di requisitoria il sostituto Pg inizia quindi a toccare alcuni punti che saranno approfonditi il prossimo 18 gennaio dal Procuratore Generale Roberto Scarpinato. “L'azione di Mori ed Obinu? A nostro avviso c'è una condotta omissiva degli imputati che hanno agito coscientemente e volontariamente violando il codice di procedura penale che imponeva loro di avvisare l'autorità giudiziaria, attivare il servizio di intercettazioni, fare sopralluoghi, accertamenti sui soggetti indicati da Ilardo, attivare telecamere, sviluppare indagini. Niente di tutto questo è stato fatto. Perché? Quale è il movente? Non crediamo sia necessario avventurarci nel dimostrare l'esistenza di un unico movente ma è sufficiente dimostrare l'elemento materiale del reato di favoreggiamento personale e la ricorrenza del dolo generico richiesto dalla norma.

Analizzando i fatti e le fonti di prova siamo arrivati alla conclusione che esista un movente aggregativo che racchiude tanti possibili moventi. Uno può essere la trattativa che è stata portata avanti con Ciancimino per favorire la cessazione delle stragi, un altro può essere il movente rinvenuto su quell'autonomia che Mori riteneva illegittimamente di poter avere, di muoversi come ufficiale di Polizia giudiziaria, può rinvenirsi nei legami del Mori con i Servizi segreti, con pezzi delle Istituzioni, che poteva avere anche con un preciso partito politico che in quel momento voleva favorire attraverso una politica di convergenza rispetto gli obiettivi da raggiungere. E comunque tutti questi moventi hanno un'unico comune denominatore. Quello di un soggetto che si è mosso con la volontà di venire meno ai suoi doveri istituzionali e che si è mosso sapendo di omettere un'attività che la legge imponeva. Per quale di questi motivi sia stato fatto non è da stabilire in questa sede. Secondo noi quindi la partita di questo processo non si gioca sul movente ma si gioca sul momento oggettivo e soggettivo del reato”.

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