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palazzolo-interpol-romadi Aaron Pettinari - 13 novembre 2014
Anche l'Fbi vuole sentire il cassiere di Cosa nostra
Non si considera un collaboratore di giustizia ma da qualche tempo Vito Roberto Palazzolo, il finanziere italiano, considerato il riciclatore di denaro sporco per la mafia, sta parlando con i magistrati di Palermo. Arrestato a Bangkok nel marzo del 2012 ed estradato in Italia soltanto un anno dopo, Palazzolo aveva già manifestato l’intenzione di rendere dichiarazioni alla magistratura poco tempo prima del suo rientro in patria. Lo aveva fatto per bocca del suo legale, Baldassare Lauria: “Potrebbe chiarire molti irrisolti misteri italiani. Questo non è un pentimento ma un accordo alla luce del sole”.

Una volta atterrato aveva manifestato la sua intenzione di parlare con i pm ma poi non se ne fece più niente ed al boss “sudafricano” (conosciuto in quel continente con il nome di Robert Van Palace Kolbatschenko, ndr), era stato applicato il 41 bis. Evidentemente il carcere duro ha portato ad un ulteriore ripensamento e Palazzolo ha richiamato i pm. Da mesi i pm di Palermo, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene, Dario Scaletta, e prima ancora anche Gaetano Paci, hanno riempito circa 18 verbali con le dichiarazioni con il cassiere dei corleonesi. “Per potermi difendere dall’accusa di essere un mafioso devo raccontare chi sono e cosa ho fatto nella mia vita di finanziere” avrebbe detto ai pm. Molto probabile che argomento degli interrogatori siano state le informazioni sul riciclaggio internazionale degli anni '80 e '90, e poi ancora elementi che hanno riguardato l'indagine Pizza Connection, coordinata da Giovanni Falcone. Persino l'Fbi avrebbe ritenuto interessanti le rivelazioni del “dichiarante”, oggi non più al 41 bis, tanto da inviare alle autorità italiane una rogatoria internazionale per poterlo interrogare.
Ma all'interno dei verbali potrebbero esservi anche altre importanti dichiarazioni. Giovanni Brusca, nel 2010, chiamò in causa Palazzolo come il fornitore di droga e dell’esplosivo di tipo Semptex (provenienti entrambi proprio dalla Thailandia). “Quest’ultimo è lo stesso utilizzato - sostiene il gip di Napoli Alessandro Modestino nell’ordinanza di custodia sui mandanti e gli esecutori della strage del rapido 904 del 23 dicembre 1984 – anche per la strage di via D’Amelio”. Un verbale che è stato acquisito anche dalla Procura di Caltanissetta che indaga sulle stragi di Capaci e via D’Amelio. “Nel 1986 – racconta Brusca – durante una delle udienze del maxi-processo, io ero libero, Pippo Calò e Antonino Rotolo, che invece erano detenuti, mi chiesero di far sparire del materiale esplodente che faceva parte di un arsenale che avevamo occultato a San Giuseppe Jato, e che aveva la medesima provenienza del materiale e della droga che erano stati rinvenuti nel casale vicino Roma, ove, nel 1985, era stato scoperto, dietro una parete , quell'esplosivo che era nella disponibilità del Calò e che venne poi ricollegato alla strage del Rapido 904”. Prosegue il pentito: “Tale materiale – e anche la droga – proveniva tutto dalla Thailandia, tramite il medesimo canale, ovvero Vito Roberto Palazzolo, attualmente latitante forse in Sudafrica”. Il nome di Palazzolo emerge poi tra i partecipanti ad una riunione con una delegazione italiana in Angola e compare nell’inchiesta sugli affari di Finmeccanica e Agusta condotta dalla Procura di Napoli. Accuse sempre smentite dal prestanome dei boss. Se anche su questo ci sia stata un'inversione di rotta non è dato sapere. Quel che è certo che una sua collaborazione potrebbe davvero aprire a nuovi capitoli d'indagine su Cosa nostra e non solo.

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