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graviano giuseppedi Miriam Cuccu
L’ultima volta che la voce dei boss di Brancaccio è stata sentita in aula di tribunale era il 5 maggio 2011, al processo per le stragi del ’93 all’epoca in corso a Firenze. In quell’occasione Giuseppe e Filippo Graviano, capimafia di prim’ordine ed ex fedelissimi di Riina, in carcere da oltre vent’anni e secondo molti pentiti personaggi-chiave nelle stragi del ’92 e ‘93, avevano risposto a spizzichi e mozzichi alle domande della pubblica accusa rifiutando di dare qualsiasi delucidazione in merito ai rapporti tra mafia e politica.
Oggi al processo Capaci bis, Filippo Graviano (così come Massimo Ciancimino) si è avvalso della facoltà di non rispondere. A parlare, invece, è stato il fratello Giuseppe, detto “Madre Natura”, interrogato dall’avvocato Flavio Sinatra, legale di Salvo Madonia e Vittorio Tutino (imputati a questo processo insieme a Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro e Lorenzo Tinnirello) che aveva citato tutti e tre in qualità di testimoni. “Quello che dirò oggi è tutto documentato – ha esordito il boss – il resto non lo posso dire perché non ha valore”. A quale “resto” si riferisce?
“Quando sono stato arrestato nel '94 a Milano – ha proseguito Graviano, deponendo in videoconferenza davanti alla Corte d'Assise a Caltanissetta – gli investigatori mi volevano convincere a collaborare con la giustizia e ad accusare le persone che mi indicavano loro. Mi fu detto che se non avessi collaborato sarei stato accusato di tutte le stragi che sono state fatte in Italia. Scrissi di tutto questo all'allora procuratore di Milano Borrelli e dopo poco tempo fui mandato nel carcere di Pianosa e detenuto con il 41 bis”. Il boss di Brancaccio si è poi scagliato contro alcuni collaboratori di giustizia, in particolare Fabio Tranchina e Gaspare Spatuzza, colui che raccontò di essersi incontrato con il boss a Roma, nel ’94, e che Graviano gli disse che grazie a Berlusconi e Dell’Utri “c’eravamo messi il Paese nelle mani”. “Lo conosco da molto tempo perché siamo dello stesso quartiere. Ma non lo frequentavo perché gli Spatuzza erano soprannominati i malacarne e capite bene cosa significa. Gaspare Spatuzza è cugino di Totuccio Contorno, anche se lui non lo dice mai. – ha dichiarato Graviano, parlando dell’ex mafioso di Brancaccio – L'ho incontrato tra il '99 e il 2001 quando eravamo detenuti nel carcere di Tolmezzo e gli raccontavo che ero accusato di essere responsabile delle stragi del '92 e dei processi in cui ero imputato, non avevamo altri argomenti di discussione. Le cose che gli ho raccontato - ha continuato - lui le ha colorite e presentate alla Corte come cose che ha vissuto direttamente”. In quell’occasione, ha detto ancora Graviano, parlò a Spatuzza delle “ganasce nuove” della 126, poi imbottita di tritolo per la strage di via D’Amelio, così come della presenza all’interno dell’autovettura di santine. Per quale motivo, se i rapporti con Spatuzza erano così conflittuali, il boss gli fa queste esternazioni? Sulla sua presenza in Sicilia nel ’92, Graviano ha quindi smentito categoricamente: “Tra giugno e luglio '92 io ero al nord Italia, tra Viareggio, Forte dei Marmi, Riccione, Venezia, Sanremo e Verona. Avevo diversi appartamenti e trascorrevo lì quel periodo”. Così come ha smentito di essersi recato a Roma, sempre nello stesso periodo. Tutto secondo programma, come del resto ci si può aspettare da un capomafia stragista.

Parlando del colloquio investigativo che Spatuzza ebbe con l'allora procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna e con Piero Grasso, nel corso del quale per la prima volta disse che la versione data dal falso pentito Vincenzo Scarantino sulla strage di via D’Amelio era falsa, Graviano ha affermato: “Spatuzza ha detto che non voleva farsi il carcere e già aveva iniziato qualcosa con Alfonso Sabella (ex pm di Palermo, ndr) ma lui voleva raccontare chiacchiere… io nemmeno ne ho parlato perchè la cosa non mi interessava, su di me non aveva niente da dire. Anzi, doveva dire sui soldi miei che si è preso dopo il nostro arresto”. Approfondendo l’argomento, però, Graviano ha replicato: “Purtroppo la mente con il passare del tempo viene influenzata, anche se la persona non vuole si fa una memoria diversa della realtà”. E alla domanda se Spatuzza ebbe uno o più colloqui con Grasso, Graviano ha risposto: “Non posso ricordare”. Non può o non vuole? Vien da chiedersi per quale motivo oggi Giuseppe Graviano ha dimostrato così tanta loquacità.
In modo ben diverso era stato accolto, da parte dei due padrini di Brancaccio, l’annuncio della collaborazione di Spatuzza nel 2009, quando entrambi presero parte al processo a carico dell’ex senatore Marcello Dell’Utri (oggi condannato definitivamente per mafia). Né ingiurie né minacce erano volate nell’aula del tribunale, ma solo parole comprensive, da parte di Filippo Graviano, il quale augurava “all'amico e fratello” Gaspare “tutto il bene del mondo”. Tutto nel perfetto linguaggio di Cosa nostra, fatto di considerazioni velate, spesso contraddittorie tra loro, quasi sempre mirate a ben altri (e più alti) obiettivi. In quell’occasione fu proprio Giuseppe Graviano (che si avvalse della facoltà di non rispondere) a mandare un messaggio criptico: “Per il momento – disse, sempre in videoconferenza – non sono in grado di essere sottoposto a interrogatorio”. Vedremo “quando il mio stato di salute me lo permetterà”. Una settimana dopo gli era stato improvvisamente revocato l’isolamento diurno di cui tanto si lamentava.

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