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maletti-gianadeliodi Miriam Cuccu - 21 novembre 2014
Lo 007 Maletti fuggito in Sudafrica interrogato dai pm della trattativa
Negli anni Settanta Mario Mori sarebbe stato “vicino alla destra eversiva” e all’interno Sid un gruppo avrebbe ostacolato le indagini sui gruppi estremisti neri. Gli interrogatori del processo trattativa si spostano in Sudafrica per scavare sul passato dell’ex generale del Ros, imputato nel dibattimento sui dialoghi tra Stato e mafia. I pm Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia sono volati da Palermo a Johannesburg: qui nel 1980 si è rifugiato Gianadelio Maletti (in foto), ex agente 007, dal 1971 al 1979 capo del reparto D del Servizio dedicato al controspionaggio. Ufficialmente latitante, condannato nell’ambito delle indagini sulla strage di Piazza Fontana oltre che per sottrazione di documenti segreti, Maletti è stato sentito dai pubblici ministeri di Palermo (assente Di Matteo dopo le ultime minacce che ne hanno innalzato il livello di protezione) in qualità di testimone e assistito dal legale di fiducia Michele Gentiloni Silverj.

Negli anni Settanta, ha raccontato Maletti, ci sono stati “patti tra Servizi segreti e mafia”. Durante l’interrogatorio dell’ex generale allora ai vertici del Sid (Servizio informazioni difesa) svoltosi nella sua abitazione, spuntano due rapporti, redatti da un collaboratore, che per la prima volta proverebbero l’esistenza di un organico intreccio di interessi tra alcuni ufficiali di alto grado incaricati di tutelare la sicurezza dello Stato e le famiglie mafiose palermitane.
Del gruppo, stando ai documenti, faceva parte anche Mario Mori. Per questo i pm che si occupano del processo trattativa hanno voluto vederci chiaro, indagando su una stagione di bombe, eversione nera e tentativi di golpe. Maletti ripete di essere stato a conoscenza di quegli sforzi per destabilizzare il Paese, senza però fornire ulteriori particolari e confermando ciò che aveva detto in altre occasioni, che le bombe degli anni Settanta erano pilotate dalla Cia – anche se questa versione sarà sempre smentita dall’intelligence statunitense – e da Ordine nuovo, ritenuto più affidabile dal punto di vista militare e maggiormente motivato in senso politico. L’ex generale sostiene di aver sempre avuto modo di pensare che all’interno del suo reparto alcuni ufficiali sarebbero stati molto vicini alla destra eversiva, pur non avendo mai raccolto prove concrete dei suoi sospetti. Secondo i due rapporti (redatti dalla fonte Gian Sorrentino e sequestrati dalla Procura di Roma a Maletti prima della fuga, anche se lo 007 sostiene di non averli mai visti) del gruppo legato a doppio filo con Cosa nostra avrebbero fatto parte sei personaggi che cercavano di rallentare il corso delle indagini: il colonnello Federico Marzollo, capo raggruppamento dei Centri, il capitano Mario Mori, il colonnello Andrea Pace e tre civili: i fratelli Giorgio e Gianfranco Ghiron e l’avvocato Emilio Taddei. Proprio i due Ghiron sarebbero stati, sempre a dire della fonte Sorrentino, l’anello di congiunzione con Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo e diretta emanazione politica dei corleonesi. Su Mori, Maletti ricorda che fu il collega Marzollo a volerlo al Sid. Poi però, nel ’75, i sospetti sui suoi legami con l’estrema destra furono troppo evidenti e lo 007 gli revocò l’incarico chiedendone l’allontanamento per un anno, escludendo però che la sua scelta fosse motivata dal sospetto che Mori fosse legato a Cosa nostra: “Le sue inclinazioni politiche erano chiare” si limita a dire ai pm. Mori, continua Maletti, tramite Marzollo era molto vicino al generale Vito Miceli (coinvolto nell’operazione Gladio e nell’inchiesta sulla Rosa dei Venti) all’epoca direttore del Servizio e in aperto contrastocon  l’ex generale. A Miceli sarebbe legato anche il colonnello Bonaventura, che a dire di Maletti, avrebbe vantato un’affiliazione tra i ranghi di Cosa nostra: “Sapevamo che era punciuto” afferma l’ex generale.
Un passato, quello di Mori, che risulta essere tutt’altro che limpido. Oltre al sospetto che abbia tentato di ostacolare le indagini sui gruppi di estrema destra, oggi è imputato non solo al processo trattativa Stato-mafia, ma anche, insieme al colonnello Obinu, ad un altro dibattimento (concluso in primo grado con l’assoluzione) per aver favorito Cosa nostra impedendo l’arresto di Provenzano, precedentemente localizzato in un casolare nelle campagne di Mezzojuso. Ci sono però ancora molti aspetti oscuri nella sua carriera, e Mori non sembra vedere di buon occhio la direzione che stanno prendendo le nuove indagini sulla trattativa. Tanto che, a ridosso della trasferta in Sudafrica dei pm, in procura è arrivato un esposto (da parte dei suoi legali e del coimputato Giuseppe De Donno) in cui si contesta il modo con cui i magistrati stanno portando avanti le indagini e minacciando un’ispezione tra le carte della trattativa “bis”. Mori in più di un’occasione ha mostrato parecchie reticenze nel chiarire il suo passato alla magistratura. L’ultima volta non si è presentato al Borsellino quater adducendo impegni improrogabili, per la Corte d’Assise di Caltanissetta la goccia che ha fatto traboccare il vaso: 100 euro di multa e l’ammonizione. Se alla successiva citazione, programmata per il 22 dicembre, Mori non metterà piede in aula, sarà obbligato all’accompagnamento coatto.

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