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di-matteo-galatolo-vito-enzo-sfocdi Lorenzo Baldo e Miriam Cuccu - 14 novembre 2014
E’ Vito Galatolo a togliersi “un peso dalla coscienza” rivelando il progetto di un attentato a Nino Di Matteo, per il quale le famiglie mafiose palermitane si sarebbero attivate nel recuperare l’esplosivo. Che si troverebbe già a Palermo. L’alternativa, ha aggiunto Galatolo, ad un agguato a Roma con tanto di bazooka e kalashnikov. Qualche giorno fa il mafioso ha chiesto di parlare con Di Matteo per metterlo in guardia, spiegando di aver preso parte ad un summit di mafia dove si sarebbe parlato di pianificare l’assassinio del magistrato. Nel progetto, ha aggiunto, sarebbero coinvolti anche soggetti esterni a Cosa nostra che avrebbero dato l'input.
Forse con questa rivelazione Galatolo si sarà tolto un peso, ma la notizia ha fatto salire in Procura la tensione alle stelle. Vito Galatolo è il capomafia dell’Acquasanta, figlio di Vincenzo “Enzo” Galatolo, un ergastolo per aver preso parte all'omicidio del generale dalla Chiesa e coinvolto nel fallito attentato all'Addaura contro Falcone. Non è un pentito. Non ha voltato le spalle alla sua Cosa nostra, raccontando ai magistrati vita morte e miracoli di una carriera criminale “di tutto rispetto”. Arrestato a giugno nell’operazione “Apocalisse” che ha decimato il mandamento di San Lorenzo e Resuttana, da quel momento è rinchiuso al 41bis senza proferire parola, almeno fino a pochi giorni fa. Ora, “senza quel peso che negli ultimi tempi mi assillava”, ha detto, il boss detenuto avrebbe tutte le intenzioni di continuare a trascorrere serenamente i suoi giorni in cella. E tanto basta.

Fuori dal carcere, però, una volta che il nome di Galatolo è uscito alla ribalta gli effetti potrebbero essere imprevedibili. La fuga di notizie rischia di compromettere le indagini in corso. Nino Di Matteo è attualmente il pm più esposto d’Italia, titolare di quel processo sulla trattativa che tanto infastidisce Totò Riina, il quale meno di un anno fa parlava di organizzare contro il magistrato “un’esecuzione come a quel tempo a Palermo…”. Quando, per Falcone e Borsellino, veicoli e autostrade venivano imbottiti di centinaia di chili di tritolo. Quell’esplosivo è tornato nel capoluogo siciliano ma Galatolo non dice dove né come, salvo che il progetto sarebbe rimasto in stand by dopo il suo arresto. Senza però essere del tutto accantonato. E’ del tutto evidente, però, che in queste ore uomini di Cosa Nostra (probabilmente non da soli) avrebbero potuto rimuovere, in via precauzionale, le tracce del materiale da utilizzare per l’attentato. Ora che sono state scoperte le carte, le vite di Di Matteo, della famiglia e degli agenti di scorta sono ancora più a rischio. In un momento in cui le sue condizioni di sicurezza – cui ancora non è stato assegnato il dispositivo bomb jammer per intercettare i segnali radio – non impedirebbero che venga nuovamente premuto il bottone di un telecomando collegato ad un carico di esplosivo.
Vito Galatolo aveva alternato momenti di detenzione a spazi di libertà nei quali si era decisamente organizzato la vita. Nel 2012, a fronte di un divieto di dimora a Palermo, si era trasferito con moglie e figli a Mestre dove aveva trovato lavoro come operario manutentore in un’azienda del Tronchetto, in regime di sorvegliato speciale. In realtà, così come attestano alcune intercettazioni del nucleo di polizia valutaria della Guardia di finanza, di quando in quando riusciva comunque a rientrare a Palermo per gestire affari e pubbliche relazioni. Ed è probabilmente in una di queste trasferte siciliane che ha partecipato al summit nel quale è stato pianificato l’omicidio del pm Di Matteo. Le ipotesi investigative sulle quali sta lavorando incessantemente la Dia si fermano qui. La fuga di notizie ha provocato un vero e proprio scossone. Il rischio che la divulgazione del nome della “fonte” comprometta definitivamente l’esito delle investigazioni è reale. “Si sta scherzando col fuoco”, commentano a denti stretti nei corridoi del palazzo di giustizia. Nel mandamento dell’Acquasanta ci sono moglie e figli di Vito Galatolo che a tutti gli effetti rischiano la vita. Al momento non ci sono notizie sull’applicazione del regime di protezione per la donna e per i suoi tre figli. E già una volta il mandamento è stato sferzato dalle dichiarazioni di un altro familiare, Giovanna Galatolo, sorella di Vito e figlia di Enzo. Lei sì, che ha deciso di collaborare con la giustizia, aprendo squarci sugli affari della famiglia e sui rapporti con la politica.
Non abbiamo mai sottovalutato e non sottovalutiamo mai nulla di questi aspetti. Tutti i dispositivi di sicurezza sono stati messi a disposizione”. Le parole del presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Rosy Bindi in merito alle ultime minacce a Di Matteo, a margine del convegno “Giustizia certa e veloce” (organizzato a Palermo dal Pd), appaiono quanto mai formali e di circostanza. A tutt’oggi la richiesta formulata più di un anno fa di installare il dispositivo anti-bomba “jammer” sulle auto di scorta del pm Di Matteo è rimasta del tutto inevasa. Nel frattempo, però, c’è chi pensa ad organizzare l’attentatuni. Che, molto probabilmente, non sarebbe solo opera della mafia.

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