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ilardo-martello-tribunaledi Aaron Pettinari - 31 marzo 2015
Prima parte dell'audizione del colonnello Michele Riccio
Mentre si preparava la trasferta del confidente Luigi Ilardo a Roma per incontrare i magistrati di Palermo e Caltanissetta, qualche funzionario del Tribunale di Caltanissetta lasciò capire che fosse ormai noto che lo stesso volesse collaborare. Una notizia che turbò particolarmente Michele Riccio, il colonnello dei Carabinieri cui Ilardo faceva riferimento come informatore. La sua testimonianza fiume al processo che si svolge a Catania contro gli esecutori dell'omicidio commesso il 10 maggio 1996 è stata divisa in due parti e dopo la prima audizione dello scorso 13 marzo ieri è stata la volta del controesame. Ancora una volta Riccio ha raccontato degli incontri informali, tenutesi nell'arco di tre anni, in cui Ilardo svolgeva il ruolo di confidente della Dia.
“Volevo lavorare con Ilardo con l’intento di far emergere i mandanti esterni alle cosche mafiose, un'attività svolta già con il generale dalla Chiesa – ha detto ai giudici prima ancora di iniziare l'esame - Così, dopo aver letto una sua lettera nella quale si diceva disponibile a collaborare per far emergere i legami tra Cosa Nostra, la Massoneria e il potere di certe aree dell’estrema destra ho accettato di buon grado”. Rispondendo alle domande dei pm Riccio ha ricordato l'inizio del rapporto quando il capo della Dia De Gennaro, lo fece incontrare con Ilardo quando questi si trovava ancora in carcere a Lecce.

Inizio del rapporto confidenziale
“Al tempo Ilardo non voleva diventare collaboratore di giustizia – ha raccontato Riccio rispondendo alle domande del pm Pasquale Pacifico – ma si era mostrato propenso a diventare informatore. Così quando rientrò a Catania nell'estate del 1993 riprese subito i suoi contatti con Cosa Nostra. Non solo a Caltanissetta ma anche a Catania. E ci permise di capire anche che all'interno di Cosa nostra c'era questa spaccatura tra una ala riiniana ed una provenzaniana. Era ben voluto e si fidavano di lui”. Inizia in questo modo la sua collaborazione con la giustizia. Il nome in codice di Ilardo era “Oriente” e nessuno, a parte Riccio, De Gennaro ed il capo dell'allora autorità giudiziaria di Palermo, Giancarlo Caselli, conosceva la sua vera identità. Grazie alle sue confidenze sugli incontri con Madonia, sullo scambio di pizzini con il boss Provenzano, all’epoca latitante, suoi continui contatti con i Santapaola, con Aiello e con Galea vennero eseguiti diversi arresti come quello di Vincenzo Aiello, Lucio Tusa, Salvatore Fragapane, Giuseppe Nicotra ed altri boss di Cosa nostra. “Ci dava descrizioni molto dettagliate dei luoghi degli incontri – ha aggiunto Riccio - ci riferiva numeri di telefono e targhe dei veicoli, così che le operazioni di pedinamento erano semplici: molte operazioni le seguivo e coordinavo io in prima persona solo per garantire la copertura ad Ilardo”. Per quanto riguarda le modalità in cui venivano riferite le informazioni Riccio ha spiegato che spesso si incontravano nelle campagne: “Mi chiamava dalle cabine telefoniche ogni volta che pensava di avere qualche novità di rilievo e concordavamo un incontro: in quegli anni ho imparato a conoscere tutte le trazzere di Lentini”.
“L’arresto di Domenico Vaccaro, a fine ’94 aveva dato una svolta all’operazione Oriente” ha continuato Riccio. “Aver eliminato Vaccaro ci avevano consentito di avvicinare sempre di più Ilardo a Provenzano, tanto da pensare che presto sarebbe avvenuto un incontro fra i due. Lo stesso Ilardo, che aveva ricevuto alcune lettere di Provenzano dal postino Simone Castello, me lo confermava”. Dal racconto del colonnello emerge come Riccio ha la squadra pronta, le attrezzature idonee alla localizzazione gps e ha anche fatto alcune prove in esterna per verificarne l’efficacia: “L’ambasciata americana ci aveva messo a disposizione un localizzatore che avevamo posizionato in una cintura. Un semplice cambio di passante faceva diventare il segnale da intermittente a continuo: in questo modo Ilardo avrebbe potuto segnalarci l’arrivo di Provenzano e solo allora saremmo intervenuti. Avevamo già utilizzato quel sistema e quell'attrezzatura all'antidroga. Noi avevamo fatto diverse prove, eravamo pronti con tre macchine, un elicottero. E già avevamo fatto esperienze in territorio abitato che in campagna in modo da non trovarci in difficoltà al momento dell'appuntamento”.
Ma a cambiare le cose vi fu il cambio al vertice della Dia, con il trasferimento di De Gennaro, che portò Riccio a rientrare nell'Arma dei Carabinieri: “Dopo il trasferimento di De Gennaro – prosegue Riccio nel suo racconto – mi sentivo sempre più solo. Sia la Dia di Palermo e che quella catanese erano visibilmente irritati dal fatto che fossi io a gestire una fonte così importante e trovavo difficile tenere i rapporti. Così chiedo il rientro”. Nell'estate 1995 venne quindi contattato dal Colonnello Mori che gli chiese di rientrare nei Ros: “Lavoravo nei corpi speciali da 30 anni, ero stanco, ma sapevo dell’importanza dell’incontro tra Ilardo e Provenzano per l’arresto di quest’ultimo così chiesi a Mori di poter lavorare come aggregato solo ai fini dell’arresto del boss Bernardo. Inizialmente rappresentai il mio modo di operare e quello che era lo stato investigativo. Nell'estate del 1995 dissi a Mori tutto quello che stavamo portando avanti. In un primo momento al Ros rappresento al colonnello Mori l'attività posta in essere con l'aiuto di una fonte. E dissi che l'obiettivo che il primo obiettivo era l'incontro con il Provenzano. A Mori spiego che già in passato avevo preparato un mio gruppo di militari e dipendenti Dia e con prove già effettuate nel territorio utilizzando la strumentazione tecnica dei segnalatori gps. Quando spiego questo in un primo momento lui mi disse che non era necessario fare relazioni. Ma io dissi che operavo in una zona di competenza di più procure e per tutela mia ed anche della fonte io le realizzai lo stesso e le consegnai anche”.

Mancato blitz a Mezzojuso
Da questo momento però le cose cambiano, c’è qualcosa nella gestione delle indagini, delle operazioni, che lasciano Riccio perplesso: “A fine ottobre, rientrato ai Ros ricevo una chiamata da Ilardo il quale mi comunica dell’imminente incontro con Provenzano. Mi dice che Provenzano si era spostato da Bagheria in un posto non troppo lontano. Mi dice che si doveva recare a Mezzojuso da lì a due giorni. Io ero a Genova quando ricevo la telefonata. Quando lo comunico a Mori lui non sembra avere nessun entusiasmo. Gli dico 'ci siamo', che ho la squadra pronta e perfettamente equipaggiata. Quando vado a Roma ricordo la struttura che può essere posta in un attimo, che potevamo utilizzare i gps, che c'era questo impegno. Ma Mori mi dice 'no, no, facciamo tutto, noi, abbiamo con il capitano De Caprio il materiale tecnico a sua disposizione, ma sarebbe opportuno che in questo primo incontro Ilardo getti le basi per uno successivo'. Mi fa capire che non c'era la possibilità di organizzarsi subito e che non vuole coinvolgere altri e che comunque non vorrebbe procedere subito all’arresto ma aspettare, avviare un pedinamento e attendere una situazione più gestibile. Detto ciò mi invia a Catania dandomi come referente il capitano Damiano di Caltanissetta. Questi dipendeva dal maggiore Obinu e dal colonnello Mori”. “Arrivato a Catania – ha continuato Riccio – mi accorgo che Damiano non ha nessuna idea dell’operazione che stiamo andando a svolgere e anche quando gli spiego l’importanza dell’operazione mi rendo conto che non saranno in grado di avviare un pedinamento senza mettere in pericolo la copertura e l'incolumità di Ilardo”. Di queste perplessità parlò anche con Mori dopo Mezzojuso, in quanto ormai i giorni erano imminenti. Andammo in prossimità del bivio di Mezzojuso. “I militari erano collocati in vari punti ed effettuavano solo un'opera di osservazione – ha aggiunto Riccio – Consapevole dell'importanza dell'operazione io ero molto preoccupato. Di quel che si stava eseguendo informai anche il dottor Pignatone di Palermo che era il referente che mi era stato assegnato da Caselli”. “Ilardo – ha aggiunto Caselli - mi raccontò dell’incontro con Provenzano. Mi rese anche una descrizione del Provenzano dicendomi che poteva essere benissimo scambiato per un fattore. Mi diede i nomi delle persone, le targhe, i numeri di telefono, tante informazioni su soggetti implicati nella gestione della latitanza. Io girai tutte le informazioni ai miei ufficiali sia a voce che nelle relazioni. Ilardo diede anche precise indicazioni per giungere al luogo degli incontri di Provenzano. Mi spiegò anche dove fosse la trazzera. Feci anche un sopralluogo seguendo le stesse e se non sbaglio andai con Obinu o con Damiano. E nel sopralluogo vidi dei silos da dove si poteva fare l'osservazione. Mi proposi anche di eseguire io queste attività ma lui mi disse 'no, no, lo facciamo con De Caprio, abbiamo tutto noi, il tuo compito è mantenere i contatti con la fonte'. In quel momento ci rimasi male pensando che lo volessero arrestare loro ma anche che l'importante era raggiungere il casolare. Dopo qualche giorno mi disse che non erano riusciti a trovare il posto e mi sembrò assurdo, era semplice, in una zona piana, il casolare si vedeva addirittura dal bivio. Più volte mi dicono che non riescono a trovare il casolare. Alla fine nel rapporto di informativa Grande Oriente diedi addirittura le coordinate del casolare”.

(continua)

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