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catania benedi Lorenzo Baldo
Nel libro di Sebastiano Ardita una (implicita) risposta all’ultima relazione della Dia
Il dato emerso nell’ultima relazione della Dia è alquanto esplicito. Sul versante orientale siciliano viene evidenziato come “la sussistenza di focolai” sia da ricondurre a “tentativi di alcuni esponenti dei maggiori clan di Catania di accreditarsi - con fughe in avanti - presso i responsabili dei mandamenti palermitani più rappresentativi, quali nuovi referenti di Cosa Nostra catanese. In questo clima, un dato da non sottovalutare è il sistematico rinvenimento nella città etnea ma anche nel resto della Sicilia centro-orientale, di arsenali di armi, anche da guerra”. La “Cosa Nostra 2.0” formato Catania è a tutti gli effetti una realtà. Nello splendido libro “Catania bene” il procuratore aggiunto di Messina, Sebastiano Ardita, lo spiega dettagliatamente. “È esistita ed esiste ancora – scrive Ardita – una mafia che ha anticipato di vent’anni la strategia dell’inabissamento: mentre a Palermo si attaccava lo Stato, a Catania l’associazione malavitosa vi s’infiltrava a tal punto che in città si negava la sua stessa esistenza. E riusciva a crescere, irrobustirsi e penetrare nelle istituzioni e nel mercato, pur rimanendo ortodossa e fedele alle regole dell’organizzazione, anzi rispettandole più di quanto non accadesse altrove”. Nel libro viene sottolineato che il lungo periodo di comando dei Corleonesi “ha avuto l’effetto di esaltare il ruolo dei catanesi: dapprima migliori alleati degli stragisti, ma poi abili a smarcarsi e a contrapporvisi, essendo capaci di ricorrere alle proprie coperture istituzionali per resistere più a lungo degli avversari”.  L’ex direttore dell’ufficio detenuti del Dap definisce i mafiosi etnei “concreti, dediti agli affari e interessati al profitto più che alle forme”, specificando che da sempre hanno creato “un patto con le istituzioni ispirando, da precursori, quella che viene comunemente definita la trattativa Stato-mafia”. Lo stesso Ardita racconta che dopo le stragi, mentre si verificava una vera e propria resa dei conti interna a Cosa Nostra i catanesi “hanno fatto valere la propria formula vincente, costruita negli anni, rilanciando la fase di occultamento”. “Mentre le altre province si adeguano alla sua linea, questa mafia catanese si trasforma ancora, tentando di recidere ogni legame con l’ala militare, fino quasi a sparire alla vista: è già Cosa Nostra 2.0, o forse lo è stata da sempre”, afferma l’autore. Che ribadisce un concetto ben definito. La mafia a Catania “è sempre stata meno ideologica, molto più flessibile e per questo molto più pericolosa: perché vive nella logica del riscatto, degli affari e del successo”. Il pm di Messina parla di un “patto magico” stipulato con la borghesia finalizzato a “condividere il controllo degli affari della città”. Una Cosa Nostra “alleata con l’imprenditoria, ma a volte capace di farsi essa stessa impresa. E poi maledettamente trasformista: è questa la ragione per cui la mafia catanese – da sempre fedele allo stile del suo capo – continua a essere ancora oggi la più stabile e duratura”.

Le intuizioni del generale dalla Chiesa
“Dalla Chiesa fu forse il primo uomo di Stato a ben comprendere i tratti di Cosa nostra catanese e a intuire l’importanza delle relazioni che avrebbe potuto stabilire «con il mondo degli affari e quello istituzionale», che egli identificava anche nei potenti cavalieri del lavoro Graci, Rendo e Costanzo”, afferma Ardita. Nel libro viene citata l’intervista a Repubblica rilasciata dal generale meno di un mese prima di essere ammazzato. Dalla Chiesa aveva esplicitamente denunciato come Cosa Nostra catanese “fosse riuscita a penetrare dentro il territorio palermitano attraverso le quattro maggiori imprese della Sicilia orientale”. Lo stesso Giovanni Falcone aveva immediatamente compreso che quelle intuizioni avevano sortito l’effetto di rompere un equilibrio ibrido che regnava nella Sicilia orientale. L’autore ricorda quindi amaramente che in una nota ufficiale dell’epoca la Prefettura di Catania aveva ribadito che gli imprenditori catanesi “non avevano rapporti con la mafia, e quand’anche avessero intrattenuto rapporti con singoli mafiosi, ciò era conseguenza di uno stato di necessità”.

Tracce di Pippo Fava
Direttore de I Siciliani, assassinato da Cosa Nostra nel 1984, è l’emblema di un uomo libero. Che aveva ben radicati dentro di sé quei valori fondamentali capaci di dare un senso alla vita. Ardita racconta che Pippo Fava “era abbastanza isolato da vivo da far credere che lo sarebbe stato anche da morto”. Nella Catania degli anni ‘80 “non poteva considerarsi «una istituzione»: con cui – secondo il codice mafioso catanese – è obbligatorio trattare e vietato sparare. Perché le istituzioni con la mafia parlavano, mentre lui le istituzioni le attaccava”. “Aveva accanto quattro ragazzini – si legge ancora – e non aveva nessuna interlocuzione politica con quelli che contano. Era un rompiscatole e i potenti di Catania lo detestavano”. Fava sarebbe quindi stato assassinato per avere scoperto “non solo i singoli affari, ma «il patto» tra istituzioni, imprenditoria e mafia che controllava Catania”. “Ecco perché bisognava cancellare ogni traccia mafiosa di quell’omicidio: depistare, mistificare, creare falsi moventi. E fare in modo che quella maledetta indagine sul suo assassinio non trovasse mai la strada dritta”.

L’attualità del passato
A Catania “esisteva un patto di ferro fra Stato e mafia e una sola parola d’ordine: volare basso”, specifica Ardita. Che evidenzia come negli anni ‘80 giustizia e mafia “entravano in relazione qualche volta in modo palese, molte altre in modo discreto, con la mediazione degli uomini d’affari”. Se anche “restavano realtà diverse” accadeva spesso che “si parlavano tra loro”. E grazie a quel sordido connubio “i catanesi erano diventati forti in tutti i campi, quasi imbattibili”. Per Sebastiano Ardita, quindi, la mafia catanese ha dichiaratamente “la pretesa di dialogare con le istituzioni”, ma “questo non vuol dire certo che sia meno spietata o più accondiscendente. Essa in verità parla con lo Stato, ma non gradisce affatto che i cittadini facciano altrettanto”. Successivamente, attraverso quella che viene definita una vera e propria “rivoluzione degli anni Novanta”, vengono a cadere le protezioni politiche e quelle istituzionali, “si ruppe l’equilibrio Stato-mafia e gli uomini delle istituzioni iniziarono a rischiare, come avveniva a Palermo”, ricorda il pm. “Ieri come oggi – sottolinea l’autore – per risorgere dalle sue ceneri, Cosa Nostra cerca il rapporto con le istituzioni, vuole condizionare i politici senza esporli, punta innanzitutto agli affari. Il suo più grande obiettivo è far dimenticare gli anni delle stragi e disperdere la memoria. E su questa strada ottiene risultati che fino a qualche anno fa erano insperabili”. “Ci sono movimenti di opinione – evidenzia – che propongono disegni di legge per abolire l’ergastolo, per attenuare e abolire il 41 bis, per consentire anche ai mafiosi che non collaborano di ottenere benefici e uscire dal carcere. E poi c’è il dibattito sulle condizioni di vita all’interno dei penitenziari, che – chissà perché – parte sempre dalla necessità di tutelare i poveri e i più deboli ma poi finisce inevitabilmente per riguardare anche i boss mafiosi. E così, dietro alle proposte, arrivano anche i risultati concreti per Cosa Nostra. Questa volta come prodotto non di una trattativa – almeno si spera – ma di un generale abbassamento della tensione, provocato sempre da una strategia di Cosa Nostra”.

Il ritorno di Nitto Santapaola
Per l’autore del libro, la mafia di oggi “parla la lingua di Nitto Santapaola. La sua interpretazione della leadership di Cosa Nostra, fatta di relazioni istituzionali, di azione sottotraccia, di investimenti, non è affatto espressione di una linea morbida. È il suo esatto opposto. È un modello pericolosissimo di governo criminale che sa essere spietato, ma anche politico e strategico e quindi duraturo. È la Cosa Nostra che ha vinto e che è difficile disvelare tutta intera”. “Se Santapaola – osserva Ardita – sulla base di un patto, comandava incontrastato a Catania, una possibile conseguenza avrebbe potuto essere quella di far arrestare tutti coloro che infastidivano il suo governo criminale; ne avrebbero ottenuto un vantaggio sia lo Stato che la mafia”.
Seguendo l’analisi del pm la leadership dei Santapaola “dura da quarant’anni in modo ininterrotto. La testimonianza più evidente della stabilità di questo assetto sono state le connivenze con le istituzioni, da cui ha tratto origine quel capitolo deforme della nostra storia che va sotto il nome di trattativa Stato-mafia”. Per il pm, al di là di quale sia l’esito dei processi e la qualificazione giuridica delle condotte, “si staglia un’ombra identica sulla latitanza dei due protagonisti del nuovo cartello vincente in Cosa Nostra, Provenzano e Santapaola: vi è il timore che, per calcolo o per strategia, per un po’ di tempo abbiano potuto ricevere coperture rilevanti; che mafia e pezzi di Stato possano aver dialogato”. Nel ragionamento di Ardita, quindi, la trattativa è “un’esperienza vissuta e consolidata alle pendici dell’Etna. E lì si è sviluppata consacrando la forza di un boss che, grazie a essa, è stato capace di rimanere per quarant’anni al vertice di una famiglia mafiosa e nel cartello di comando di tutta l’organizzazione”.

La trattativa
“E’ un modo per definire una prassi già sperimentata nei rapporti tra istituzioni e mafia che si alimenta delle ipocrisie istituzionali, che consente una rappresentazione falsata della realtà e si risolve in un inganno per i cittadini”, afferma il pm di Messina. Che visualizza un scenario inquietante: nel momento in cui Cosa Nostra “avrà ripulito e separato le sue attività finanziarie dai rapporti con il suo braccio armato, avrà in mano una fetta dell’imprenditoria che conta. E così il suo disegno sarà realizzato: essa potrebbe inserirsi tra le lobby della finanza, come una lobby anch’essa. Dalle ceneri della vecchia mafia alleata coi Corleonesi sarà sorta una nuova entità, che somiglierà a quella che in piccolo a Catania, fin dagli anni Venti, si organizzava in modo quasi invisibile, senza sparare, ma blandendo, favorendo e infiltrandosi nel tessuto economico. E allo stesso modo ebbe a risorgere dopo la strage di Ciaculli, grazie alle strategie e alle regole di Pippo Calderone”. Secondo la ricostruzione del magistrato vi è, però, una grande differenza rispetto al passato che riguarda i mezzi economici disponibili “per fare ingresso Cosa Nostra 2.0 nel mondo esclusivo dei potenti, e anche nelle lobby che sono capaci di influenzare la politica e gli importanti apparati dello Stato”. Per Ardita, quindi, Cosa Nostra “potrebbe rinunciare alla faccia violenta, ai suoi metodi e anche al suo nome. E diventare solo uno strumento per fare affari. Ma il metodo non potrà che essere quello dei catanesi: persuasione, intrecci e riservatezza, con un unico obiettivo: controllare il potere finanziario e anche le istituzioni”. In sostanza, “la Cosa Nostra 2.0”, dopo essersi tolta di dosso le scorie del passato, “somiglierà sempre più a una loggia segreta dove tutto fa capo alla finanza, e attraverso di essa – e come ha fatto la finanza stessa – potrà portare l’assalto al potere politico. Ne otterrà favori, anche a danno dei contribuenti, e lo finanzierà. E poi servendosi della politica tenterà di influenzare tutti i poteri istituzionali. Vorrà condizionare la magistratura e l’applicazione delle regole, cambiare la Costituzione, semplificare la governabilità, limitare la libertà di stampa”. C’è un rischio altissimo che preoccupa il magistrato catanese e che riguarda il prossimo futuro. Senza giri di parole Ardita scrive di temere che nell’arco di pochi anni i giovani saranno “subordinati a poteri che affondano la loro legittimazione nel denaro sporco”. “O magari questo in parte è già accaduto – conclude –, ma non abbiamo avuto le chiavi di lettura giuste per riconoscerlo… Ed è per questo che la partita è tutt’altro che vinta”.

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