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toga-web15di Aaron Pettinari - 10 marzo 2015
“Luigi Ilardo? Quando tornai in libertà nell’ottobre 1995 appresi da Domenico Di Salvo di ‘tenere lontano’ Luigi Ilardo. Io stavo chiedendo novità su Piddu Madonia, arrestato un paio di anni prima. Lui mi dice che la “zia” la signora Giovanna Santoro, aveva problemi e che durante questa cosa fa sapere che se viene suo cugino Ilardo di non ospitarlo, di non fargli favori. Siamo attorno al 15-20 ottobre”. Non vi è alcun elemento quindi che presuppone la conoscenza, all’interno di Cosa nostra, della collaborazione tra il nipote di Piddu Madonia e le forze dell'ordine. Rispondendo alle domande del Pg Patronaggio Flamia ha confermato di non aver avuto alcuna informazione sul motivo per cui Ilardo non si doveva aiutare. Inoltre ha riferito di non essere a conoscenza di questioni di contrasto tra Piddu Madonia, rappresentato da Giovanna Santoro, e Luigi Ilardo per questione di appalti e spartizione di denaro.

Rispondendo alle domande del Pg ha anche parlato della modalità con cui ha parlato di Ilardo nel giorno dell’interrogatorio con la dottoressa Mazzocco. “In quel giorno - ha evidenziato il pg Scarpinato - la dottoressa ha eseguito una relazione di servizio in quanto durante la redazione del verbale, già chiuso, era stata chiamata dall’avvocato di Flamia poiché il suo assistito doveva aggiungere alcune informazioni in merito a confidenze raccolte dal detenuto Nicolò La Barbera sulla presenza di Bernardo Provenzano in quei luoghi di Bagheria”. Solo poi, spontaneamente, il Flamia ha iniziato a parlare anche di Ilardo. “Io ho parlato di questo colloquio con La Barbera - ha detto Flamia in aula - Si parlava dell’arresto di Spera, della presenza in quei luoghi di Provenzao e io a titolo di curiosità chiesi se davvero lo zio fosse nascosto lì. Lui mi disse che non c’era in quella masseria dove venne arrestato Spera ma che era venuto fuori che Provenzano era riuscito a scappare ma che lui là non c’era”. Quando Patronaggio ha però evidenziato che la notizia esatta è che Provenzano fosse nascosto ad un chilometro e mezzo di distanza in un’altra masseria Flamia ha detto: “Questo non lo so”.
Il processo si è concluso ed è stato rinviato al 12 marzo prossimo quando a Venezia, presso l’aula bunker, verrà sentito il pentito Angelo Siino.


Processo d’appello Mori-Obinu, Flamia: “Contatti con i servizi anche in carcere”
di Aaron Pettinari - 10 marzo 2015 - Ore 14:45
“Quando venni arrestato nel dicembre 2008 io chiesi di essere portato al Pagliarelli che si stava meglio”. Prosegue l’esame del teste Flamia al processo d’appello Mori-Obinu, in trasferta a Roma. “Enzo - ha aggiunto il pentito - mi fece sapere di stare tranquillo. In un primo momento, per una questione di posti, venni portato all’Ucciardone, poi venni trasferito al Pagliarelli”.
I colloqui con gli agenti dei servizi segreti però si verificarono anche in altre occasioni. “Per ben due volte vennero a trovarmi in carcere - ha dichiarato l’ex boss di Bagheria - La prima volta mi chiamarono gli agenti della penitenziaria e mi dissero che dovevo andare dal mio avvocato. Avevo aggiunto uno che mi era stato consigliato da Enzo tramite mio figlio. Io scendo e mi trovo una persona che non era Giovanni/Roberto/Enzo ma un altro. Mi dice ‘buongiorno io sono amico di Giovanni’ e mi fanno sentire… no no.. mi leggono delle intercettazioni di Riina in carcere che parla con i figlio, parlano di Milan di Inter e loro credevano che questi due erano gruppi mafiosi. Ma io non sapevo nulla. Nel secondo caso quest’uomo venne su mia sollecitazione. Dissi a mio figlio di dire ad Enzo di chiamare il sostituto avvocato. Lo chiamai per sollecitare certi interventi di benefici carcerari che ancora non c’erano. E lui rispose di stare tranquillo”. Alla domanda del Pg su come avvenissero questi colloqui il pentito ha risposto “tramite i colloqui riservati, non quelli investigativi”. Ed alla replica di Patronaggio se fosse consapevole che si trattava di un fatto illegale Flamia ha aggiunto: “No per me era lo Stato e per me era tutto fattibile”.
Flamia ha anche detto che, una volta scarcerato nel 2011, ha ripreso i propri contatti con Enzo, anche se in carcere si era sentito trascurato. “Ricominciamo i rapporti - ha aggiunto - Mi disse che ad ogni operazione sarei stato ricompensato. E dal novembre mi passarono duemila euro al mese, come una forma di stipendio. Successivamente li informai anche della mia intenzione a collaborare, nel 2013”.

La paura
Durante l’esame l’ex boss di Bagheria ha confermato di aver commentato con il figlio di alcune notizie di informazione nell’agosto del 2009, sulla strage di via d’Amelio e sulle notizie di indagini legate ai servizi segreti. “Leggevo qualcosa dai giornali, seppi che cercavano qualcuno dei servizi e dissi che ‘per ora ce l’hanno con loro, per ora hanno paura, ha paura, stanno attraversando un brutto momento. Ma io mi riferivo generico ai servizi segreti”. A quel punto Patronaggio fa notare che, nelle intercettazioni in carcere, il riferimento sembrava più specifico (‘per ora capace che a lui il c.. gli fa così’). Ma il pentito ha ribadito: “Mi riferivo come servizi segreti, non come persona. Non facevo distinzioni tra buoni e cattivi, per me era lo Stato e non me lo so spiegare nemmeno io”.


Processo d’appello Mori-Obinu, Flamia: “Mentre collaboravo con i servizi venni affiliato a Cosa nostra”
di Aaron Pettinari - 10 marzo 2015 - Ore 14:17
“L’affiliazione a Cosa nostra? Informai i servizi. Per la collaborazione con loro ricevetti 150mila euro. Poi duemila euro al mese”. E’ il pentito di Bagheria Sergio Flamia a raccontare dei suoi rapporti con i servizi segreti al processo d’appello Mori-Obinu che si sta svolgendo in trasferta a Roma. Rispondendo alle domande del Pg Patronaggio l’ex boss ha raccontato di come ha avuto inizio la sua collaborazione con il servizio di sicurezza civile. “Questo rapporto inizia i primi di luglio del 2008 - ha detto - Mi mandò a chiamare un tale Giovanni, tramite il dirigente del commissariato Di Giannantonio. Volevano incontrare me e mio cugino. Da lì iniziò tutto. Quando venni affiliato nel gennaio 2012 informai i Servizi. A Giovanni dissi ‘guarda che vogliono affiliarmi’ ed io non ero intenzionato a fare questo passo. Mi rispose di stare tranquillo anche perché a loro interessava questa cosa di vedere come funziona il rito”.
Flamia ha parlato di aver avuto più incontri con questo soggetto dei servizi “Al primo incontro si presentò come Roberto, poi i primi tempi io lo chiamavo Giovanni, quindi a mio figlio si presentò come Enzo. Durante la collaborazione con i servizi io informavo sempre di quello che facevo dentro Cosa nostra, richieste di estorsioni, danneggiamenti. Infromai anche di una spedizione punitiva nei confronti di un impiegato comunale”. “La prima volta che mi incontro con Giovanni lui si presenta come Roberto - ha aggiunto Flamia - e mi dice ‘so che conoscete Piddu Madonia’ e ottenemmo la promessa che si sarebbe interessato per noi sui nostri procedimenti in cambio di certe informazioni su Madonia e su Pino Scaduto”.  L’ex boss di Bagheria ha anche confermato il proprio contributo all’operazione Perseo, del dicembre 2008. “Venni informato pochi giorni prima dell’arresto che c’era anche il mio nome. Qualche sera prima c’era stata una perquisizione in casa mia ed io chiamai subito Giovanni. Ci incontrammo in una campagna di Bagheria. Mi disse di stare tranquillo che tramite un magistrato ed un comandante dei carabinieri aveva alterato la mia data di nascita. A causa di quell’errore venni arrestato in un secondo momento, dopo cinque giorni. Mi contestarono anche il 418 e non l’associazione. Quale è stato il mio contributo su Perseo? Diedi indicazioni sui movimenti di Scaduto e tramite un apparecchio che mi venne dato dai servizi eseguii anche delle intercettazioni alle riunioni. Alcune di quelle le ritrovai anche nell’ordinanza. Da quel che so i servizi le passavano ai carabinieri e poiché mancavano i decreti di intercettazione molte di queste furono inservibili. In molti sono stati scarcerati poi”.

In nome del padre, i rapporti tra “Enzo” ed il figlio
“Quando venni arrestato, per la collaborazione a ‘Perseo’ ricevetti la somma di 150mila euro. Per averli diedi il riferimento di mio figlio ad “Enzo”. Tre giorni dopo l’arresto mio il denaro venne consegnato. Me lo disse mia moglie. Mi era stato detto di non metterlo in banca e così io feci. Diedi istruzioni a mio figlio di sotterrare 50mila in un terreno a casa. Altri 50mila li diedi a mia cognata. Ed altri 50mila li prestai ad un mio amico che aveva un supermercato”. Durante la sua carcerazione a gestire i rapporti con l’uomo dei servizi segreti era quindi il figlio. “Io non volevo coinvolgere mio figlio sulle mie cose ma non potevo fidarmi di nessun altro per i soldi. Poi so che Giovanni/Roberto/Enzo iniziò a chiamare spesso mio figlio. Lui capì che si trattava di qualcosa. Gli dissi che erano cose al di sopra della polizia e lui mi chiese se erano i servizi. ’Sì non ti preoccupare’ è quello che risposi”.


Processo d’appello Mori-Obinu, Malvagna: “D’Agata mi disse che Berlusconi sarebbe stato la nostra salvezza”
di Aaron Pettinari - 10 marzo 2015
- Ore 12:38
“Berlusconi sarebbe stato la nostra salvezza”. Prosegue la deposizione del pentito catanese Filippo Malvagna al processo d’appello Mori-Obinu. Ricostruendo velocemente i primi anni novanta il collaboratore di giustizia ha aggiunto: “Mi trovavo in carcere assieme a Marcello D’Agata, verso la fine del 1993. Parlando con lui commentammo tutta la questione delle stragi e rappresentai il fatto che la ‘cosa era sfuggita dalle mani’ e lui mi disse di stare tranquillo che amici di Palermo mandavano a dire che le cose da lì a poco si sarebbero sistemate. Disse che la nostra salvezza sarebbe stata il nuovo partito politico che da lì a poco si andava formando. Che Berlusconi sarebbe stata la nostra salvezza”.

Capitolo Cattafi
Anche se il tema era stato escluso dal capitolato di prova ammesso dalla Corte presieduta da Salvatore Di Vitale, il pg Patronaggio ha fatto alcune domande sul capomafia barcellonese Rosario Pio Cattafi. “E’ un esponente di spicco dell’organizzazione Cosa nostra nel messinese - ha detto Malvagna - Era una persona che mi veniva detto incensurata  e che non aveva avuto mai a che fare con la giustizia. Unitamente ad un certo Gullotti era al vertice della famiglia del messinese. Da quel che so facevano riferimento a Palermo, al cognato di Riina, Leoluca Bagarella, ed anche a Santapaola. Mi risulta anche avesse agganci con il mondo imprenditoriale, della politica e delle istituzioni ed anche si ventilava avesse agganci con i servizi segreti”. Malvagna ha anche parlato di un coinvolgimento che riguardava le famiglie del catanese, del messinese e del palermitano in merito al traffico di materiale nucleare che dovevano transitare dal Mediterraneo verso l’Africa.

La morte di Antonino Gioé
Rispondendo alle domande del Pg Patronaggio Malvagna ha anche riferito in merito alla morte di Antonino Gioé. “All’inizio non si capiva nulla. Per la maggior parte non era possibile che si fosse suicidato. Me lo disse anche Giuseppe Grazioso che si trovava detenuto al 41 bis a Roma proprio con Gioé. Mi raccontò che c’era un forte trambusto e che stranamente quella sera furono chiuse le porte a tutti quanti. Vennero chiusi gli spioncini. E il giorno dopo venne trovato suicidato. Era un fatto anomalo perché solitamente gli spioncini si chiudevano la mezzanotte. Questi fatti me li confermò anche Filippo Scuderi”.

Vito Ciancimino e le uscite dal carcere sul furgone bianco
Infine Malvagna ha anche parlato del periodo di detenzione nel 1993 sempre a Rebibbia. “Mi trovavo detenuto al braccio G12 e in più occasioni notai anomalie sulla vita carceraria di Vito Ciancimino. Lo vedevamo che usciva da un’uscita secondaria in questa sezione.
Mio cugino Nino Pulvirenti, io , altri amici di palermo e napoletani lo vedevamo uscire con un pacco di documenti e lo prendevano con un furgone bianco. Non era quello della polizia penitenziaria. Dove andasse non lo so ma posso dire che a volte lo vedevamo rientrare anche quando faceva buio”.


Processo d’appello Mori-Obinu, Malvagna: “Il carabiniere Bonaccorso era retribuito. Una notte subì anche un attentato”
di Aaron Pettinari - 10 marzo 2015
- Ore 12:00
“Una notte il Bonaccorso era particolarmente agitato venne a Catania e fece persino uscire mio zio Pulvirenti dal bunker in cui era nascosto. Ci raccontò che aveva da poco avuto un attentato che gli avevano sparato. Qualcuno lo aveva affiancato con la macchina iniziando a sparare. Lui si sarebbe salvato buttandosi a terra. Nella macchina c’erano persino i segni”. A raccontare il fatto è Filippo Malvagna, ex boss catanese, aggiungendo ulteriori elementi in merito alla notizia portata dal carabiniere Bonaccorso sull’incontro che la moglie di Provenznao avrebbe dovuto tenere con un ufficiale dell’Arma. “Per le sue notizie venne anche retribuito. Dai palermitani e da noi anche. Noi, anche per quella notizia, gli lasciammo 5 milioni di lire. Era sempre stipendiato ma aveva un problema alla macchina. Mio zio disse ‘dai portaceli e anche ci ha dato quella gran notizia e anche i palermitani ora sono contenti e lli ha fatti scappare al blitz evitando di catturarli e quindi se li merita’”. Sull’attentato subito da Bonaccorso Pulvirenti indagò “ma non usciva niente. C’è stato chi sospettava che quell’attentato se lo fosse fatto da solo per alzare le pretese. Ma questo aspetto non convinceva né me né mio zio perché i soldi sempre gli erano stati dati”.


Processo d’appello Mori-Obinu, Malvagna: “Alcuni uomini dei servizi si interessarono della strategia stragi”
di Aaron Pettinari - 10 marzo 2015
- Ore 11:36
“Alla riunione di Enna, tra la fine del 1991 ed il 1992, venne messa in campo la strategia stragista, me lo disse mio zio Pulvirenti che lo apprese da Santapaola”. E’ il pentito Filippo Malvagna ad essere audio questa mattina, presso l’aula bunker del carcere Rebibbia, al processo d’appello Mori-Obinu. Quindi ha aggiunto: “Riina diceva che bisognava ‘fare la guerra per poi fare la pace’. Anche noi catanesi ci muovemmo in qualche maniera. C’era da organizzare un gruppo di uomini, possibilmente incensurati, e stipendiati e pagati solamente per acquisire informazioni su elementi della politica, personaggi delle forze dell’ordine, magistrati e dovevamo creare un poco di scompenso. Dovevamo fare una strategia terroristica con attentati e minacce per mettere in subbuglio il Paese e che questi atti dovevano essere rivendicati con la parola d’ordine, la sigla della Falange Armata e non si doveva capire da dove veniva questo marasma che stava per essere messo in atto”. In merito all’interesse dei servizi segreti per questa strategia il pentito catanese ha poi riferito che “a cavallo tra Capaci e la strage Borsellino c’è stato un certo Michele Scorciatino che era un nostro affiliato. Tramite suo cugino imprenditore venne a dire che c’erano persone dei servizi segreti che volevano un contatto con i vertici dell’organizzazione. Questo personaggio espose che questi attentati dovevano finire che lui parlava per conto delle istituzione e prometteva trattamenti di favore ade Santapaola e Pulvirenti si fossero consegnati. Di questi incontri venne riferito a Santapaola e ai palermitani che dissero di interrompere tassativamente il trattare con questi signori. A Palermo la notizia venne portata da Antonino Gioé e La Barbera, amici che venivano spesso a Catania”.


Processo d’appello Mori-Obinu, Malvagna: “La moglie di Provenzano doveva incontrare un ufficiale”
di Aaron Pettinari - 10 marzo 2015

“A dare l’informazione Bonaccorso, carabiniere a libro paga”
“Arrivò la notizia che la moglie di Provenzano doveva incontrare un ufficiale dei carabinieri”. E’ iniziato con la deposizione del collaboratore di giustizia Filippo Malvagna, il secondo giorno di trasferta per il processo d’appello Mori-Obinu. Malvagna sta rispondendo alle domande del sostituto Pg Luigi Patronaggio (in aula è presente anche il Pg Roberto Scarpinato). “Nell’estate del 1992 - ha raccontato alla Corte - mi pare a cavallo delle due stragi, ci incontrammo in un ristorante con alcuni amici palermitani. Ad un certo punto arrivò Cosimo Bonaccorso, carabiniere a libro paga e a disposizione delle famiglie di Catania e Palermo. Mi disse che doveva parlarmi. Aveva saputo che da lì a poco la moglie di Bernardo Provenzano doveva incontrarsi con un capitano dei carabinieri. Mi disse che venivano da fuori, non da Palermo. Per noi è sottinteso dalla sede centrale di Roma. Mi consegnò anche un bigliettino dove c’era scritto il nome di questo ufficiale e anche il luogo dell’incontro che ricordo fosse una masseria. Spiegava che c’erano strani movimenti in caserma dove lavorava e mi fece intendere come se c’era una collaborazione della moglie di Provenzano o tramite lei”.
La notizia venne riferita anche ai palermitani, del bigliettino venne fatta una copia e Malvagna poi si recò a Catania dove riferì all’intero vertice delle famiglie catanesi: “C’era Eugenio Galea, Enzo Aiello, Aldo Ercolano, Salvatore Santapaola, Marcello D'Agata, Alfio Fichera, era una specie di ufficio di un commercialista, o di un geometra, ricordo la presenza di tante carte. Una volta spiegato cosa era successo consegnai il biglietto e vidi tante facce strane, stupite, ed ebbi anche un attimo di preoccupazione. Alla fine Salvatore Santapaola, fratello di Benedetto, si avvicinò e mi disse: ‘Filippo questa cosa è come se non fosse mai successa’”.

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