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orlando-sarti-via-damelioLa deputata (M5s) presenta un’interrogazione parlamentare al Ministro della Giustizia.
di Lorenzo Baldo - 6 luglio 2015
A che punto sono le indagini sul depistaggio per la strage di Via D’Amelio? Quali sono gli sviluppi investigativi sui tre funzionari di Polizia Vincenzo Ricciardi, Mario Bo e Salvatore La Barbera, ex componenti del gruppo “Falcone e Borsellino” diretto dall’ex Questore (deceduto) Arnaldo La Barbera? Il senso di queste domande è contenuto nell’interrogazione parlamentare rivolta al Ministro della Giustizia, Andrea Orlando (pubblicata lo scorso 4 luglio sul sito della Camera), a firma dei parlamentari Cinque stelle Giulia Sarti, Francesco D’Uva e Vittorio Ferraresi. I tre deputati chiedono espressamente al Ministro Orlando se intenda richiedere informazioni in merito al procedimento per calunnia a carico di Bo, Ricciardi e La Barbera “visto il lungo periodo di tempo trascorso dalla iscrizione nel registro degli indagati” di costoro. Gli on. Sarti, D’Uva e Ferraresi domandano inoltre se il Ministro “non ritenga di disporre un’ispezione presso la Procura della Repubblica di Caltanissetta ai fini della valutazione dei presupposti per l’esercizio dei poteri di competenza”. L’interrogazione va immancabilmente a toccare i nervi scoperti di indagini delicatissime. Seguendo un filo logico si sarebbe potuto anche chiedere in merito all’ex Direttore dell’Unità Centrale Informativa del Sisde, Luigi De Sena, grande amico dello stesso La Barbera, sul quale permangono ancora delle ombre.

Ma c’è un’altra domanda che scaturisce inevitabilmente da questa interrogazione parlamentare. Ed è altrettanto importante. Il fascicolo su Ricciardi, Bo e La Barbera è trattato dalla Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta o segue un iter “ordinario”? Nel nostro ordinamento giudiziario troviamo una sorta di spiegazione “tecnica” in merito alla possibilità che questo dossier possa essere trattato alla pari di reati comuni. Per far proseguire queste indagini dalla Dda di Caltanissetta l’ipotesi accusatoria nei confronti degli indagati, e cioè quella di aver potuto agevolare determinati mafiosi piuttosto che altri, dovrebbe essere suffragata dalla dimostrazione che il dolo specifico finalizzato a favorire Cosa nostra sia stato fatto proprio per quello scopo. Ma un’ulteriore domanda – del tutto legittima e strettamente collegata – resta ancora inevasa: per quale ragione gli accusatori dei tre funzionari di Polizia e cioè Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta e Salvatore Candura avrebbero attribuito la strage di via D’Amelio a “tizio” piuttosto che a “caio” finendo così per autocalunniarsi? E’ assolutamente plausibile, invece, che quel depistaggio sia stato finalizzato a proteggere pezzi di Stato “deviato” coinvolti nell’eccidio del 19 luglio ‘92. Proprio per questo motivo l’ipotesi che un’inchiesta tanto delicata possa seguire un percorso “ordinario” appare del tutto assurda. Se così fosse, come si potrebbe spiegare ad un comune cittadino che le indagini su un depistaggio – verosimilmente messo in atto da uomini di Stato – finirebbero per seguire un iter giudiziario simile a quello destinato ai reati di criminalità comune? Certo è che se ci fosse l’aggravante di aver agevolato Cosa nostra il tempo per evitare la prescrizione si duplicherebbe. E soprattutto verrebbero potenziati i mezzi a disposizione degli inquirenti. In sostanza: bisogna conoscere a che punto sono queste indagini e secondo quale regime vengono trattate. Allo stesso modo è necessario capire su quali binari stiano procedendo le indagini su Giovanni Aiello, indicato da più parti come il famigerato “faccia da mostro”, trait d'union tra Servizi “deviati” e criminalità organizzata, probabile corresponsabile di omicidi eccellenti. I primi a reclamare chiarezza sono i familiari delle vittime di queste stragi. Che, di fronte a simili scenari, oppongono la loro ferma pretesa di verità e giustizia.

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